Gli orangutan sono in grado di “parlare” del passato e fabbricano utensili meglio dei bambini

Le mamme orango utilizzano il riferimento dislocato per avvisare i cuccioli della presenza di potenziali predatori, sembrano gli unici primati non umani in grado di farlo

[16 novembre 2018]

Adriano Lameira e Josep Call, della School of Psychology and Neuroscience dell’università scozzese di St Andrews, hanno pubblicato su Science Advances lo studio “Time-space–displaced responses in the orangutan vocal system” che dimostra che le madri orangutan che vivono allo stato selvatico utilizzano un fenomeno vocale unico per avvertire la loro prole e che questo ha affinità con il riferimento dislocato, una caratteristica del linguaggio e della cognizione umani che descrive la nostra capacità di parlare di eventi avvenuti in passato o che si svolgeranno in futuro, cosa che non sembrano in grado di fare le altre grandi scimmie.
All’università di St Andrews spiegano che «I riferimento dislocato è presente in tutte le lingue del mondo, tutti gli scambi sociali quotidiani vengono assicurati da questa capacità. Come esseri umani, ci segnaliamo costantemente e ci informiamo a vicenda su cose o eventi che non sono presenti oche non stanno succedendo proprio nel tempo e nel luogo dei nostri dialoghi. Nonostante questa universalità e prevalenza nella lingua umana, non erano stati segnalati casi naturali di riferimento dislocato nei nostri parenti più stretti, le grandi scimmie. E’ molto raro in natura e il modo in cui tale caratteristica potrebbe essere emersa da un sistema ancestrale nella lignaggio umano e si sia evoluta fino a diventare un segno distintivo del linguaggio rimane, quindi, in gran parte oscuro».
Lameira e Call hanno scoperto che, di fronte a rappresentazioni di predatori, le madri di orangutan di Sumatra (Pongo abelii) sospendevano i loro richiami di allarme fino a 20 minuti fino a quando il modello non era visibile e spiegano che «I soggetti ritardarono le loro risposte vocali in funzione del pericolo percepito per sé stessi, ma quattro principali previsioni per i meccanismi basati sullo stress non venivano soddisfatte. Viceversa, il ritardo vocale era anche in funzione del pericolo percepito per un altro, un cucciolo, il che suggerisce una cognizione di alto livello. I risultati suggeriscono che il riferimento dislocato nel linguaggio probabilmente originariamente si basava su un comportamento simile in un ominide ancestrale».
Lameira sottolinea che «Per la prima volta, nel nostro studio, è stato osservato che delle grandi scimmie selvatiche hanno utilizzato riferimenti dislocati l’una con l’altra. Vale a dire, le madri selvatiche di orangutan di Sumatra soppesano il pericolo rappresentato dai predatori e aspettano che sia sicuro informare i loro cuccioli non indipendenti. Questi risultati dimostrano che la comunicazione vocale degli oranghi selvatici è dotata di una caratteristica sorprendentemente simile al riferimento dislocato così come lo si trova nel linguaggio umano, dal momento che le madri degli orangutan rispondono solo vocalmente all’incontro con un potenziale predatore dopo che il predatore è scomparso. I risultati mostrano che il comportamento vocale delle grandi scimmie è basato su un meccanismo cognitivo di alto livello molto più potente di quanto si supponesse tradizionalmente. Il comportamento vocale non è semplicemente una reazione riflessa o condizionata verso il pericolo, ma un comportamento misurato e controllato».
I due ricercatori dicono che «I risultati suggeriscono che queste nuove capacità comunicative potrebbero essere emerse lungo il clade umano grazie a una convergenza di comportamenti vocali comuni con delle capacità cognitive avanzate, come si trovano nelle grandi scimmie».
Anche se lo diamo per scontato, il riferimento dislocato, o la capacità di discutere di oggetti ed eventi non fisicamente presenti in un dato momento, è in realtà una capacità impressionante. Pensate solo se il vostro cane potesse raccontare a un suo simile cosa ha fatto con voi al parco mentre gli lanciavate la palla o gli grattavate la pancia…. Ora sappiamo che anche le mamme orango possano “parlare” del passato.
Lameira e Call hanno studiato 7 femmine di orangutan di Sumatra che erano state indotte a pensare che ci fossero dei potenziali predatori che, in realtà, erano i due scienziati camuffati con strisce simili a quelli delle tigri o con macchie di vari colori. Durante 24 di queste simulazioni Lameira e Call hanno registrato 12 casi di madri che lanciavano avvertimenti ai loro cuccioli e 12 casi in cui sono rimaste in silenzio.
Le femmine di orango che hanno lanciato l’allarme lo hanno fatto dopo aver aspettato in media 7 minuti, il che significa che forse hanno avvertito altri oranghi nelle vicinanze che poteva ancora esserci un pericolo, anche se non era più visibile, oppure stavano chiedendo «Prima hai visto quella tigre dall’aspetto davvero strano?»
E’ anche possibile che le femmine di oranghi fossero così paralizzati dalla paura da aver riacquistato il controllo solo dopo che la minaccia era passata, ma diversi fattori hanno indotto i ricercatori a sospettare che il lasso temporale tra l’avvistamento del falso predatore e l’allarme fosse una mossa calcolata. Alcune delle mamme orangutan si sono allarmate non appena hanno notato la minaccia, afferrando i loro bambini e portandoli in salvo: si sono solo mosse in silenzio per non attirare l’attenzione.
Inoltre gli autori dello studio hanno anche osservato delle correlazioni tra i periodi di allerta, il tempo di allerta e la distanza della madre da un predatore percepito, così come l’età dei cuccioli coinvolti. Più un predatore si avvicinava, più bassa era la probabilità che gli oranghi emettessero un richiamo di qualsiasi tipo. Quelli che gridavano tendevano ad aspettare più a lungo di quelli situati a distanze maggiori dai predatori. Più piccolo era il cucciolo, più sua madre ha lanciato l’allarme, anche se era passato poco tempo da quando il predatore si era allontanato.
Lo studio puntava a capire come i richiami di allarme funzionino sia come segnali di un pericolo in atto che a come strumento educativo per insegnare ai figli le potenziali minacce.
L’intelligenza degli oranghi è nota e solo la scorsa settimana, lo studio “Spontaneous innovation of hook-bending and unbending in orangutans (Pongo abelii)”, pubblicato su Scientific Reports da un team delle università di Vienna e di St Andrews di cui faceva parte Call, ha dimostrato che questi nostri parenti sono più bravi a fabbricare un uncino, per afferrare un canestro posto in fondo a un tubo messo in verticale, rispetto a bambini dai 5 agli 8 anni e ricerche precedenti hanno evidenziato che la capacità di imparare negli oranghi dipende dall’osservazione e che non fanno affidamento solo sull’istinto.
Gli oranghi hanno realizzato un amo in fondo a un filo rigido piegandolo con i denti e con la bocca e poi con quello hanno agganciato il canestro. La principale autrice di questo studio, Isabelle Laumer dell’università di Vienna, ha spiegato che «La risoluzione di problemi complessi è stata associata ad alcune aree della corteccia prefrontale mediale, che maturano più tardi nello sviluppo del bambino». Calll aggiunge: «Scoprire questa capacità in uno dei nostri parenti più stretti è sorprendente. Nell’evoluzione umana gli strumenti a uncino appaiono relativamente tardi: gli ami e gli arpioni, oggetti curvi, risalgono a circa 16.000 – 60.000 anni fa. Questo strumento per afferrare potrebbe rappresentare uno dei primi e più semplici strumenti di cattura usati e realizzati dalle grandi scimmie e dai nostri antenati».
Tornando allo studio più recente, Lameira conclude su Science che «La capacità dell’orango di aspettare prima di rispondere agli stimoli è un segno delle sue capacità intellettuali. Questa abilità, insieme alla memoria a lungo termine dei primati, alla comunicazione intenzionale e al controllo raffinato dei muscoli laringei, forse un giorno potrebbe portare all’evoluzione del linguaggio delle scimmie, o a una qualche somiglianza con il linguaggio usato dagli esseri umani».