Gli spiaggiamenti di cetacei e tartarughe in Toscana nel 2017, il monitoraggio dell’Arpat

La Toscana è la regione con il più alto tasso di spiaggiamenti in Italia

[21 maggio 2018]

Secondo l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) «I trend storici dei dati dei recuperi toscani di cetacei e tartarughe mostrano un incremento negli ultimi anni. Questo fatto non è da attribuire ad un reale aumento della mortalità di questi animali, ma piuttosto ad una maggiore efficienza della rete regionale di recupero, che opera sempre più come sistema integrato e coordinato grazie alla realizzazione dell’Osservatorio toscano biodiversità della Regione Toscana».

Come spiega Cecilia Mancusi dell’Arpat, «La rete regionale per il recupero di cetacei, tartarughe e grandi pesci cartilaginei, costituitasi nel 2007 e consolidata anche grazie alle attività del progetto transfrontaliero Gionha, è oggi in via di consolidamento soprattutto grazie alle attività di coordinamento della Regione Toscana e al suo Osservatorio Toscano per la Biodiversità di cui alla L.R. 30/2015 (ex Osservatorio dei cetacei). All’interno di questa rete, e nell’ambito di una procedura standardizzata di intervento, Arpat riveste un ruolo di coordinamento tra le diverse parti interessate. Alla fine di ogni anno di attività Arpat redige un report sul monitoraggio svolto, sui numeri e le specie registrate, i campioni analizzati ecc., riportando dati ed elaborazioni che in parte erano stati anticipati in occasione del workshop del 4 maggio 2018 su “Il Sistema Toscano per il controllo e la salvaguardia delle acque di balneazione e dell’ambiente marino”

Da questo rapporto emerge che nel 2017 lungo le coste toscane si sono registrati 48 ritrovamenti di cetacei, più del doppio rispetto al 2017. Il 58% dei ritrovamenti ha riguardato le stenelle (28 – 58%), seguite dai tursiopi (13 – 27%), da un capodoglio e dauno zifio, mentre 5 piccoli cetacei odontoceto (11%) sono rimasti indeterminati a causa del pessimo stato di conservazione che non ha permesso un’esatta determinazione della specie.

La Mancusi sottolinea che «Nell’87,5% dei casi si è trattato di spiaggiamenti di carcasse sugli arenili mentre per il 12,5% dei casi (6 stenelle) i delfini erano ancora vivi ed hanno ripreso il largo. La distribuzione degli spiaggiamenti nell’arco dell’anno mostra che il 52% si è concentrato nei mesi invernali dicembre-marzo e maggiormente nella provincia di Livorno (60%)».

Il rapporto riguarda anche l’attività di recupero di 50 esemplari di tartarughe marine, tutti appartenenti alla specie più comune Caretta caretta.

Mentre l’Arpat dice che «Per i grandi pesci cartilaginei si sono registrate 21 segnalazioni (per un totale di 24 animali) di cui 11 erano eventi di avvistamenti, tra cui 10 esemplari di verdesca e 1 di squalo mako e 13 esemplari catturati in modo accidentale da attrezzi da pesca. Tra gli squali catturati accidentalmente da attrezzi da pesca, 8 erano ormai morti ma 5 (4 verdesche e 1 mako) erano ancora vivi e sono stati immediatamente rilasciati».

La Mancusi evidenzia che «Su 14 cetacei e 9 tartarughe è stata eseguita una necroscopia, da parte dei veterinari dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana sede di Pisa, per cercare di stabilire le cause di morte (vedi Report 2017 Rilievi diagnostici post mortem nei cetacei spiaggiati in Italia del Centro di Referenza Nazionale per le Indagini Diagnostiche sui Mammiferi Marini spiaggiati). Lo scheletro dello zifio è stato recuperato dal Museo di Calci dell’Università di Pisa. Su questi esemplari, benché non sempre le carcasse presentassero buone condizioni di conservazione, è stato eseguito un esame anatomo-patologico completo, ricerche batteriologiche, virologiche, parassitologiche, istologiche, sierologiche, genetiche e biotossicologiche. In relazione a queste ultime va specificato che i contaminanti specifici quali PPCB, Hg e pesticidi sono stati ricercati dall’università di Siena, che si è occupata anche di indagare la presenza di plastiche ingerite.Le indagini necroscopiche condotte sulle tartarughe hanno evidenziato segni legati ad un traumatismo, probabilmente rappresentato da collisioni con natanti e si conferma inoltre che spesso la causa di morte per questi animali è anche rappresentata dalla cattura accidentale da parte di attrezzi da pesca, soprattutto reti da posta. È frequente inoltre la presenza di plastiche di vario tipo negli stomaci degli esemplari esaminati». Il report 2017 sui recuperi toscani contiene la scheda dettagliata di ogni esemplare recuperato e, per alcuni di essi, il referto necroscopico.

Secondo il rapporto Arpat, «Dai dati ottenuti quest’anno per i cetacei, possiamo notare un perdurare dell’epidemia da Morbillivirus che, iniziata sulle coste tirreniche meridionali nel 2016, si è estesa sulle nostre coste nel 2017. In generale l’origine infettiva è risultata la principale causa dello spiaggiamento, anche se spesso si è registrata una con-causa di diversi elementi (stato di nutrizione, immunodepressione, evidenti parassitosi ecc.)».

I ricercatori ricordano che «E’importante sottolineare anche che la Toscana è la regione con il più alto tasso di spiaggiamenti in Italia, così come evidenziato dal report sui dati acquisiti dalla Banca Dati Spiaggiamenti (BDS) nazionale nel 2017», Ma la Mancusi evidenzia che «Il numero di spiaggiamenti per regione in senso assoluto non è di per sé molto significativo, in quanto la lunghezza delle coste è molto variabile; l’analisi diventa più interessante se si analizza il numero di spiaggiamenti rapportato ad ogni 100 km di costa: in questo caso si standardizza un valore che diventa 15 individui in Abruzzo (75 km), ad esempio, e 18 in Toscana (250 km), valori tutto sommato non molto diversi tra loro. Questa semplice analisi sembra mostrare l’esistenza di tre diverse zone italiane: Mar Ligure e alto Tirreno con alta densità di spiaggiamenti (9 individui/anno/100km); Alto Adriatico con alta densità di spiaggiamenti (10 individui/anno/100km); Sud Italia con bassa densità di spiaggiamenti (2 individui/anno/100km). Resta quindi da dimostrare che le due aree, alto Tirreno e Alto Adriatico, corrispondano effettivamente ad una reale maggiore concentrazione di cetacei. Date queste premesse, comunque, la nostra regione si conferma un’area di alto interesse dove continuare a lavorare con un impegno sempre crescente».