Il gigantesco squalo megalodon si nutriva di piccole balene

Studio coordinato da paleontologi dell’Università di Pisa, fornisce per la prima volta informazioni sulla dieta dello squalo estinto

[18 gennaio 2017]

Il megalodon (Carcharocles megalodon), il gigantesco squalo estinto che ha ispirato celeberrimi mostri marini’, come il terrificante protagonista de “Lo Squalo” di Steven Spielberg, è  considerato uno dei più grandi predatori mai esistiti sul nostro pianeta: alcuni esemplari potevano superare anche i 16  metri di lunghezza e le loro enormi fauci potevano mordere con una forza 10  volte maggiore di quella dell’odierno squalo bianco.

Ora lo studio “Did the giant extinct shark Carcharocles megalodon target small prey? Bite marks on marine mammal remains from the late Miocene of Peru”, pubblicato su Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology da un team di ricercatori italiani, belgi e peruviani getta nuova luce sulle abitudini predatorie  di questo mostruoso squalo.

Al Dipartimento di scienze della Terra dell’università di  Pisa, che ha coordinato la ricerca, spiegano che «Questo terribile killer del passato è stato identificato dai paleontologi grazie ai suoi resti fossili (principalmente denti e vertebre dalle dimensioni strabilianti ritrovati all’interno di sedimenti marini depositatisi tra 20 e 3 milioni di anni fa circa), ed è ormai ben noto al grande pubblico come uno spietato cacciatore delle balene degli antichi mari. Tuttavia, al netto delle speculazioni, fino ad ora le testimonianze fossili non offrivano molti dati oggettivi circa le abitudini alimentari di questo animale dalla fama leggendaria».

Da più di 10 anni, l’università di Pisa, in collaborazione con quelle di Camerino e Milano-Bicocca e con l’Institut Royal des Sciences Naturelles del Belgio e del Museo de Historia Natural di Lima, conduce ricerche nel deserto costiero del Perù meridionale: una delle aree più ricche al mondo di fossili di cetacei, squali, uccelli e rettili marini.  «Gli scheletri di questi vertebrati – spiegano i ricercatori pisani – affiorano dalla sabbia del deserto eccezionalmente conservati e spesso ancora perfettamente articolati.  I sedimenti che li racchiudono si sono depositati nel corso di milioni di anni su un antico fondale marino, poi emerso a seguito degli intensi movimenti della crosta terrestre che interessano il versante occidentale della catena Andina».

Giovanni Bianucci, professore di paleontologia al Dipartimento di scienze della Terra dell’università di Pisa e coordinatore delle ricerche in Perù, sottolinea che «Uno dei nostri obiettivi è quello di ricostruire, grazie allo studio dei fossili, l’intera fauna che visse in questi mari. Tuttavia non vogliamo limitarci a dare un nome agli animali ma, soprattutto, capire come interagivano tra loro, di cosa si nutrivano e come si sono evoluti nel corso dei milioni di anni».

In studi di questo tipo,  non sono sempre i reperti fossili più completi e spettacolari a fornire i dati più interessanti e inaspettati. E’ infatti grazie ad alcune ossa frammentarie, risalenti a circa 7 milioni di anni fa, che i ricercatori italiani hanno scoperto le lunghe incisioni lasciate dal morso di un grande squalo.

Alberto Collareta, dottorando presso il dipartimento di Scienze della Terra di Pisa e principale autore dello studio, evidenzia che «L’approfondita analisi e lo studio di queste tracce hanno permesso di identificare sia gli animali ‘morsicati’ che il responsabile del morso. I primi sono rappresentati da foche e cetacei (fra cui la Piscobalaena nana, una balena di piccola taglia appartenente alla famiglia oggi estinta dei Cetotheriidae), mentre il loro predatore è ragionevolmente identificabile in Carcharocles megalodon, i cui denti sono gli unici che, per forma e dimensioni, possono aver prodotto le tracce osservate. Questo è un risultato di per sé importante, perché per la prima volta possiamo dare un nome specifico a uno degli ‘ingredienti’ della dieta del Megalodon; ma è anche interessante il fatto che la Piscobalaena nana fosse un mammifero marino di dimensioni relativamente piccole (presumibilmente non superava i 4-5 metri di lunghezza) perché contraddice la credenza secondo cui il Megalodon si nutriva esclusivamente di grandi balene. Se facciamo un parallelo con le abitudini alimentari dello squalo bianco, considerato un analogo moderno e ‘miniaturizzato’ del Carcharocles megalodon, possiamo ragionevolmente ipotizzare che questo gigantesco squalo estinto avesse una dieta ampia e diversificata che, pur comprendendo pesci e molluschi era comunque incentrata sui mammiferi marini di media taglia (foche e cetacei). Al contrario, l’ipotesi secondo cui C. megalodon era un attivo predatore di grandi balene non appare adeguatamente supportata dai dati attualistici. È anche possibile ipotizzare che l’estinzione delle balene di piccole dimensioni, fra cui i Cetotheriidae, intorno ai 3 milioni di anni fa (cioè alla fine del Pliocene) abbia privato questo grande predatore delle sue prede predilette, favorendone l’estinzione».

Binucci conclude: «Il nostro studio non solo contribuisce a conoscere la biologia del più grande squalo mai esistito, ma anche a chiarire le dinamiche evolutive che hanno portato ai grandi cambiamenti nella fauna marina, spesso legati al rompersi di delicati equilibri tra prede e predatori, fino alla messa in posto della fauna attuale».