Gli ambientalisti, chiudere i centri che le allevan in Asia per uso commerciale e illegale

Giornata Mondiale della Tigre, Wwf: «Stop alle Tiger farms» (VIDEO)

Appello di Survival per un modello di conservazione che rispetti le tigri e i popoli indigeni

[29 luglio 2016]

Tigre

In occasione del World Tigrer Day il Wwf denuncia che «Ancora oggi nel mondo asiatico parti di tigri come ossa, pelle, vibrisse, coda, cistifellea e tanti organi vengono usati nella cosiddetta “medicina tradizionale”. Per soddisfare la domanda di questo “mercato” non solo vengono uccisi illegalmente rarissimi esemplari selvatici di tigre ma sono state create strutture, dove, in condizioni disumane, questi straordinari felini vengono allevati».

Gli ambientalisti sottolineano che «L’allevamento a fini commerciali provoca un danno enorme alle tigri. Il commercio di tigri e parti di tigre allevate minano seriamente gli sforzi di conservazione anche perché complicano seriamente la verifica dei controlli, creano una preoccupante copertura per il bracconaggio delle tigri in natura e, non ultimo, contribuiscono a consolidare e aumentare la domanda di organi di tigre, rafforzando il messaggio che la tigre possa essere un amuleto e una panacea per mali incurabili. Le “tiger farm” (sono chiamate così per distinguerle dai bioparchi e dai centri di riproduzione delle tigri a fini di conservazione) sono diffuse in molti paesi asiatici: la loro esistenza rischia di vanificare gli sforzi per la conservazione di questo felino nei paesi dove ancora è presente».

A giugno, in Thailandia è intervenuta in una “tiger farm” ospitata addirittura in un tempio (protetto quindi dalla sacralità delle strutture), dove sono state trovate 137 tigri in condizioni drammatiche e i resti di 40 cuccioli conservati in un congelatore e i resti di altri 30 in contenitori di vetro; inoltre erano presenti oltre 1.000 amuleti realizzati con pelle di tigre. Secondo Michael Baltzer, a capo della Tigers alive initiative del Wwf, «Le immagini scioccanti del ‘Tiger Temple’ con cuccioli di tigre congelati e pronti per il commercio illegale danno una chiara evidenza di ciò che realmente accade dietro le quinte di questo business orrendo rendendo evidente il motivo per cui le Tiger farm devono essere chiuse. La chiusura delle Tiger farms permetterà ai Paesi che ancora ospitano le tigri di raggiungere l’ambizioso obiettivo di raddoppiare il numero delle tigri selvatiche entro il 2022».

Ma, nonostante le richieste di numerose associazioni di vietare l’allevamento di tigri per fini commerciali, questi centri negli ultimi 15 anni sono aumentati. L’Environmental investigation agency dice che attualmente ci sono più di 200 “tiger farms”, soprattutto tra Cina, Laos, Vietnam e Thailandia. Il numero delle tigri che aspettano di essere macellate è compreso tra i 7.000 e gli 8.000 esemplari. «Queste cifre – dice il Wwf – soprattutto se si considera che le tigri allo stato selvatico in tutta l’Asia non superano i 3.900 esemplari, sono seriamente preoccupanti». Ma il Panda sottolinea che «Il processo di chiusura delle “tiger farm” non può avvenire a danno delle tigri in esse rinchiuse: va garantita una buona destinazione e una cura amorevole a tutti gli esemplari oggi maltrattati e sfruttati nelle “tiger farm”: purtroppo si tratta di esemplari che non posso più essere rilasciati in libertà, per il rischio di incidenti con la popolazione locale e di alterare difficili equilibri ecologici».

Per affrontare questo difficile problema servirebbe la collaborazione e il contributo non solo dei governi coinvolti ma anche di istituzioni e partner internazionali ed Edwin Wiek, direttore della Wildlife Friends Foundation Thailandia, evidenzia che «E’ fondamentale che la comunità internazionale intensifichi il sostegno finanziario ai governi interessati in questa drammatica vicenda, con particolare riguardo alla Tailandia, garantendo il futuro benessere delle tigri».

Delle “tiger farm” e della necessità di interrompere il commercio illegale di tigri e loro parti, si discuterà alla prossima conferenza della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites), in Sud Africa, dove il Wwf sosterrà una serie di proposte, che, se adottate, garantiranno un futuro migliore alle tigri. «Molti Paesi dell’area di tigre hanno dedicato notevoli risorse per conservare le loro tigri selvatiche ma questi sforzi vengono intaccati dall’esistenza di queste strutture – conclude Baltzer -. Gli sforzi coordinati dei governi per recuperare tigri selvatiche stanno cominciando a mostrare progressi, ma vanno intensificati gli sforzi per garantire il loro futuro a fronte della perdita di habitat in corso e il bracconaggio: il duro lavoro svolto fino ad ora potrebbe facilmente essere vanificato».

Una politica di salvaguardia delle tigri che non convince Survival International, che ha lanciato un appello per «Un modello di conservazione che rispetti i popoli indigeni e li riconosca come i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale, invece di criminalizzarli e fargli subire violenze».

L’Ong che difende i popoli autoctoni denuncia che «La scorsa settimana un bambino di 7 anni, Akash Orang, è stato ferito gravemente nel Parco Nazionale di Kaziranga, in India, dove le guardie sono incoraggiate a sparare a vista ai sospetti intrusi nel nome della protezione dei rinoceronti e delle tigri. In soli 9 anni, sotto questa famigerata politica dello “sparare a vista” sono state uccise 62 persone; e mentre il turismo viene incoraggiato, gli abitanti indigeni dei villaggi rischiano arresti, pestaggi, torture e persino la morte».

E Survival riattacca nuovamente proprio il Wwf, accusato di promuovere tour commerciali  nel Parco di Kaziranga  e di aver fornito equipaggiamenti e addestramento alle forze dell’ordine. Per questo Survival International ha scritto al direttore del Wwf per sollecitarlo a condannare questa politica.

Un attivista locale ha detto a Survival che «I diritti degli abitanti indigeni vengono logorati dalla paura costante della morte che incombe sulle loro teste… Invece di essere trasformati in nemici, dovrebbero essere proprio loro a prendersi cura del parco nazionale. La politica governativa, invece, li impoverisce e li aliena. Non hanno mezzi di sussistenza e vivono in uno stato perenne di prigionia».”

Bishan Singh Bonal, l’ex direttore del parco, dice che a Kaziranga è «Guerra aperta». Secondo un rapporto del 2014, «Le guardie vengono motivate a giustiziare a vista i sospetti bracconieri con slogan come “non permettere mai ingressi non autorizzati (uccidere gli indesiderati)». Recentemente, 4 funzionari di Kaziranga sono stati arrestati per il loro coinvolgimento nel commercio illegale di fauna selvatica. «Casi come questi  – dicono a Survval – dimostrano che prendere di mira i popoli indigeni distoglie l’attenzione dalla lotta ai veri bracconieri – criminali che cospirano con funzionari corrotti – e danneggia la conservazione».

Srvival dice che l’esempio virtuoso da seguire in India è quello del Biligiriranganatha Swamy Temple Wildlife Sanctuary (Brt), dove agli indigeni Soliga è stato riconosciuto il diritto a vivere nella loro terra ancestrale. «I Soliga – spiega Survival – hanno una profonda venerazione per le tigri e, convivendo al loro fianco, il numero di esemplari di questo animale è aumentato notevolmente – sopra la media nazionale. All’interno della riserva le guardie non hanno pistole e non vige nessuna politica dello “sparare a vista”».

La riserva BRT è stata di elogiata per aver ribaltato la logica della conservazione sia dalla campagna “Save our tigers” realizzata dall’emittente televisiva indiana Ndtv che da BBC Earth e Madegowda C, un Soliga, ha detto che «Il direttore del parco di Kaziranga sta violando i diritti umani e costituzionali dei popoli indigeni. La conservazione delle foreste non è possibile senza le comunità tribali e locali. Gran parte dei funzionari forestali non capisce la relazione tra la foresta e le tribù, devono capire le culture tribali e il nostro stile di vita nella foresta. Siamo i popoli indigeni di questo paese e siamo esseri umani».

Survival è convinta che «Le prove dimostrano che i popoli indigeni sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. Nonostante questo, tuttavia, le grandi organizzazioni per la conservazione continuano a sostenere un modello di conservazione che perseguita i popoli indigeni. Sostengono politiche che hanno conseguenze devastanti per i popoli che vivono nelle riserve, o nei loro dintorni».

Stephen Corry, direttore generale di Survival, conclude: «Alcuni conservazionisti sostengono che questi spari siano un “incidente” isolato. Non è così. È un problema sistemico, il risultato diretto della militarizzazione della conservazione. Gli omicidi extragiudiziali avvengono quando si incoraggiano attivamente le guardie a sparare ai ‘bracconieri. Le potenti organizzazioni per la conservazione dovrebbero condannare a gran voce la violenza del dipartimento forestale, che finanziano e sostengono. A prescindere dal fatto che i conservazionisti siano interessati o meno ai diritti dei popoli indigeni, dovrebbero capire che commettere abusi nei loro confronti li trasforma in nemici della conservazione e questo garantisce il fallimento delle aree protette. Queste strategie segneranno la fine della tigre».

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