È giusto eradicare le specie aliene? Il caso del Parco nazionale Arcipelago toscano spiegato dal suo presidente

A Montecristo e la Scola, da quando non sono più presenti i ratti introdotti dall’uomo «si può stimare l’avvenuto involo di circa 2200 berte minori (a Montecristo) e 1650 berte maggiori (a La Scola)»

[19 maggio 2017]

Sono consapevole che la gestione delle specie cosiddette aliene od invasive è un problema molto delicato, che molte delle persone che fanno quello che è stato il mio mestiere per tutta la vita o condividono con me l’esperienza di amministratore dei parchi, preferiscono non toccare.

Non c’è cosa, almeno nei campi che seguo io, dove la scienza ed il sentire comune, la razionalità e il sentimento vanno in rotta di collisione con più facilità. Quindi parlandone ed esprimendo il mio pensiero sono consapevole di immettermi su una china molto pericolosa che può determinare anche reazioni forti nei miei confronti. Ma non ci posso fare niente, chi mi conosce lo sa bene, io sono fatto così, non riesco a non esprimere il mio pensiero, a metterci la faccia, rispettando sempre le opinioni degli altri e sopratutto la persona che le esprime, ma dicendo apertamente, quando è il caso, che la penso diversamente.

Proprio oggi un caro amico mi ha chiesto: si vede da quello che posti sui falchi pescatori che, al di là di un interesse scientifico e di una cosa che tu reputi giusta, le nascite, la buona riuscita del progetto ti provocano forti emozioni positive. Come riesci a conciliare questa parte di te con la fredda valutazione scientifica che porta ad eradicare una specie da un’isola? Eradicare vuol dire uccidere, non sono animali anche i ratti, così come i cinghiali e i mufloni? È una domanda tutt’altro che stupida.

Certo gli uccelli rapaci hanno sempre suscitato su di me una grande attrazione, fin da quando ero bambino e tuttora dopo aver visto migliaia di volte un volo di rapace, quando mi capita provo un’emozione e sempre così sarà. Figuriamoci quando sono i falchi pescatori che nidificano in Maremma e che sono frutto anche del mio personale lavoro ed impegno. Però quando mi occupo di conservazione della biodiversità e di gestione faunistica riesco sempre ad esaminare la cosa da un punto di vista razionale e scientifico.

E veniamo alle specie aliene ed invasive iniziando con il chiarire cosa si intende con questo termine. Secondo la CBD (Convenzione per la diversità biologica) è aliena “Una specie introdotta dall’uomo intenzionalmente o accidentalmente al di fuori del suo naturale areale distributivo, presente o passato”.

Il grande pubblico non sa che le specie aliene sono la seconda causa di perdita di biodiversità nel mondo, dopo la distruzione del l’habitat, come certifica la più grande organizzazione  mondiale di conservazione della natura, la IUCN. Una prestigiosa e seria associazione ambientalista, Birdlife International, ha scritto in un paper di pochi anni fa, che le specie aliene hanno concorso all’estinzione del 50% delle specie di uccelli che si sono estinte negli ultimi 500 anni (68 su 135) e che delle 179 specie minacciate in modo critico secondo la red list dell’IUCN ben 78 lo sono per lo stesso motivo (44%). Un documento a firma congiunta CBD-IUCN del 2010 per la strategia per biodiversità 2011-2020 ricordava che “L’eradicazione delle specie aliene viene consigliata sopratutto nelle isole, dove le specie invasive fanno i danni più grandi alla fauna e flora autoctone, costituite in gran parte da endemismi, in tempi brevissimi”.

Questa evidenze scientifiche hanno determinato una presa di coscienza delle istituzioni e l’Unione Europea ha emanato il regolamento 1143 che vincola gli stati membri a prendere misure incisive nei confronti delle specie aliene. Lo stesso regolamento ha individuato 37 specie prioritarie da controllare in tutti i modi bloccandone commercio, trasporto, possesso e limitandone la riproduzione perseguendo, quando possibile, l’eradicazione delle stesse. Gli stati membri devono attuare detto regolamento. Quindi cosa dice la scienza e cosa dicono le norme è abbastanza chiaro.

Molto brevemente, e coerentemente, con quanto detto vorrei dare conto dei risultati ottenuti con l’eradicazione del ratto in un isola ed un isolotto all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago toscano (Montecristo e la Scola, vicino a Pianosa) e l’isola di Molara in Sardegna all’interno dell’area marina protetta di Tavolara. In queste isole le specie che erano più oggetto dell’azione dei ratti erano le Berte, la maggiore e la minore. La predazione del ratto avveniva in maniera sistematica sia sulle uova sia sui nidiacei, implumi ed incapaci di difendersi.

I risultati dell’eradicazione del ratto possono apparire straordinari. All’isolotto della Scola nel 2000 erano stimate circa 80 coppie nidificanti di Berta Maggiore ed il successo riproduttivo (la percentuale di giovani involati per ogni coppia) era zero, il che significa che non si involava nemmeno un giovane. Dopo l’eradicazione del ratto nei 10 anni successivi il successo riproduttivo si è assestato tra il 75 e il 90% e la coppie sono oggi circa 250 e fanno involare tra 187 e 225 giovani ogni anno. Risultati analoghi sono quelli ottenuti all’isola di Molara dove l’eradicazione del ratto è stata fatta nel 2008. Anche in questa situazione, ma per la Berta minore, prima dell’intervento il successo riproduttivo era zero e dopo l’intervento si è assestato tra il 70 e l’80%, con una “produzione” di circa 340 giovani berte per anno.

Infine nell’isola di Montecristo, prima dell’intervento fatto nel 2012 il successo riproduttivo della Berta minore era del 6% (l’isola è molto più grande e qualche individuo riusciva a salvarsi) e dopo è salito tra il 75 e addirittura il 95%, e la stima è di circa 440 giovani involati ogni anno.

Nelle due isole dell’Arcipelago Toscano, complessivamente, da quando sono state completate le eradicazioni si può stimare l’avvenuto involo di circa 2200 berte minori (a Montecristo) e 1650 berte maggiori (a La Scola); ma bisogna ricordare anche Giannutri, dove l’eradicazione dei ratti ha permesso dal 2006 a oggi l’involo di un migliaio di berte maggiori.

In più l’eradicazione del ratto ha avuto effetti positivi documentati anche su altre specie, come il Marangone dal ciuffo che ha circa quadruplicato la sua popolazione alla Scola e molto probabili su altre (Pipistrelli, insettivori, ortotteri).

E torniamo al tema iniziale, perché mi emoziono per i falchi pescatori e sono “spietato” con altre specie? Per i motivi che ho cercato di spiegare. Molto sinceramente se i falchi pescatori, anziché essere una specie in difficoltà nel mediterraneo, fossero immessi artificialmente in luoghi al di fuori del loro areale originario e creassero problemi alla conservazione della biodiversità utilizzerei esattamente lo stesso metro.

E veniamo all’aspetto filosofico e delle sensibilità individuali. Io non sono credente, anche se vengo a da una famiglia cattolica e i miei genitori sono stati sposati da un Papa (anche se ancora non lo era diventato), forse per questo ho un profondo rispetto per chi è religioso, che dal mio punto  di vista può decidere di condurre la sua vita secondo i principi che crede, a due sole condizioni: che non voglia imporre a me comportamenti ed azioni che lui ritiene giusti e che  i suoi comportamenti non siano in contrasto con le leggi che democraticamente un paese si da. Venendo a chi ha una sensibilità animalista, a chi decide di mangiare solo vegetali o a ha comportamenti simili, a me personalmente non da nessun fastidio. Se mi chiede una opinione su quanto sia compatibile  con la specie umana un’alimentazione solo a base di vegetali, sopratutto nella fase della crescita, posso esprimere, da biologo, le mie considerazioni, ma per me uno può decidere di fare come crede.

La stessa cosa vale per la gestione della fauna selvatica, se uno pensa che non sia giusto eradicare una specie alloctona uccidendo individui ha tutto il diritto di farlo. Personalmente non provo nessun piacere al pensiero che un animale venga ucciso, anzi penso che quando questo si può evitare è sempre preferibile. Però nel caso delle specie alloctone ed invasive questo per raggiungere un risultato a favore delle biodiversità è spesso inevitabile, tecnicamente od economicamente. Ripristinare un equilibrio a favore delle berte senza l’eradicazione del ratto con un metodo efficace, come quello che è stato utilizzato sarebbe stato impossibile. Noi abbiamo un filmato molto crudo: grazie ad una telecamera istallata in un nido di berta si vede un ratto che uccide il piccolo implume. Alcune persone che l’hanno visto mi hanno detto “è,  però è la natura…”

E invece no,  non è la natura, è l’uomo che ha fatto si che il ratto si diffondesse nelle isole dove le berte si erano evolute e si riproducevano tranquillamente in assenza del ratto. Se un pazzo liberasse 4 tigri siberiane nel parco nazionale d’Abruzzo cosa dovremmo fare lasciarle a mangiarsi i camosci appenninici e gli ultimi orsi marsicani? Certo in quel caso, visto che si tratta di una specie minacciata ìn modo critico cercando con tutti i metodi possibili di catturarle, ma qualunque persona di buon senso non le lascerebbe certo scorrazzare li.

Capisco che cercare di discutere su un certo piano rischia di farmi tornare a un colloquio con mia madre sul credere o non credere, però vogiio fare un’ultima considerazione biologica. Gli animali tra loro combattono si uccidono e c’è chi dice che lo fanno per la sopravvivenza, solo per mangiare… Ma non è sempre cosi a volte i motivi sono altri in natura, come con gli animali da compagnia.  Pensiamo all’animale domestico più amato, il gatto: un esemplare perfettamente alimentato con i migliori croccantini caccia i topi, li cattura, li tortura, gioca “al gatto col topo”. È cattivo? È spietato? No davvero! Segue la sua natura e la sua evoluzione che ha origine nella forma selvatica prima dell’addomesticamento e per la quale era fondamentale l’allenamento continuo. Quindi chi ha un gatto sa che questo può avvenire tutti i giorni senza nessun beneficio per la biodiversità. Noi invece e quelli che come noi hanno eradicato i ratti in numerose isole del mondo, non ne abbiamo torturato neanche uno ed abbiamo salvato migliaia di pulcini.

di Giampiero Sammuri, presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano