Gli esseri umani cacciavano mammut nell’Artico 10.000 anni prima di quanto si credesse

Le prove in uno scheletro di mammut lanoso, macellato 45.000 anni fa a 72° N, nel cuore della Siberia

[15 gennaio 2016]

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Science pubblica lo studio “Early human presence in the Arctic: Evidence from 45,000-year-old mammoth remains” che illustra la scoperta di un team di ricercatori russi che potrebbe cambiare gli inizi della storia dell’uomo e delle migrazioni umane.

I ricercatori spiegano che nell’Eurasia le tracce di esseri umani al di sopra dei  66° N sono scarse e risalgono al massimo a 30.000 a 35.000 anni, fino ad ora il ritrovamento di tracce della antica presenza umana più d settentrionale era quello di un sito a 57° N. Ma Vladimir Pitulko, un ricecatore dell’Istituto per la storia della cultura materiale (IHMC) dell’accademia delle Scienze russa, e i suoi collegi  hanno scoperto le prove della presenza umana 45.000 anni fa  a 72° N,  nel cuore della Siberia, e la prova è costituita da   una carcassa di mammut congelata che  mostra i segni inequivocabili di molte lesioni inflitte da un’arma, sia pre che post-mortem. I resti di un lupo braccato, risalenti più o meno alla stessa epoca, trovati in un altro sito più lontano, «Indicano che gli esseri umani potrebbero essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia settentrionale almeno 10 millenni prima di quanto si pensasse», dicono i ricercatori russi.

Infatti il sito del mammut macellato risale a 45.000 anni fa ed estende la zona popolata dai nostri antenati fino al 72° N, una conquista che probabilmente è stata possibile grazie alla caccia ai mammut, che probabilmente ha permesso agli esseri umani di sopravvivere nelle proibitive condizioni della Siberia settentrionale artica e di diffondersi in altri territori.

Le ossa del mammut lanoso  che potrebbero cambiare la storia umana sono state trovate dal team di Pitulko in una pianura desolata della Siberia e, grazie a loro i ricercatori hanno ricostruito una antichissima scena di caccia: una piccola banda di esseri umani ha attaccato il gigantesco animale lanciando giavellotti con la punta di pietra e lo hanno finito dopo che è crollato a terra. Gli uomini hanno concentrato il loro attacco coordinato sul lato sinistro del mammut, che aveva subito un trauma cranico precedente ed era privo di una  zanna. Il colpo mortale è stato portato all’altezza dello zigomo del mammut, ma la bestia era ormai spacciata.

La scoperta deli antropologi russi è avvenuta in un’area abbastanza vicina alla Beringia, un ponte di terra ghiacciata che collegava l’Asia e le Americhe e che si pensava che gli esseri umani avessero attraversato tra 25.000 e 13.000 anni fa, verso la fine del picco dell’era glaciale, per dare il via alla prima colonizzazione dell’America. Ma Pitulko  getta acqua sul fuoco: «La distanza dal sito di mammut allo Stretto di Bering è di circa 4000 chilometri. E’ una strada lunga strada percorrere, ci sarebbero voluti migliaia di anni per fare il viaggio. Non c’è alcuna prova archeologica che gli esseri umani abbiano  attraversato il ponte di terra 45.000 anni fa. Ma almeno ora sappiamo che gli esseri umani erano nella zona».

La carcassa di mammut macellata è stata scoperta nel 2012 in un’area costiera sulla sponda orientale della Baia dello Yanisey, al centro della Siberia artica. La datazione al radiocarbonio della tibia dell’animale e i materiali circostanti indicano che il mammut è morto 45.000 anni fa. Anche se nel sito non è stato trovato nessun attrezzo usato dall’uomo, le ossa del mammut mostrato segni di ferite e traumi che possono essere stati prodotti solo da armi umane. Le punte di pietra delle lance hanno probabilmente provocato le ammaccature presenti sulle costole del mammut, mentre il danno alla zanna destra  sarebbe stato causato dal tentativo dei cacciatori di asportarla. Il profondo taglio sulla guancia dell’animale ricorda ferite simili viste sugli elefanti moderni quando i cacciatori umani cercano di tagliare le principali arterie vicino alla base del tronco.

Secondo un archeologo specializzato in Paleolitico dell’IHMC, Leonid Vishnyatsky, tutto in questo antico animale ucciso e macellato ci porta a pensare che  i nostri antenati avrebbero lasciato l’Africa per diffondersi nel resto del Pianta prima di quanto si pensasse finora. Vishnyatsky, che non ha partecipato allo studio, fa notare che «Per penetrare oltre i  70 gradi Nord, come suggeriscono queste prove, i nostri antenati nati ai tropici, presumendo che questi pionieri artici appartenessero alla nostra  pecie Homo sapiens, probabilmente avevano cominciato la loro odissea al di fuori dall’Africa e in Eurasia prima di 50 o 60 mila anni fa. Prima di arrivare così a nord, avrebbero dovuto imparare a sopravvivere in molti diversi tipi di ambienti, il che non succede in una notte».

Pitulko non ha alcun dubbio che i cacciatori che hanno ucciso e macellato il mammut fossero esseri umani moderni: «Respingo del tutto l’idea del coinvolgimento di Neanderthal nel caso I Neanderthal erano ancora vivi 45.000 anni fa, ma non c’ è alcuna indicazione  che nessuno di loro altrove si si sia avventurato oltre i 48 gradi Nord. Inoltre, gli uomini di Neanderthal sono noti per essersi installati in territori montani, più o meno elevato, mentre stiamo parlando di territori aperti».

Anche Ripan Malhi, un antropologo dell’università dell’Illinois, è molto interessato ala scoperta russa, perché potrebbe avvalorare l’ipotesi che l’insediamento umano del Nuovo Mondo è stato preceduto da una sosta durata millenni nella Beringia, che si sarebbe protratta fino a 20.000 annifa. Malhi pensa che «Gli adattamenti e le prime tecnologie che hanno permesso all’uomo di vivere nella regione artica, supportano l’idea che gli antenati degli attuali nativi americani siano vissuti nella Beringia per un lungo periodo prima di popolare le Americhe».  Ma John Hoffecker, un  paleoantropologo dell’Università del Colorado – Boulder, è più cauto: «Non credo che i nuovi ritrovamenti supportino necessariamente  l’ipotesi “Beringia standstill”. Però colmano altre lacune, confermando che gli esseri umani erano nell’Artico 45.000 anni fa, e forse nella Beringia nello stesso periodo».

Per Vishnyatsky  la domanda interessante da farsi ora è cosa ha portato i primi esseri umani in una regione così remota e ad affrontare situazioni climatiche estreme: «Sembra improbabile che  Nord dell’Eurasia a quell’epoca  fossero presenti fattori quali la carenza di territorio e la pressione demografica».   Hoffecker  propone una possibile risposta: «Potrebbe semplicemente darsi che l’Artico non fosse così duro come è ora, così l’uomo ha prontamente usato i suoi progressi nelle tecniche di caccia al  mammut per seguire le sue prede più a nord. Per esempio, prove provenienti dai dati del ghiaccio della Groenlandia suggeriscono che l’emisfero settentrionale 45.000 anni fa stesse attraversando un periodo molto caldo. Ora abbiamo la conferma che a quell’epoca gli esseri umani erano presenti al di sopra del Circolo Polare Artico, e forse anche in Beringia, e tutto questo ha senso».