Legambiente: «C’è un tessuto di imprese oggi sotto il giogo della ‘ndrangheta che possono essere recuperate e liberate dalla dipendenza criminale»

Il filo rosso della ‘ndrangheta corre nei boschi della Sila

Per sfruttare illecitamente il bosco i clan affidano la gestione del business a un plenipotenziario del crimine nel territorio del Parco

[12 gennaio 2018]

Stige è il nome dato alla maxi operazione contro la ‘ndrangheta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che martedì scorso ha visto l’arresto di 169 affiliati e favoreggiatori della cosca Farao-Marincola di Cirò in provincia di Crotone. Nicola Gratteri, procuratore della Dda, ha definito questa indagine la più grande, per numero di arresti, degli ultimi 23 anni aggiungendo che è l’indagine da portare nelle scuole di magistratura per spiegare come si fa una indagine per 416bis, soprattutto perché ci si è trovati di fronte a un ‘locale’ di ‘ndrangheta, la cosca di Cirò, antico e di primissimo piano che partecipa al Crimine di San Luca e al Tribunale della ‘ndrangheta. Secondo gli investigatori la struttura criminale è così radicata nel territorio che non necessita neanche più di fare intimidazioni, non serve poiché la stessa ‘ndrangheta ha subito una sorta di mutazione genetica tale che, dalle solite infiltrazioni dei clan nella vita economica,si è passati a una immedesimazione completa tra ‘ndrangheta e imprenditoria.Affermazioni giustificate da quanto accertato dall’inchiesta che vede le attività criminali di una cosca con ramificazioni anche nel Nord e Centro Italia (in particolare Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia) e in Germania.

Una cosca, strutturata come una vera a propria holding criminale capace di gestire affari per milioni di euro, a cui sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro complessivi. Patrimoni accumulati illecitamente nel corso degli anni dal gruppo criminale che aveva raggiunto una pervasiva infiltrazione mafiosa in diversi settori economico-imprenditoriale sottolineata dalle 57 aziende sequestrate (commercio di prodotti vinicoli e alimentari, raccolta dei rifiuti, servizi funebri, appalti pubblici, settore boschivo, accoglienza immigrati) garantita da una fitta rete di connivenze da parte di amministratori e funzionari pubblici. Infatti, tra glia arrestati figurano il presidente della Provincia di Crotone e sindaco di Cirò Marina (KR), ritenuto dagli inquirenti il rappresentante della cosca nelle istituzioni locali, ma anche il sindaco di Strongoli (KR), quello di Mandatoriccio (CS), il vicesindaco di Casabona (KR) e l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore (CS), a sottolineare come la ‘ndrangheta ha messo nelle istituzioni locali suoi uomini funzionali agli interessi dell’organizzazione criminale.

Secondo gli investigatori, che sono riusciti a ricostruire 15 anni di storia criminale del clan Farao-Marincola, la presenza delle cosche negli enti locali mette a rischio la stessa libertà di voto e, oltre a chiedere ai calabresi di reagire, hanno sottolineano pure che la pericolosità della ‘ndrangheta non è solo nella sua capacità di controllare il territorio, ma anche nella sua enorme ricchezza che gli consente una straordinaria capacità corruttiva.

Questa inchiesta svela anche, e soprattutto, un attacco criminale all’ambiente e alle attività boschive che sono la principale attività economica presente nel Parco nazionale della Sila.

Il territorio di influenza del locale di Cirò è quello che va dall’alto ionio all’altopiano silano a cavallo delle province di Crotone e Cosenza, un ambito in cui il clan esercita il controllo sulle attività economiche e di quelle del settore agro-silvo-pastorale in particolare. Sono gli affari della ‘ndrangheta nel settore boschivo il filo rosso che tiene unito un territorio che amministrativamente è separato, ed è la Sila con il suo Parco nazionale l’epicentro e il teatro in cui si svolgono le azioni criminali del clan. Lo sfruttamento illegale dei boschi, il pascolo non autorizzato sulle terre pubbliche, la gestione delle aste boschive delle proprietà forestali pubbliche, oltre al controllo della filiera dei prodotti di origine forestale, sono una parte corposa del business criminaleche l’inchiesta Stige ha accertato. Per gestire tutti questi affari sporchi, oltre alla corruzione di funzionari pubblici e alla complicità diamministratori locali, il clan ha messo in atto un modello organizzativo estremamente efficace che prevede la “delega” completa sul controllo delle attività illecite nel settore forestale a un uomo di fiducia che sovraintendere a tutto il territorio del Parco nazionale. Un plenipotenziario della ‘ndrangheta per la Sila che gestisce i traffici illeciti, condiziona la politica, corrompe funzionari pubblici, convince gli imprenditori riottosi a far parte del sistema illegale, e distribuisce utiliai clan. Insomma una gestione “manageriale” del crimine organizzato che è il punto di forza del clan Farao-Mariconla, grazie al quale può operare fuori dalla sua provincia di riferimento con il placet degli altri locali di ‘ndrangheta, che in cambio ottengono una parte dei proventi degli affari illeciti del settore boschivo, e soprattutto si possono rivolgere al locale di Cirò nel caso serva ospitare latitanti di ‘ndrangheta in Sila.

Un territorio dunque sotto il giogo della ‘ndrangheta che controlla tutto l’altopiano silano, sia che si tratti di sostegno ai latitanti che di gestire gli appalti boschivi pubblici e privati, tenere i rapporti con le diverse organizzazioni criminali territoriali, assicurare una suddivisione dei proventi secondo una logica spartitoria che tiene in debita considerazione il peso criminale delle diverse organizzazioni, e soprattutto rapinando le risorse naturali del Parco inquinando quel poco di economia locale esistente rendendo imprese all’apparenza sane strumenti per ingrassare l’economia criminale.  Ma non è questo il destino della Sila, ricca di risorse naturali che non sono destinate a essere depredate da chi vuole ottenere facili guadagni e mette in atto metodi mafiosi pur di ottenere i suoi obiettivi. Esiste un tessuto connettivo di imprese boschive, oggi sotto il giogo della ‘ndrangheta, che possono essere recuperate e liberate dalla dipendenza criminale a condizione che tutto il sistema delle istituzioni riprenda in mano il destino delle sue comunità che devono crescere nella legalità e nella gestione sostenibile delle risorse. Perché in questi anni è venuto meno il presidio di legalità rappresentato da istituzioni forti e consapevoli del loro ruolo, amministratorilocali che devono gestire bene il territorio, funzionari pubbliciche devonocontrollareed essere in grado di contrastare la “montagna di merda” rappresentata da questa ‘ndrangheta e da questi imprenditori del crimine.

In questi anni abbiamo denunciato in più occasioni il pascolo abusivo, il taglio indiscriminato di aree boscate, l’abusivismo edilizio, il bracconaggio e l’uccisione illegale di fauna selvatica protetta, l’utilizzo improprio di beni pubblici nel territorio del Parco nazionale della Sila. Abbiamo chiesto il ripristino della legalità,senza ottenere adeguate risposte dai rappresentanti di quelle stesse istituzioni che oggi l’inchiesta Stige mette sul banco degli imputati. Avevamo avuto sentore, perché la Sila la frequentiamo e con le persone ci parliamo, che insieme alla crescita delle illegalità che denunciavamo stava aumentando il degrado di una classe politica disponibile a qualsiasi compromesso pur di stare a galla. Ma le nostre denunce non sono state in grado di scuoterenemmeno l’opinione pubblica, non solo perché chi le doveva raccoglierescopriamo essere complice del malaffare, ma soprattutto perché in troppi si sono voltati dall’altra parte per convenienza o quieto vivere. Ai cittadini e alle comunità locali silane Tocca però reagire e lavorare alacremente per ripristinare gli anticorpi per ritornare a essere padroni del proprio destino. Per ridisegnare uno scenario positivo e sostenibile per l’altopiano silano e la sua economia e rispondere all’appello degli investigatori che avvertono i calabresi dei rischi che corre la democrazia se vince la ‘ndrangheta. Noi siamo pronti a continuare fare la nostra parte, ma da soli non bastiamo.

di Antonio Nicoletti – responsabile nazionale Aree protette di Legambiente