Nel 2050 negli Usa la stagione degli incendi durerà 3 settimane in più

Global warming e incendi, scoperto un pericoloso gioco al rialzo

Il riscaldamento climatico rinforza la probabilità dei roghi, che a loro volta spingono in alto la temperatura del pianeta

[30 agosto 2013]

Proprio mentre il fuoco sta devastando da giorni  il Parco nazionale di Yosemite in California e grandi incedi sono in atto in 11 Stati Usa, arriva  lo studio Ensemble projections of wildfire activity and carbonaceous aerosol concentrations over the western United States in the mid-21st century realizzato da ricercatori della School of Engineering and Applied Sciences, dell’Harvard University e dell’Arve Group dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne, che porta altre brutte notiziette notizie.

I risultati finali saranno pubblicati nel numero di ottobre di Atmospheric Environment, ma le anticipazioni sono già disponibili online e secondo lo studio statunitense-svizzero, nel 2050 la stagione degli incendi sarà più lunga di circa tre settimane, fino a due volte più fumosa e brucerà una zona più ampia negli Stati del West americano. I risultati sono basati su una serie di scenari climatici riconosciuti a livello internazionale, su decenni di dati meteorologici storici e sugli incendi del passato.

Una delle autrici dello studio, Loretta J. Mickley, dell’Harverd University, spiega: «C’è la consapevolezza che un graduale cambiamento climatico possa contribuire nei prossimi anni ad aumenti significativi di eventi distruttivi come tempeste e inondazioni, ma striamo pensando ad un ulteriore passo avanti, per gli effetti secondari come gli incendi boschivi e la qualità dell’aria che si basano molto su fattori meteorologici. Non eravamo del tutto certi di quello che avremmo trovato quando abbiamo iniziato questo progetto. Nel clima futuro ci aspettiamo temperature più calde, che sono favorevoli agli incendi, ma non è chiaro che cosa accadrà alla pioggia o all’umidità relativa. Per esempio, l’aria più calda può contenere più vapore acqueo,   ma che cosa significa questo per gli incendi?  Abbiamo scoperto che, per gli Stati uniti occidentali, il più grande driver degli incendi in futuro sarà la temperatura, e questo risultato appare robusto in tutti i modelli. Quando si ha  un forte aumento della temperatura nel tempo, come quello che stiamo vedendo, e pochi cambiamenti delle precipitazioni, gli incendi aumentano di dimensione». Per arrivare a questa conclusione sono stati necessari  mesi di analisi, perché a livello locale è molto difficile prevedere gli incendi.

Xy T Ye, un altro degli autori dello studio, evidenzia che «Gli incendi sono innescati da una serie di cause – principalmente dall’attività umana e dai fulmini – ma crescono e si diffondono secondo una gamma  completamente diversa di influenze che sono fortemente dipendenti dalle condizioni atmosferiche. Certo, quando tutto i fattori che si uniscono sono solo nocivi, c’è un grande incendio».

Esaminando i dati sulle condizioni atmosferiche e gli incendi del passato, il team ha scoperto che i principali fattori che influenzano la propagazione degli incendi variano da regione a regione: «Per esempio, nella Rocky Mountain Forest, il miglior predittore degli incendi boschivi in un dato anno è la quantità di umidità nel suolo della foresta, che dipende da temperatura, precipitazioni, umidità relative a quella stagione. Nella regione del Great Basin, si applicano fattori diversi. Lì, l’area bruciata è influenzata dall’umidità relativa all’anno precedente, che promuove la crescita di carburante».

Yue, che ora lavora alla Yale University, ha creato modelli matematici che legano strettamente questi tipi di temperature alle variabili stagionali, all’umidità relativa, la quantità di carburante secco e così via, con i risultati osservati negli incendi in  sei “ecoregioni” nel Wet Usa. Dopo aver sviluppato di quei modelli, il team ha integrato le osservazioni storiche con dati basati sulle conclusioni del in base alle conclusioni del quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc)  che utilizza scenari socioeconomici per prevedere le possibili condizioni atmosferiche e climatiche future. Il team elvetico-statunitense ha seguito lo scenario A1B, che prende in considerazione l’effetto sul clima di un’economia globale in rapida crescita e che si basa su un mix di combustibili fossili e fonti di energia rinnovabili. Applicando i dati climatici dell’Ipcc per il 2050  ai suoi modelli di previsione degli incendi, il team  è stato in grado di calcolare la superficie bruciata per ciascuna ecoregione. Ne è venuto fuori che nel 2050 negli Usa occidentali, rispetto alla situazione attuale, «La superficie bruciata nel mese di agosto potrebbe aumentare del 65% nel Pacifico del nord-ovest e potrebbe quasi raddoppiare nelle regioni Eastern Rocky Mountains/Great Plains e quadruplicare nella regione della Rocky Mountains Forest;  La probabilità di incendi di grandi dimensioni potrebbe aumentare di un fattore  2-3; La data di inizio della stagione degli incendi potrebbe essere anticipata (fine aprile invece di metà maggio), e la data dalla fine potrebbe essere più tardi (metà ottobre invece di inizio ottobre)».

A soffrirne sarà anche la qualità dell’aria, a causa di incendi più grandi e duraturi che spargeranno grandi quantità di fuliggine, ostacoleranno la visibilità e provocheranno problemi respiratori. Elaborando i dati dell’U.S. Forest Service sulla biomassa e del database Landscape Fire and Resource Management Planning Tools che tiene traccia di specifiche tipologie di vegetazione per ogni Km2, i ricercatori prevedono che il fumo aumenterà da 20 al 100% negli anni  2050, a seconda della regione e il tipo di particolato emesso.

Negli ultimi 40 anni, dopo gli sforzi del governo per regolamentare le emissioni, la qualità dell’aria è notevolmente migliorata in gran parte degli Stati Uniti, ma Mickley avverte che «L’aumento degli incendi può cancellare alcuni di questi  progressi. Penso che quel che le persone devono capire è che incorporati in quelle curve che mostrano un piccolo aumento delle temperatura, anno dopo anno, ci sono degli eventi estremi che possono essere molto gravi. E questo non fa ben sperare».