Furto di natura made in Italy. Wwf: la guerra silenziosa e sconosciuta contro la fauna protetta

L’Italia è una trappola per 8 milioni di uccelli migratori. Le 27 aree calde dell’illegalità

[28 settembre 2016]

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Secondo “FurtodiNatura: storie di bracconaggio Made in Italy, il dossier presentato oggi dal Wwf in vista della Giornata delle Oasi prevista per il 2 ottobre, «Per la fauna selvatica, l’Italia, continua ad essere ‘terra di nessuno’ e il bracconaggio, un termine ancora non codificato da leggi e norme, che colpisce 8 milioni di uccelli ogni anno: tra questi ci sono aquile, cicogne, falchi, e specie rarissime, come l’ibis eremita, alle quali l’Europa dedica progetti di conservazione. Fucili, archetti, reti, tagliole, roccoli e persino fumi di zolfo per stanare gli animali: gli attrezzi del bracconiere sono diversi ma il furto di natura è sempre lo stesso. L’Italia è un ponte “naturale” tra Europa e Africa per importanti rotte migratorie degli uccelli ma anche un paese “trappola”, con 27 aree ad alto “tasso” di bracconaggio, comprese quelle marine».

Dalla mappa delle “aree calde” emerge anche una “regionalità” del fenomeno che non risparmia neppure le specie marine. «Nelle Valli bresciane si catturano i passeriformi con trappole e roccoli – spiega il Wwf –  nelle isole di Ischia e Procida si aspetta il periodo di migrazione per sparare a milioni di piccoli uccelli, nelle isole Pontine si spara ai delfini, lungo l’Appennino tosco-emiliano i fucili sono contro lupi e rapaci, catturati o uccisi anche da trappole o bocconi avvelenati, lo stesso accade nel Sulcis, in Sardegna, ai danni dei cervi e passeriformi; nello Stretto di Messina, attraversato ogni anno da 30-45mila uccelli migratori, non è stata ancora debellata completamente l’uccisione illegale di rapaci, cicogne, gru;  lungo le coste sarde e nel Canale di Sicilia si pesca illegalmente il pesce spada».

Uno dei 50 nuclei di Guardie Volontarie Wwf che sorveglia la provincia di Brescia, tra il 1996 e il 2015 ha denunciato 1.152 bracconieri, sequestrato 800 fucili, 1.498 cartucce, 4 candelotti di dinamite, 389 richiami acustici e 3 smartphone usati per attirare gli uccelli con richiami artificiali. In circa 20 anni di sorveglianza 888 verbali amministrativi elevati per un ammontare di 233.300 euro in sanzioni

Il Panda dice che «Esiste anche un legame tra bracconaggio e criminalità organizzata, come nell’area del casertano in cui sono stati per molti anni affittati anche a malavitosi i bunker interrati utilizzati per gli appostamenti alla fauna; molti bracconieri inoltre utilizzano spesso i “servizi” della malavita, comprando armi modificate o con matricole cancellate, oppure sfruttano i canali di vendita illegali per smerciare gli animali. A Ballarò a Palermo e a Sant’Erasmo a  Napoli il fatturato del mercato nero di animali si aggira intorno ai 250.000 euro l’anno.   I bracconieri insomma rapinano e saccheggiano un bene comune che appartiene ai cittadini italiani ed europei, un patrimonio cruciale anche per il nostro benessere: uccelli, istrici, lupi e tassi forniscono preziosi servizi, regolano gli equilibri ecologici, liberano le campagne da insetti e parassiti e alimentano un turismo naturalistico importante  per l’economia locale».

Gli ambientalisti evidenziano che «I reati di bracconaggio sono molto difficili da quantificare e non esiste una “banca dati”: secondo le cifre fornite da alcune forze di polizia e da associazioni risulta che tra il 2014 e il 2015 il bracconaggio è aumentato del 40,7% (su 706 casi analizzati), con il 67% a danno di uccelli, 23% mammiferi. In aumento l’uso di trappole e veleni (+ 18%). Purtroppo non è mai diminuito l’accanimento contro le specie protette,  il 31% dei casi, un dato preoccupante perché si tratta di specie importanti per gli equilibri naturali, come orsi bruni, lupi, varie specie di gufi, aquile reali, falchi, cicogne, rapaci notturni. Il bracconaggio, ad esempio, elimina ogni anno circa il 30% della popolazione nidificante di nibbio reale, un rapace inconfondibile, con 50-150 individui abbattuti».

D Birdlife International stima che l’impatto di questo crimine contro la natura in tutto il bacino mediterraneo sia di  13 – 37 milioni di uccelli selvatici uccisi illegalmente ogni anno, una cifra sottostimata perché non comprende Turchia e Spagna. «Purtroppo – aggiunge il Wwf – ad una carenza di vigilanza sul territorio si accompagna la debolezza delle sanzioni, ancora troppo esigue per chi uccide una specie protetta come un orso bruno o un’aquila reale:  Le multe “sulla carta” esistono: secondo la legge sulla caccia (157/1992), paradossalmente l’unica che tutela la fauna, il caso più grave (uccisione di un orso bruno, stambecco, camoscio appenninico e muflone sardo)  prevede l’arresto da 3 mesi a 1 anno e l’ammenda da 1032 a 6197 euro; per le altre specie l’arresto va da 2 a 8 mesi e la multa fino a 2065 euro». Ma il Wwf sottolinea che «Chi uccide un esemplare  rischia spesso una semplice contravvenzione e raramente finisce in carcere». Nel Dossier vengono raccontate anche 6 storie emblematiche, come la cattura di migliaia di tordi con i lacci nella Sardegna meridionale o la recrudescenza dell’illegalità ai danni del lupo in Toscana, fino alla pesca illegale nel Delta del Po praticata da bande provenienti dai paesi dell’Est, un fenomeno che in questi anni ha fatto crollare del 30% la fauna ittica in numerosi corsi d’acqua analizzati nella provincia di Ferrara.

Tra le richieste del WWF, dopo la recente riforma del Codice Penale che ha introdotto il Delitto contro l’ambiente, c’è infatti l’inasprimento delle sanzioni penali a tutela della fauna selvatica. Il Wwf Italia ha elaborato una proposta di legge proponendo il “Delitto di uccisione di specie protetta”, con pene sia detentive che pecuniarie più severe e adeguate alla gravità.

Il Wwf presenta 4 schede di approfondimento del dossier:

L’area “grigia” tra caccia e bracconaggio. In un territorio già provato da cementificazione, perdita di habitat naturali, inquinamento e cambiamenti climatici l’attività venatoria (compresa quella legale) rappresenta l’ennesima gravissima aggressione alla fauna selvatica. Il territorio ‘aperto’ alle doppiette è molto ampio, 75-80% di quello nazionale: i cacciatori possono entrare anche nei terreni privati senza alcun permesso del proprietario. Quasi l’80% degli illeciti viene commesso durante la stagione venatoria, malgrado questa duri solo 4 mesi. La “malacaccia” si esprime in una varietà infinita di pratiche: abbattimento di specie protette, caccia in aree protette o in periodi non consentiti, con trappole e richiami o con tecniche vietate. I reati a danno della fauna selvatica sono compiuti per il 78% dai cacciatori, mentre il 19% dei casi si tratta di bracconieri tout court, ovvero, privi di licenze.

Nel Dossier Wwf il decalogo delle pratiche più frequenti vanno dalla cattura di piccoli uccelli cantori con gli archetti al veleno all’uccisione degli istrici a colpi di bastone o come nel caso della “jacca” una pratica in uso in Puglia in cui i bracconieri, appostati tra gli alberi, in una sola notte  uccidono a palettate centinaia di quaglie e altri piccoli uccelli dopo averli abbagliati. Questa pratica è stata per fortuna quasi debellata in alcune aree grazie ad un controllo costante delle Guardie Wwf.  Una novità positiva è la recente modifica della Legge sulla caccia che obbliga i cacciatori a segnare gli animali appena abbattuti, un sistema che consente di conoscere la vera consistenza del prelievo venatorio.

Colpito anche il “valore natura”. Il bracconaggio rappresenta un danno non solo per l’ambiente ma anche per le nostre tasche se si valuta l’indotto di alcuni settori che l’economia “verde” produce grazie alla presenza di animali carismatici. Ad esempio, negli Stati Uniti il giro di affari intorno a viaggi e attrezzature per il bird-watching è di 41 miliardi di dollari, in British Columbia la spesa pro-capite per osservare gli orsi è di 1.120 dollari. Se si stima che in Italia i soli appassionati di bird-watching sono decine di migliaia e  si può dedurre l’enorme danno che può produrre l’abbattimento di animali, come cicogne o fenicotteri o delle migliaia di rapaci. La classe più colpita dal bracconaggio è quella degli uccelli e il danno si ripercuote anche sulla nostra salute: queste specie mangiano ad esempio il 98% di lepidotteri e fino al 40% di altre specie di insetti nelle foreste orientali americane e le stesse funzioni le svolgono gli uccelli insettivori nelle foreste europee, un ‘servizio della natura’ valutato in 5000 dollari americani all’anno per miglio quadro di foresta.

Bracconaggio da esportazione. Nel turismo venatorio gli italiani purtroppo sono assoluti protagonisti: esportiamo il malcostume venatorio grazie ad agenzie specializzate e labili ai sistemi di controllo. Un esercito di almeno 50.000 cacciatori in trasferta almeno una volta l’anno abbattono migliaia di quaglie, beccacce, allodole, capinere, tordi, fringuelli, tortore soprattutto nei paesi dell’est: Serbia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Montenegro, Albania, Bosnia Herzegovina, Macedonia. In Albania addirittura il governo è dovuto ricorrere nel 2014 ad una moratoria sulla caccia proprio come conseguenza dei massacri da parte dei cacciatori italiani. Anche la Romania è una delle mete preferite e i sequestri alla dogana svelano spesso veri e propri carichi di selvaggina con decine di migliaia di piccoli uccelli morti: qui la legge finalmente ha stabilito nuove quote e sono stati proibiti mezzi illegali come i richiami acustici.  Lo scorso luglio una svolta alla lotta al bracconaggio è stata data con una risoluzione votata dai Paesi aderenti alla Convenzione di Bonn sulla fauna selvatica: tolleranza zero contro il bracconaggio.

La curiosità: la vetrina di Facebook. La più grande vetrina planetaria delle abitudini umane ha permesso di scoprire dove scompaiono gli uccelli migratori che attraversano il Mediterraneo. I cacciatori malati di esibizionismo hanno iniziato a postare sulla loro pagina personale o in uno dei tanti gruppi “venatori”, il frutto delle carneficine e ambientalisti, voyeurs a fin di bene, hanno raccolto le prove inconfutabili dei bracconieri. La smania di protagonismo, una sorta di follia collettiva che ha contagiato i cacciatori del bacino del Mediterraneo, ha consentito alle Guardie Wwf di comprendere meglio il fenomeno del bracconaggio. Le immagini che arrivano dal Libano, dalla Siria, dall’Egitto e più recentemente dall’Arabia Saudita non lasciano dubbi. Studi più recenti parlano di 26 milioni di uccelli uccisi illegalmente ogni anno nel Mediterraneo, cifra probabilmente prudenziale. Le foto parlano da sé, alcune specie in forte calo sono soggette a pressione venatoria impressionante. Non se ne sapeva nulla prima: chi poteva immaginare che un solo cacciatore libanese potesse uccidere 100 Re di Quaglie in una mattinata? O decine di aquile anatraie minori, o rigogli e ghiandaie marine a mazzi? Le prove adesso le forniscono gli stessi killer.