Gli indios tra la minaccia dell’oro e quella dei guerriglieri: in Venezuela si stringe la morsa

[22 novembre 2013]

«In tutti i Paesi del bacino amazzonico si fanno discorsi ambientalisti, però tutti si incontrano con le multinazionali per fare strade, miniere o sfruttare le foreste»: è l’impietosa analisi che Gregorio Díaz Mirabal, un indio curripaco che vive nel sud del Venezuela, fa in un’intervista rilasciata ad Humberto Márquez, corrispondente del venezuelano Ips, e pubblicata su Tierramérica.

Nel Venezuela del socialismo bolivariano le cose non si mettono bene per le popolazioni autoctone. Díaz Mirabal, coordinatore dell’Organización Regional de Pueblos Indígenas del Amazonas (Orpia), che riunisce 17 delle 20 etnie dello Stato venezuelano dell’Amazonas, spiega che «In questo paese ci sono più di 50 norme che favoriscono i diritti degli indigeni, però è difficile attuarle e le per le decisioni sui nostri problemi ci si consulta principalmente con gli indigeni che hanno incarichi nel governo»,

L’Orpia è stata fondata nel 1993 per difendere i diritti di 19 gruppi che vivono nell’Amazonas, che rappresentano ben il 70% della popolazione dello Stato, ma che sono politicamente emarginati.

In questo Stato federale venezuelano vivono 20 popoli indigeni: Bare, Bniva, Curripaco, Guanono, Hoti, Inga, Jivi; Kubeo, Maco, Piaroa/Uwottyjas, Panare, Piapoco, Puinave, Saliva, Sanema, Warekena, Yabarana, Yanomami, Ye’Kuana, Yeralche scelgono i loro leader  ogni tre anni in una Gran Asamblea.

Le comunità indigene occupano radure aperte nella selva e accanto ai fiumi, sfruttando un ambiente rigoglioso ma fragile. L’Orpia ha l’obiettivo di tutelare gli ideali dei popoli indigeni per preservare la loro identità sociale, storica e culturale e per un benessere, progresso e sviluppo in armonia con la natura e con tutte le etnie dell’Amazonas.

Ma queste buone intenzioni sono minacciate. Mirabal spiega: «E’ il caso della concessione all’impresa cinese Citic per fare una mappa mineraria del Venezuela. Non vogliamo lo sviluppo minerario, ma nemmeno che ci criminalizzino come destabilizzatori o agenti della Cia o dicano che difendiamo altri interessi stranieri». A giugno 11 organizzazioni etniche dell’Amazonas avevano chiesto di incontrare il presidente del Venezuela Nicolás Maduro per discutere di una moratoria sull’esplorazione mineraria accordata alla Citic e soprattutto per chiedergli che vengano demarcate le terre ancestrali delle tribù.

Guillermo Arana, un leader del popolo  piaroa/uwottyjas,  che vive nella comunidad di Caño de Uña, sotto il tepuy di  Autana, ha detto a Tierramérica «Non abbiamo altro modo, per sostenere la nostra vita, che quello di difendere l’ambiente, il nostro habitat, siamo i guardiani dell’Amazonia per salvare il pianeta». Questo popolo indio che vive a diverse ore di navigazione sui fiumi Orinoco, Cuao y Autana da Puerto Ayacucho, la capitale statale a 400 km a sud di Caracas, è il custode del tepuy Wahari-Kuawai, “albero della vita”. L’Amazonas si estende su 184.000 km2, all’interno dei quali le miniere sarebbero proibite da una legge del 1989 ma la maggior parte del territorio non gode di nessuna protezione ambientale. La demarcazione dei territori indigeni è stabilita addirittura dalla Costituzione del Venezuela del 1999 ed una commissione nazionale, diretta dal ministero dell’ambiente, avrebbe dovuto attuarla. Ma l’ultimo rapporto sulla demarcazione risale al 2009 ed elenca 40 titoli di proprietà collettiva e 73 comunità di una decina di popoli, con solo 15.000 persone. Non è stato  approvato nessun titolo di proprietà per una intera etnia  delle 40 che popolano il Venezuela, qualcuno riguarda delle comunità, ma nessuna dell’Amazonas.

César Sanguinetti un deputato nazionale curripaco eletto nelle fila del Partido Socialista Unido de Venezuela  (Psuv) al potere, cerca di minimizzare: «E’ un processo complesso per la multietnicità, varie etnie che vivono in uno stesso territorio, e perché lì convergono mandati legali sui popoli indigeni con norme su ambiente, sicurezza, ambiente e frontiere. Lo Stato ha avuto disposizioni di procedere prontamente alla demarcazione dei territori, già prima che finisca quest’anno».

Un altro deputato indigeno del Psuv, José Luis González dell’etnia pemón, presidente de la Comisión de Pueblos Indígenas del parlamento di Caracas, propone: «Potremmo fare da ponte per una riunione con Presidente se è necessario. Ma già ora il titolo che risulta dalla demarcazione  permetterà alle comunità di rafforzare la loro proprietà collettiva e di esigere con più forza i loro diritti, pero non quelli che hanno a che fare con le miniere illegali».

Intanto i tecnici cinesi della Citic sono già al lavoro in diverse aree del Venezuela per studiare il potenziale minerario delle “bullas”, le miniere artigianali nelle aree alluvionali, che si moltiplicano nell’Amazonas, gestite quasi sempre da cercatori d’oro brasiliani, colombiani e di altri Paesi latinoamericani. Sono loro il flagello delle comunità indios: deforestano, contaminano i fiumi con il mercurio per estrarre l’oro e sfruttano le popolazioni locali. Luis Shatiwe, un attivista yanomami che lavora nell’Alto Orinoco, alla frontiera col Brasile, denuncia su  Tierramérica: «Abbiamo incontrato indigeni marchiati con numeri sulle braccia dai minatori che li usano come proprietà, li fanno lavorare in cambio di quasi nulla: un po’ di cibo, rum, qualche machetes. Li impiegano per trasportare carichi e le donne per i servizi».

José Ángel Divassón, vicario apostolico dell’Amazonas, attacca: «Questi popoli non sono stati consultati, come dice la Constituzione, sull’accordo con la Citic. Il che aggrava un dato della realtà: da 30 anni abbiamo miniere illegali, soprattutto nell’Alto Orinoco».

Anche la geografia gioca contro le tribù indigene, il confine occidentale dell’Amazonas e la frontiera  fluviale con la Colombia, lunga ben 690 km, da qui transitano beni essenziali come la benzina per le barche, utensili e materiali vari, è la patria del contrabbando, favorito dalla differenza di prezzi con gli altri Paesi. In Venezuela un litro di benzina costa 1,5 centesimi di dollaro in Colombia 100 volte di più.

Gli indigeni denunciano anche un altro pericolo: nei loro territori fanno incursioni, si accampano si approvvigionano e dettano legge i guerriglieri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc), trasformatisi ormai dal vecchio movimento marxista-leninista in bande di trafficanti di cocaina,  contrabbandieri e protettori/taglieggiatori delle miniere illegali d’oro.

Il governatore dell’Amazonas, Liborio Guarulla, un indigeno che si oppone da sinistra al governo di centrale di Maduro, ha riassunto così la situazione in una recente conferenza stampa alla quale hanno partecipato giornalisti stranieri: «L’oro e la guerriglia causano stragi. La guerriglia si comporta come un’avanguardia che protegge il commercio delle miniere illegali, violando gli spazi indigeni e danneggiando l’ambiente».

A maggio le comunità piaroa/uwottyjas si sono incontrate con dei rappresentanti delle Farc e gli hanno detto che i guerriglieri colombiani devono abbandonare i loro territorio. José Carmona chamán e leader del del Consejo de Ancianos de Caño de Uña, è molto preoccupato: «Qui sono arrivati i guerriglieri e ci dicono che sono rivoluzionari e che lottano contro l’impero. Però noi siamo gente di pace, non vogliamo armi ma vivere pacificamente nei territori che ci appartengono».