Good news: la Shell rinuncia a perforare l’Oceano Artico, ma vediamo perché

[31 gennaio 2014]

La Shell Oil ha annunciato che sta abbandonando i sui piani per trivellare i mari dell’Artico per il 2014. L’annuncio arriva dopo una recente sentenza di una Corte di San Francisco che annulla le licenze per trivellare il Mare dei Chukchi. La sentenza accusa il governo Usa di aver sottovalutato la quantità di petrolio nella regione ed ha così invalidato le licenze di trivellazione già concesse. E’stata una vittoria importante per chi ha sollevato il caso, come la comunità indigena Inupiat, Sierra Club e l’ Alaska Wilderness League, ma la sentenza è anche l’ennesima battuta d’arresto per la multinazionale dopi i disastrosi tentativi di trivellare l’artico culminati nel naufragio di una piattaforma Kulluk nel 2012, che costò alla Shell più un milione di dollari di multe per l’inquinamento, e nel flop dei testi per la cupola per il contenimento delle fuoriuscite di petrolio.

Secondo Michael Brune, direttore di Sierra Club, «L’annuncio della Shell è un’ulteriore conferma di quanto stiamo dicendo tutti insieme: la trivellazione nell’Artico è un affare rischioso e pericoloso, per le companies, per l’ambiente e per il nostro clima. L’Oceano Artico è l’ultimo posto dove dovremmo estrarre  petrolio. I mari artici sono la casa di tutta la popolazione di orsi polari degli Stati Uniti e rappresenta un’importante rotta migratoria per la balena franca della Groenlandia e i beluga. Sono anche il posto dove ci sono alcune delle condizioni più estreme e pericolose del pianeta e stoccaggi di carbonio inquinante che, se rilasciato,  potrebbero alterare drammaticamente il nostro clima, rendendo inutili le misure positive per combattere la crisi climatica.  L’amministrazione Obama dovrebbe approfittare di questo tempo per fare una valutazione ambientale completa delle attuali concessioni artiche e cancellare le licenze future. E’ Chiaro che non possiamo agire efficacemente per affrontare la distruzione del clima e trivellare nel Mar Glaciale Artico. Per l’America è arrivato il momento di  guardare al di là della politica energetica “’all of the above” e iniziare a prendere in maggior considerazione l’energia pulita e le alternative di trasporto intelligenti».

Però Barack Obama ha confermato la sua politica energetica “’all of the above”, che rafforza la produzione nazionale di combustibili fossili, anche nel recentissimo discorso sullo Stato dell’Unione.

Comunque la Shell sta praticamente ammettendo il fallimento del suo piano lanciato poco più di dieci anni fa che prevedeva grossi investimenti nella trivellazione nel Mar Glaciale Artico, al largo delle coste dell’Alaska. Allora i prezzi del petrolio erano alle stelle e la domanda mondiale di petrolio sembrava essere inesorabilmente in aumento e il picco del petrolio era ormai una realtà.  Come scrive James Turner, che sui occupa della comunicazione dell’Arctic campaign di Greenpeace International, «La Shell ha creduto che avrebbe potuto portare la tecnologia moderna in uno degli ambienti più ostili del pianeta e mettere le mani su parte dei circa 90 miliardi di barili di petrolio che gli esperti credono esistano nella regione artica».

Ma nel 2014 il quadro sembra molto diverso, terremotato dallo shale gas del fracking e dal petrolio non convenzionale delle sabbie bituminose e ieri all’Aia il nuovo amministratore delegato della Shell, Ben van Beurden, ha comunicato ad una platea di preoccupati investitori che la mega. Compagnia non trivellerà nell’Artico per il r il secondo anno consecutivo, pur avendo speso nel progetto  5 miliardi di dollari e innumerevoli risorse lavorative.

Secondo Turner, l’Artico per la Shell «Si sta trasformando in una maledizione, qualcosa che sente come se fosse stata una condanna fin dall’inizio. La regione comporta costi elevati, rischi elevati e un grande livello di incertezza. Anni di fallimenti hanno provocato una grossa ammaccatura alla reputazione della company ed i miliardi che ci ha perso stanno innervosendo investitori ed azionisti. Ma la cosa più grande in tutto questo, molto più grande, è la follia dell’estrazione del petrolio in uno dei luoghi più fragili e belli sulla nostra Terra. Questo è l’errore più grande che la company ha fatto. Guardando all’Artico come un’altra quota del loro portafoglio, gli executives della Shell hanno sottovalutato la capacità del nostro movimento di mettere l’opinione pubblica contro di loro. E’ chiaro a qualsiasi persona obiettiva che la trivellazione nell’Artico non sarà mai sicura e che una fuoriuscita di petrolio sarebbe un disastro per le persone e gli animali che vi vivono. E’ anche lampante che utilizzare o scioglimento del ghiaccio marino come una scusa per trivellare più petrolio è una cattiva idea. E’ un affronto al buon senso. E tuttavia questa compagnia petrolifera è così disperata di dover mantenere i suoi margini di profitto che è disposta a scommettere tutta la sua reputazione sull’Artico».

Per Turner Ben van Beurden Shell è di fronte ad una scelta: «Può continuare a piazzare scommesse da miliardi di dollari su un progetto che potrebbe arrivare a far finire la sua azienda nel XXI  secolo, o può tornare indietro prima che una fuoriuscita di petrolio o un incidente facciano danni irreparabili all’immagine della Shell ed all’Artico stesso. Milioni di persone lo stanno invitando a fare la cosa giusta, e la decisione di oggi suggerisce che potrebbe davvero essere in ascolto».