Miniere sottomarine di profondità: necessaria una gestione ambientale trasparente

"MiningImpact": «La diversità ecologica nelle profondità marine è enorme»

[24 ottobre 2017]

Quali sarebbero le conseguenze per gli ecosistemi  degli abissi se si dovesse iniziare l’estrazione dei depositi sottomarini di minerali? Un simile  sfruttamento essere condotto in modo ecologicamente accettabile? E come possono essere applicate le norme minerarie a migliaia di metri di profondità? Sono le domande alle quali per tre anni ha cercato di rispondere il team di ricercatori del progetto europeo “MiningImpact”  provenienti da 11 Paesi e da 25 istituzioni scientifiche (per l’Italia il Cnr), coordinati dal Geomar Helmholtz Center for Ocean Research di Kiel. Risposte che sono state presentate durante il meeting finale del progetto che si è svolto qualche giorno fa al Museo di Storia Naturale di Londra.  Inoltre, “MiningImpact”  ha presentato  anche le sue  raccomandazioni per la protezione dell’ambiente marino.

“MiningImpact”  è stato finanziato con 9,5 milioni di euro da una joint venture di ministeri della ricerca di 11 Paesi europei (Italia, Belgio, Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito,  Romania e Svezia) nell’ambito della Joint Program Initiative Healthy and Productive Seas (JPI Oceans).

I progetti JPI Oceans MiningImpact sono stati avviati dal ministero Federale tedesco della pubblica Istruzione e della ricerca che ha messo a disposizione per 118 giorni la nave da ric erca scientifica RV Sonne  per una spedizione nell’Oceano Pacifico, el corso di tre crociere, i ricercatori hanno mappato gli habitat,  studiato ecosistemi marini di profondità e il loro funzionamento, oltre a prevedere e identificare le implicazioni ambientali della rimozione dei noduli e del sedimento, la dispersione dei sedimenti in mare e la devastazione causata dalle attività estrattive. Il progetto è iniziato nel gennaio del 2015 ed  durato 36 mesi.

Solo nel  XIX secolo, l’opinione predominante tra gli scienziati era che a mille metri sotto la superficie del mare non ci potesse essere vita. Oggi sappiamo che si sbagliavano di grosso, ma le profondità marine sono ancora un mistero per gli esseri umani e riservano ancora molte sorprese alla scienza.  Come sottolineano al Geomar, «Fino a poco tempo fa era diffusamente creduto che le grandi pianure di profondità del Pacifico centrale fossero molto uniformi e solo molto scarsamente popolate», anche questo era un errore, come hanno scoperto i ricercatori del progetto “MiningImpact”: «La diversità ecologica nelle profondità marine è enorme». E ora dicono che «Questo risultato ha implicazioni per la valutazione dei rischi ambientali delle proposte di miniere di minerali metalliferi dal mare profondo».

Ed è quello al quale i 25 istituti partner del progetto hanno lavorato negli ultimi tre anni. «Volevamo scoprire che cosa accadrebbe nel Pacifico centrale se i noduli di manganese venissero estratti a livello industriale», ha detto il coordinatore del progetto, Matthias Haeckel del Geomar.

Al meeting di Londra sono stati discussi i risultati dei gruppi di lavoro con i soggetti interessati, come le agenzie di regolamentazione, le ONG e le compagnie minerarie, ma sono state presentate anche raccomandazioni concrete su come proteggere l’ecosistema marino.

Secondo il  team del “MiningImpact”, «Una scoperta fondamentale è che l’habitat formato dai noduli di manganese ospita una specifica fauna sessile e mobile. L’abbondanza e la diversità delle specie sono correlate alla densità dei noduli. In numerosi fondali nella zona più importante per i noduli di manganese, la Clarion-Clipperton-Zone (CCZ), si ritrovano specie diverse rispetto agli habitat dei noduli dei pianori». Haeckel  ha evidenziato che «I noduli sono essenziali per preservare la biodiversità nel mare profondo» e gli  scienziati del “MiningImpact” rincarano l’allarme: «I disturbi che influiscono sugli ecosistemi dei noduli durano per molti decenni e influenzano numerosi compartimenti e funzioni degli ecosistemi».

Le raccomandazioni pubblicate dai  ricercatori comprendono l’istituzione di aree protette che abbiano le stesse condizioni ambientali e composizione della comunità delle aree minerarie sottomarine . «Ci sono già zone di protezione nella CCZ – ricorda Haecke – Sono utili, ma sembrano necessarie ulteriori aree protette all’interno delle aree in concvessione. D’altro canto, il progetto ha dimostrato che è già disponibile la tecnologia per il monitoraggio delle miniere di profondità. Tuttavia, è necessario uno scambio di conoscenze tra industria e scienza, nonché una standardizzazione dei protocolli di indagine».

Le raccomandazioni sono indirizzate in particolare all’International seabed authority (Isa) che, basandosi sull’ International convention on the law of the sea (Unclos) gestisce l’intero fondale marino al di fuori delle Zone economiche esclusive  nazionali che si estendono  fino a 200 miglia nautiche. L’Unclos obbliga l’Isa a garantire un’efficace protezione dell’ambiente marino dai possibili effetti negativi dell’estrazione mineraria in profondità. Haeckel spiega ancora che «Per questo l’Isa sta sviluppando quadri giuridici per lo sfruttamento se nel prossimo futuro i primi Stati richiederanno licenze minerarie. Siamo ottimisti sul fatto che i nostri risultati verranno ripresi in questo codice minerario».

I primi piani per estrarre i noduli di manganese dalle profondità marine risalgono agli anni ’70, ma non avena mai superato i pilot trials, I noduli di manganese sono pezzi di minerale a forma di palla o di cavolfiore, che si trovano principalmente su fondali a profondità sotto i 4,000 metri, I noduli non sono fatti solo di manganese, contengono anche ferro e metalli molto ricercati come il rame, il cobalto e il nichel.  Haeckel  conclude: «Lo sforzo tecnico per farli emergere dal mare profondo è ancora estremamente alto, ma la domanda di metalli è in aumento e continuerà a esserlo con una popolazione mondiale in crescita, Dobbiamo essere preparati se un paese vorrà avviare l’estrazione mineraria nel mare profondo».