Focene, delfini e capodogli cacciano con “proiettori sonori” (VIDEO)

Le focene regolano con precisione i fasci di suoni per individuare le prede

[31 marzo 2015]

Lo studio “Range-dependent flexibility in the acoustic field of view of echolocating porpoises (Phocoena phocoena)” pubblicato su eLife da un team di ricercatori danesi, scozzesi e tedeschi rivela un altro incredibile “superpotere” degli odontoceti, i cetacei dentati che raggruppano delfini, focene, zifi e capodogli.

Il team guidato da  Danuta Wisniewska, del dipartimento di bioscienze dell’università danese di Aarhus, spiega che «Gli odontoceti  utilizzano il sonar per rilevare, localizzare e monitorare la preda. Aggiustano l’intensità del suono emesso, la sensibilità uditiva e fanno un determinato tasso di clic sul target range e terminano gli inseguimenti della preda con alto tasso di ripetizione, un ronzio a bassa intensità. Tuttavia, il loro stretto campo acustico visivo (FOV) è considerato stabile durante tutto l’avvicinamento al target range, il che potrebbe facilitare la fuga della preda a distanza ravvicinata».

Lo studio dimostra che, «Come alcuni pipistrelli, le focene possono ampliare il raggio del loro biosonar durante la fase terminale di attacco, ma, a differenza di pipistrelli, in questa fase mantengono la capacità di cambiare apertura del fascio».

Basandosi su video, MRI e tag di registrazione acustica, i ricercatori sono convinti che questa flessibilità sia modulata dal melone, la protuberanza che gli odontoceti hanno sulla testa,  e che sia «implementata  per modulare i  rapporti spaziali dinamici con la preda e la complessità acustica dei dintorni».

La conclusione alla quale arriva lo studio è che, «Nonostante l’evoluzione indipendente ed i diversi mezzi di generazione e  trasmissione del suono, i cetacei e i pipistrelli cambiano in modo adattivo il loro FOV, suggerendo che la flessibilità della larghezza del fascio è stata un driver importante per l’evoluzione dell’ecolocalizzazione per il monitoraggio della preda».

Insomma, come spiega bene BBC Science & Environment, lo studio mostra che gli odontoceti riescono a passare da un fascio di emissioni sonore stretto ad uno più ampio, «come se regolassero una torcia elettrica» per focalizzare la posizione di un pesce. I ricercatori sono convinti che oltre le focene anche delfini a capodogli, nella fase finale di un attacco, utilizzino la stessa tecnica per “intrappolare” la preda nel loro fascio sonoro, facendo così in modo che l’animale individuato abbia meno possibilità di sfuggirgli.

La Wisniewska ed il suo gruppo hanno lavorato con le focene al Fjord&Bælt, un centro di ricerca per la difesa della costa ospitato in  bacino semi-naturale della Danimarca e la leader del team spiega che si tratta di «Una che  è del tutto eccezionale. Gli animali hanno ancora accesso al fondo del mare e sono separati dal porto solo da una rete. I pesci sono in grado di entrare, quindi sono ancora a caccia».

In questo ambiente unico, i ricercatori hanno munito le focene di un tag di rilevamento del suono ed hanno messo una serie di microfoni per registrare i suoni emessi all’interno del Fjord&Bælt, poi hanno  svolto una serie di esperimenti per capire dove le focene indirizzavano l’energia sonora che producono.

In un esperimento, i ricercatori hanno gettato del pesce in acqua per invogliare i cetacei alla caccia ed i ricercatori dicono che durante l’ecolocalizzazione il melone.  agisce come una lente acustica registrabile, puntando il suono in un fascio e alterandone le dimensioni.

La Wisniewska spiega così questa eccezionale capacità: «Se si tratta di trovare l’auto in un parcheggio, è possibile utilizzare un fascio di luce stretto su una lunga distanza e vedere ancora molto, Ma quando si stanno  cercando le chiavi in ​​macchina, si dovrebbe passare ad un raggio più ampio. Questo è simile a ciò che vediamo nelle focene»

Secondo lo studio, le focene durante la fase finale dell’attacco possono ampliare il loro raggio sonoro di ben il 50% e possono passare facilmente da un fascio sonoro stretto ad uno molto più ampio.

La scoperta dei segreti acustici dei cetacei  potrebbe permettere di sviluppare modi per impedire che focene, delfini ed altri odontoceti restino intrappolati nelle reti da pesca. Le focene che hanno partecipato allo studio sono tutti animali salvati dopo essere rimasti intrappolati nelle reti da pesca e la Wisniewska dice che questi incidenti potrebbero dipendere proprio da questo “superpotere” acustico che provocherebbe una specie di “cecità”: «Le focene potrebbero essere così intensamente concentrate su un pesce del quale sono a caccia da ignorare l’ambiente circostante mentre proseguono verso una rete. Suoni subacquei sufficientemente forti e ripetitivi – emessi dalle reti da pesca – potrebbero aiutare a dare l’allarme a focene, capodogli e delfini della presenza di una rete da pesca, e aiutarli a tenersi lontano».

Videogallery

  • https://youtu.be/gZil31rLsKg