Gli indios Rama contro il Canale del Nicaragua

Riuscirà un piccolo popolo a fermare il governo sandinista e i cinesi dell’ HKND?

[28 agosto 2015]

Canale del Nicaragua 1

Rama Cay è un’isola di 22 ettari che emerge dal mare a circa 1,5 Km dalla costa caraibica del Nicaragua, sull’isola vivono 2.000 Rama,  circa la metà di un piccolo popolo indigeno che, a differenza della maggioranza dei nicaraguensi che parlano spagnolo, parla Rama Cay Kriol,  un creolo inglese ormai incomprensibile per chi parla inglese standard. I Rama vivono soprattutto di pesca e di agricoltura di sussistenza, che praticano nei loro territori sul continente. Come racconta Emily Liedel su Hakai Magazine nell’articolo “The Rama Versus the Canal”, Becky McCray che, diversamente dalla maggior parte dei Rama, ha una laurea e parla fluentemente lo spagnolo, è diventata l’avvocato delle comunità indigene della regione caraibica del Nicaragua che, storicamente, hanno pessimi rapporto con il governo sandinista di Managua. Ora la McCray è soprattutto impegnata a proteggere il territorio di Ramache sarebbe diviso in due dal canale interoceanico del Nicaragua e sottolinea: «Dove andranno a mettere il canale è dove la nostra gente va a pescare. Sopravviviamo di questo». Infatti, il territorio ancestrale dei Rama si estende anche lungo la costa caraibica del Nicaragua, più o meno dal confine con la Costa Rica fino quasi a Bluefields, un’area dove al tempo della guerra civile comandavano i contras della destra anti-sandinista. I rama dividono Il loro territorio con i Kriols, i discendenti degli schiavi africani che hanno adottato il loro stile di vita. I Rama-Kriols vivono in 9 insediamenti ed il loro territorio si estende su 4.843 Km2, dove pescano, cacciano, coltivano e allevano animali. Se il progetto del grande canale del Nicaraga andrà avanti, questa regione verrà spezzata in due.

Il canale è stato proposto al governo sandinista dal miliardario cinese Wang Jing e dovrebbe essere gestito da una sua compagnia, Hong Kong Nicaragua Development Group – HKND. Un’opera colossale che dalla costa del Pacifico, attraverso il lago Nicaragua, raggiungerà la costa caraibica, radendo al suolo almeno un villaggio Rama, ma soprattutto interrompendo i collegamenti via terra tra il nord e il sud del territorio  Rama-Kriols, almeno per come gli indigeni si spostano ora, con piccole imbarcazioni a motore o canoe di legno. Le zone di pesca dei  Rama non saranno più al sicuro con il traffico di grandi navi lungo il canale ed al suo imbocco/uscita. Inoltre, le tecniche agricole dei Rama comportano una rotazione dei campi all’interno della costa, quindi i terreni fertili diventeranno in gran parte inaccessibili.

I Rama sono solo un piccolo con pochissimo peso nella politica del Nicaragua, ma hanno sollevato la questione del devastante impatto ambientale del nuovo canale davanti ad una corte internazionale, dando così un barlume di speranza agli oppositori di quella che potrebbe rivelarsi una catastrofe ecologica e sociale.  I più preoccupati di tutti sono i Rama del villaggio di Bangkukuk Taik, a circa due o tre ore di navigazione a sud di Rama Cay. Un picolissimo centro dove vivono 140 persone, una quindicina delle quali parlano ancora solo il Rama, una lingua della famiglia chibcha simile a quella che parlano gli indios della Colombia. Bangkukuk Taik è uno tra i più isolati dei 9 villaggi del territorio Rama-Kriol e l’unico dove si insegna ancora la lingua Rama ai bambini. Il progetto del Canale cancellerà Bangkukuk Taik trasformandolo nel porto in acque profonde di accesso dai Caraibi di Punta de Águila.  Le capanne di legno su palafitte verranno sostituite dai grattacieli e la costa cancellata dalle infrastrutture portuali, gli indigeni saranno costretti a trasferirsi.

La McCray sta cercando di evitare che questo accada  dal giugno 2013, quando l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha approvato la legge per la concessione del Canale, ma lei e il suo popolo sono stati ostacolati in ogni modo e tenuti fuori da ogni consesso dove si decide il destino del loro territorio..

I Rama sono appoggiati da attivisti come Maria Luisa Acosta, che difende i diritti umani e che a partire dalla fine degli anni ’90 ha difeso in ogni istanza questo piccolo popolo. La Acosta si è opposta alla legge sul Canale, aggiungendo la denuncia dei Rama alle altre 31 istanze contrari che sottolineavano la violazione di leggi ambientali, dei diritti umani e della sovranità nazionale, ma la Corte Suprema del NIcaragua ha rigettato tutte le denunce perché la legge è stata approvata dall’Assemblea nazionale con una vasta maggioranza e perché lo sviluppo ha la precedenza su tutto. Eppure, secondo diritto internazionale e del Nicaragua, le popolazioni indigene devono dare il loro ” consenso libero, informato e preventivo” a qualsiasi progetto che interessi il territorio o stile di vita della comunità. Secondo Manuel Coronel Kautz,  presidente della Canal Authority del Nicaragua, al momento del voto l’Assemblea nazionale era in possesso di documenti dei Rama-Kriol che autorizzerebbero il governo a costruire il canale, ma non è in grado di produrre quei documenti. Anche Telemaco Talavera, portavoce della Canal Commission, ha dichiarato che la Commissione dispone di tutte le autorizzazioni necessarie dei Rama-Kriol per effettuare studi e altre attività sul loro territorio. Ma il governo comunitario dei Rama-Kriol ha risposto di aver autorizzato solo studi sull’impatto ambientale e sociale e molti mesi dopo l’approvazione della legge. Inoltre i  Rama-Kriol  dicono di aver concesso questi permessi solo dopo che il governo nazionale ha portato i consulenti ambientali dell’HKND nel loro territorio con una scrta armata di militari, provocando paura tra le comunità.

La Acosta ha quindi buon gioco a dire che il governo non dispone del consenso libero e informato degli indigeni per passare con il canale nelle terre dei Rama-Kriol e nel giugno 2014 ha presentato una denuncia presso la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (CIDH). A dicembre ha chiesto che la CIDH prenda misure precauzionali che impedirebbero di andare avanti con i lavori del canale del Nicaragua  fino a quando i Rama non saranno adeguatamente consultati.

A marzo, Acosta, McCray ed altri 5 attivisti anti-Canale sono andati a Washington per un’audizione alla  CIDH dove la McCray ha rappresentato i 6 gruppi indigeni il cui territorio è interessato dal tracciato del canale, gli altri hanno parlato gli impatti ambientali legati al canale, della repressione poliziesca contro i  manifestanti e di altre violazioni dei diritti umani. La McCray ha citato tre articoli della legge sulla concessione che danno esplicitamente alla Canal Commission il diritto di espropriare terra indigena, poi ha accusato il governo sandinista di aver violato le norme internazionali con le consultazioni farsa delle  comunità indigena, pagando gli indigeni, molti dei quali sono analfabeti perché partecipassero a riunioni alla fine delle quali subivano pressioni per firmare documenti che non potevano capire.

Anche se la CIDH non si è mai messa contro i governi quando si tratta di grandi opere (per esempio ha respinto le istanza degli indios brasiliani contro la gigantesca diga di Belo Monte) ha però dovuto studiare meglio gli impatti ambientali del Canale. Per la Acosta si tratta di passo nella giusta direzione: «E’ la prima volta che qualcuno chiede che il governo fornisca informazioni. Nessuna delle altre organizzazioni internazionali o delle autorità di regolamentazione lo ha ancora fatto». Se il governo non riuscirà a rispondere ai rilievi della CIDH o ignorerà le sue raccomandazioni, la Commissione può inviare il caso procedere alla Corte interamericana dei diritti umani, le cui sentenze sono giuridicamente vincolanti per i 25 Stati, Nicaragua compreso, che hanno accettato la sua giurisdizione

Anche se l’accordo di concessione con i cinesi dell’’HKND non fa alcun riferimento a particolari territori indigeni, Kautz assicura che i popoli indigeni saranno trattati in modo diverso rispetto ai normali proprietari terrieri.  A parte i Rama, il cui territorio sarebbe probabilmente il più devastato, almeno altri quattro popoli indigeni si troveranno ad affrontare forti disagi a causa del Canale. Eppure la legge nicaraguense vieta esplicitamente che la terra indigena possa essere acquistata o venduta, ma Kautz e la sua Canal Commission hanno trovato la soluzione: la terra indigena verrà affittata, non espropriata. Il problema, come fanno rilevare gli oppositori, è che questo non è contemplato dalla legge per la concessione e l’affitto in realtà è un sequestro a basso costo. In realtà, dice la  Acosta, legge sulla concessione del Canale dà all’HKND il diritto di espropriare terreni in tutto il Paese, a prescindere dal fatto che il canale venga davvero  costruito. I Rama perderanno così  il loro territorio, verranno sfollati per far posto  a campi da golf e beach resort, anche se il canale di Nicaragua non verrà mai costruito.

E non sarebbe la prima volta: alla fine degli anni ’90 il governo del Nicaragua approvò un “canale secco”, un  percorso via terra che avrebbe tagliato in due il territorio della comunità. Le azioni legali dei Rama contro l’opera non ebbero successo, ma alla fine non venne comunque costruitsa perché economicamente insostenibile e per ragioni politiche. Forse i Rama riusciranno ad evitare per la seconda volta che la loro terra ancestrale venga spezzata in due, ma sanno che senza il sostegno della comunità internazionale non sarà possibile. Aver portato il loro caso davanti alla CIDH è per i Rama probabilmente migliore occasione per un intervento internazionale significativo, ma resta da vedere se questo barlume di speranza sia sufficiente a proteggere il loro territorio e mantenere viva la loro cultura.