Genova, nel fango e nella rabbia di un Paese fragile che promette prevenzione ma finanzia opere inutili

[13 ottobre 2014]

La rabbia di Genova, che tracima insieme al fango dai torrenti inscatolati dal cemento e da palazzoni costruiti dove non si doveva, va ad investire il povero sindaco  di Genova Doria, forse uno degli amministratori liguri meno colpevoli almeno per permanenza amministrativa, di quella  che è ormai diventata la normalità in quella che è considerata la seconda città più pericolosa d’Europa per rischio idrogeologico. Mentre anche gli ultras del Genoa e della Sampdoria si trasformano in ”Angeli del fango” a fianco degli splendidi giovani accorsi a Genova, mentre il Capo della Protezione Civile Gabrielli alza le mani davanti ad una battaglia condotta con armi impari, il nostro Presidente del Consiglio utilizza una tattica tanto sperimentata quanto efficace, cercando di tirarsi fuori dalla melma che sommerge un’intera classe dirigente ed accusando a sua volta: «Adesso tutti a strapparsi le vesti, tutti a indossare la faccia contrita d’ordinanza. Ma diciamoci la verità: del dissesto bisogna occuparsi quando non ne parla nessuno», poi ri-annuncia che il governo utilizzerà su tutto il territorio nazionale due miliardi fino ad ora non spesi per colpa della burocrazia e dà un giusto, ma un po’ peloso, riconoscimento agli “angeli del fango: «I ragazzi che sorridono spazzando via il fango di Genova sono bellissimi e ci dimostrano che c’è una generazione di giovani che non è come viene raccontata in modo superficiale e banale».

Ma  Renzi sa che stavolta, in questo spappolato Paese che aspetta con terrore che arrivi la pioggia e con i commercianti inviperiti e i cittadini genovesi inalberati per come hanno lasciato che la lobby del cemento e delle grandi opere malpensate  riducesse la loro Superba e pericolosa  città, un po’ di retorica non basterà e ammette che «C’è bisogno di sbloccare i cantieri, come abbiamo iniziato a fare con l’unità di missione. Di superare la logica dei ricorsi e controricorsi che rendono gli appalti più utili agli avvocati che non ai cittadini, come abbiamo previsto con il disegno di legge delega sulla Pubblica amministrazione. Di coordinare la protezione civile con un maggior ruolo del livello centrale come prevede la riforma costituzionale del titolo V». Tutte promesse già fatte con sicumera mesi fa e che nessuno o quasi ha visto passare dalla carta al territorio, forse perché, a Genova come altrove, una vera messa in sicurezza del territorio significherebbe prima di tutto abbattere quel che non si doveva costruire, comprese lucrose ed infinite opere pubbliche che si sono rivelate moltiplicatori di rischio. Per Matteo Renzi invece le soluzioni «Si chiamano «Sbloccaitalia, riforma della P.A., riforma costituzionale, riforma della giustizia, cantieri dell’unità di missione le priorità per l’Italia che vogliamo».

Ma lo Sbloccaitalia è davvero quello di cui hanno bisogno l’Italia che frana e Genova che affoga nel fango? No, almeno a sentire l’associazione ambientalista, Legambiente, i cui dati e dossier vengono saccheggiati (spesso senza citarla) in occasioni come queste dai media disattenti prima e sempre pronti a tuonare domani contro gli ambientalisti rompicoglioni che non vogliono lo sviluppo ed il progresso.

Infatti, l’articolo 7 del decreto Sblocca Italia affronta il problema del dissesto idrogeologico con la realizzazione di interventi puntuali, «senza mettere in campo una strategia generale di governo del territorio e dei fiumi e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici – dicono a Legambiente –  a partire dalle aree urbane che oggi sono le più colpite». Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria, fa notare che «A Genova un abitante su sei vive o lavora in zone alluvionabili e, di fatto, la popolazione convive con il rischio idrogeologico in una città insicura e pericolosa. Una politica di adattamento e di mitigazione ai cambiamenti  climatici significa intervenire sulla manutenzione e riqualificazione dei corsi d’acqua, sui sistemi di drenaggio delle acque meteoriche, aumentando la capacità di esondazione dei corsi d’acqua e di permeabilità dei suoli urbani o delocalizzare quelle strutture che oggi causano le condizioni di rischio mettendo risorse su questo. I Comuni però stanno subendo una crisi finanziaria senza precedenti e la Regione ha a disposizione pochi fondi. Così a Genova, ancora una volta l’acqua riprende gli spazi che le sono stati sottratti dell’asfalto e dal cemento».

Legambiente, i cui volontari a spalare il fango a Genova ci sono, manda a dire a Renzi, al governo ed all’opposizione, alle regioni ed ai dominus dell’economia italiana: «Basta grandi opere inutili, è ora di ragionare seriamente sulla prevenzione e la messa in sicurezza del territorio» e ricorda al premier che «Gli investimenti previsti dalla Legge Obiettivo per l’area di Genova parlano solo di grandi infrastrutture: tre miliardi per la Seconda autostrada di Genova “Gronda di ponente”, sei miliardi per il Terzo valico ferroviario, la linea ad alta velocità Milano-Genova in gestazione da oltre 20 anni. A cui si possono aggiungere i 45 milioni di euro previsti per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano, destinato a convogliare le acque del torrente. Per proteggere la popolazione, serve un programma di manutenzione del territorio e di prevenzione del rischio, che fornisca strumenti concreti e fondi per renderli operativi oltre ad un’efficace azione di informazione e formazione dei cittadini sulla “convivenza con il rischio”, per sapere cosa fare in caso di fenomeni come questi».

Ma anche per il ministro dell’ambiente  Gian Luca Galletti la panacea è  “sbloccaitalia”: «I lavori per la messa in sicurezza del Bisagno, con 35 milioni già stanziati e pronti da spendere sono rimasti bloccati per tre anni a causa di un contenzioso presso la giustizia amministrativa. Il risultato è che forse alla fine, nel luglio scorso, la questione giuridica è stata risolta, ma intanto contiamo un’altra vittima e altri ingenti danni. Nel decreto “sblocca Italia”,  abbiamo inserito norme che consentono di velocizzare le procedure amministrative sulle opere strategiche per la messa in sicurezza del territorio. E’ doloroso ripetere che questi cantieri devono partire, partire subito, e partire con decisione estrema, trasparenza estrema, velocità estrema. Il dissesto idrogeologico non aspetta i tempi dei contenziosi amministrativi, uccide e travolge. Quando abbiamo varato l’unità di missione per il dissesto sapevamo che il Bisagno era, assieme al Sarno e al Seveso, una emergenza assoluta. La tragedia di oggi ci dice una volta di più che non è possibile tollerare ritardi e inefficienze».

Il presidente del Cigno Verde, Vittorio Cogliati Dezza, non è per nulla convinto che tutto si possa risolvere scaricando le colpe sulla burocrazia (anche perché i contenziosi blocca-cantieri sono messi in piedi dalle aziende che secondo Renzi e Galletti sarebbero soffocate da quella stesso burocrazia che, alla bisogna, utilizzano ben più che volentieri) ed ha sottolineato che «Occorre invertire la tendenza degli ultimi anni, in cui si è speso circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli Ma abbiamo una politica delle infrastrutture che continua a sostenere le grandi opere, e progetti che continuano a rimanere solo sulla carta, a scapito della sicurezza delle persone e del contrasto del dissesto idrogeologico. Il ministro dell’Ambiente Galletti dichiara che nello Sblocca Italia sono inserite norme che consentono di velocizzare le procedure amministrative sulle opere strategiche per la messa in sicurezza del territorio e afferma la necessità che questi cantieri partano subito. Chiediamo però che a partire sia soprattutto una efficace politica ordinaria di mitigazione del rischio e che si esca finalmente dalla logica dei commissari straordinari».