Gli ungulati imparano a migrare ed è una conoscenza trasmessa culturalmente (VIDEO)

Il caso dei bighorn e degli alci reintrodotti che non surfano sulle onde verdi

[10 settembre 2018]

Lo studio “Is ungulate migration culturally transmitted? Evidence of social learning from translocated animals” pubblicato su Science da un team di ricercatori statunitensi ha fornito la prima prova empirica che gli ungulati devono imparare dove e quando migrare, e che conservano la memoria delle loro migrazioni stagionali trasmettendone la conoscenza culturale alle generazioni successive.

I biologi sospettano da tempo che, a differenza di molte migrazioni di uccelli, pesci e insetti che sono guidate dalla genetica, gli ungulati imparassero a migrare dalle loro madri o da altri animali del branco. Ricerche precedenti avevano suggerito che negli ungulati la migrazione fosse socialmente appresa, ma fino ad ora i ricercatori non erano mai riusciti a provarlo.

Gli autori dello studio ce l’hanno fatta grazie a un grande esperimento che per 60 anni ha interessato tutto il West statunitense e iniziato dopo che la caccia indiscriminata e le malattie avevano spazzato via i bighorn (Ovis canadensis . pecora delle Montagne Rocciose) da gran parte del loro areale originario, Un team di esperti gestori della fauna selvatica, cacciatori e ambientalisti aveva aperto la strada a programmi di trasferimento di bighorn  per ristabilire i branchi scomparsi, un lavoro di conservazione che alla fine ha avuto successo e si sono ricostituiti branchi “traslocati”. Ma l’autore principale dello studio, Brett Jesmer dell’università del Wyoming ricorda che i ricercatori si accorsero di qualcosa di sorprendente: «Dati GPS dettagliati hanno rivelato che meno del 9% degli animali traslocati è migrato, ma nei branchi che non erano mai scomparsi dal migrava dal 65 al 100% di animali».

Secondo lo studio, «Gli animali traslocati non migravano perché non avevano familiarità con i loro nuovo habitat, sostenendo l’idea che la migrazione richieda agli animali periodi prolungati di esplorazione , di apprendimento della posizione del cibo nutriente e di trasmettere queste informazioni ad altri membri del branco, inclusa la loro prole. Quando la migrazione e altri comportamenti socialmente appresi vengono trasmessi di generazione in generazione, questi comportamenti sono considerati parte della cultura di un animale, proprio come le conoscenze culturali condivise all’interno delle società umane».

I ricercatori hanno quindi cercato di capire quanto tempo ci vuole perché gli ungulati imparino a migrare. Negli ultimi anni, gli ambientalisti hanno capito che gli ungulati migrano “surfando sulle onde verdi” di cibo nutriente, coordinando i loro spostamenti per raggiungere i pascoli lungo i pendii della montagna quando spuntano le piante. «Proprio come i surfisti coordinano i loro movimenti per cavalcare le onde dell’oceano – dicono all’università del Wyoming – la migrazione primaverile consente agli ungulati di “cavalcare l’onda” delle giovani piante nutrienti che spuntano a quote sempre più alte durante la primavera. Questo dà loro più tempo per pascolare con cibo di alta qualità, aiutandoli a sopravvivere e riprodursi. Per alcuni ungulati, il surfing sulle onde verdi è fortemente coordinato, per settimane o mesi, in vasti territori».

Jesmer e i suoi colleghi volevano anche determinare il tempo necessario agli animali per imparare a surfare le onde verdi delle piante foraggere nei loro nuovi habitat, un primo passo necessario per avviare la migrazione. Per rispondere a questa domanda, hanno utilizzato i dati di rilevamento dei collari GPS da 267 bighorn e 189 alci (Alces alces), alcuni dei quali erano stati appena rilasciati in territori sconosciuti, mentre altri vivevano su quelle montagne da decenni o discendevano da  branche che li occupavano da secoli. E’ così che i ricercatori hanno scoperto che i branchi più antichi,  avendo acquisito informazioni per generazioni, erano più bravi a trovare cibo nutriente degli animali reintrodotti in territori sconosciuti.

«Forse la cosa più importante è che le mandrie trasferite hanno imparato a surfare meglio le onde verdi nel corso di molti decenni, e quelle che surfano meglio hanno maggiori probabilità di migrare – dicono gli scienziati – Ci sono voluti quasi 40 anni per reintrodurre i branchi di pecore bighorn e farli diventare migratori all’80%. Gli alci in genere non diventano migratori se non dopo circa 90 anni che vivono in un nuovo territorio».

Jesmer  evidenzia che «Questi risultati indicano che gli ungulati accumulano la conoscenza dei loro territori nel tempo e la trasmissione culturale di questa conoscenza è necessaria affinché le migrazioni possano sorgere e persistere». Naturalmente questi risultati valgono anche per gli spostamenti degli ungulati europei e potrebbero essere utili a capire le dinamiche degli impatti causati da cinghiali, mufloni, caprioli, daini e cervi reintrodotti spesso a scopo di ripopolamento venatorio.

Lo studio statunitense però è unico perché si basa su un areale vasto ed intero e all’accumulo pluridecennale di conoscenze su come gli ungulati hanno imparato a riutilizzarlo.  Un altro degli autori dello studio, Matthew Kauffman, della Wyoming Cooperative Fish and Wildlife Research Unit dell’U.S. Geological Survey, è convinto che «Questa scoperta ha importanti implicazioni per la conservazione dei corridoi migratori. Quando spariscono i corridoi migratori, perdiamo anche tutte le conoscenze che gli animali avevano su come fare quei viaggi, che probabilmente richiederanno molti decenni o addirittura un secolo perché li imparino di nuovo, Questo studio indica chiaramente che il modo migliore per conservare i corridoi migratori è proteggere i territori dai quali oggi dipendono questi corridoi, il che manterrà anche le conoscenze culturali che aiutano a sostenere dei branchi abbondanti».

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