Governance debole e instabilità sociopolitica portano alla perdita di biodiversità

Più forte cresce il Pil pro capite, maggiore è il declino delle specie di uccelli acquatici

[27 dicembre 2017]

I big data sulla biodiversità globale dimostrano che per determinare  il declino delle specie una cattiva governance nazionale è un indicatore migliore per il declino delle specie rispetto a qualsiasi altro indicatore antropogenico e che, in una situazione di instabilità socio-politica nemmeno le aree protette riescono a fare la differenza. Inoltre, c’è anche un rapporto tra la velocità della crescita del Pil e la biodiversità: «Più forte cresceva il Pil pro capite, maggiore era il declino delle specie di uccelli acquatici».   E’ quanto emerge dal recente studio  “Successful conservation of global waterbird populations depends on effective governante” pubblicato su Nature da un team internazionale di ricercatori guidato dallo zoologo Tatsuya Amano, del Conservation science group del Centre for the study of existential risk dell’università di Cambridge, che ha indagato sui cambiamenti nella fauna selvatica globale negli ultimi 30 anni, rilevando che «I bassi livelli di efficacia della governance nazionale sono il più forte predittore del numero di specie in calo: più della crescita economica, dei cambiamenti climatici o persino dell’aumento della popolazione umana».

I ricercatori evidenziano che «I risultati, dimostrano anche che le aree protette mantengono la diversità della fauna selvatica, ma solo se situate in Paesi che sono ragionevolmente stabili politicamente. con solide strutture giuridiche e sociali».

Dato che gli habitat delle zone umide sono tra  quelli più biodiversi e minacciati sulla Terra, lo studio ha utilizzato lo status elle specie di uccelli acquatici dal 1990 come fattore determinante per determinare i trend della biodiversità in generale, Per farlo ha analizzato oltre 2,4 milioni di dati di censimenti annuali di 461 specie di uccelli acquatici in quasi 26.000 siti di indagine in tutto il mondo.

Il team internazionale, composto anche da ricercatori delle università di Bath e Santa Clara e di  Wetlands International e National Audubon Society, ha utilizzato questo gigantesco dataset per modellare i cambiamenti delle specie nelle singole nazioni e regioni, poi i risultati sono stati confrontati con gli indicatori di governance mondiali, che misurano tutto, dai tassi di violenza allo Stato di diritto e alla corruzione politica, oltre a dati come il prodotto interno lordo e le performance nella salvaguardia della natura. ha così scoperto che «Il declino degli uccelli acquatici è maggiore nelle regioni del mondo in cui la governance è, in media, meno efficace: come l’Asia occidentale e centrale, il Sud America e l’Africa sub-sahariana». Le quote totali di specie più in salute sono state osservate nell’Europa continentale, «sebbene anche qui i livelli delle specie chiave siano stati riscontrati  in picchiata». E’ la  prima volta che l’efficacia della governance e i livelli di stabilità socio-politica nazionali vengono identificati come l’indicatore globale più significativo della biodiversità e della perdita di specie.

Amano spiega che «Anche se la copertura globale delle aree protette continua ad aumentare, i nostri risultati suggeriscono che una governance inefficace potrebbe minare i benefici di questi sforzi di conservazione della biodiversità. Ora sappiamo che la governance e la stabilità politica sono una valutazione vitale da fare nello sviluppo di politiche e pratiche ambientali future».

Gli autori dello studio affermano che «La mancanza di dati a livello globale sui cambiamenti nel mondo naturale limita la nostra comprensione della “crisi della biodiversità”. Tuttavia, ci sono dei vantaggi nel concentrarsi sugli uccelli acquatici quando si cerca di valutare questi modelli. Gli uccelli acquatici sono un gruppo eterogeneo di animali, che vanno dalle anatre e aironi ai fenicotteri e pellicani. Gli habitat delle loro zone umide coprono circa 1,3 miliardi di ettari del pianeta – dalle coste all’acqua dolce e persino agli altipiani – e forniscono cruciali “servizi ecosistemici”. Le zone umide sono state anche degradate più di ogni altro tipo di ecosistema». Inoltre, gli uccelli acquatici hanno una lunga storia di monitoraggio della popolazione. Il censimento annuale condotto da Wetlands International negli ultimi 50 anni ha coinvolto più di 15.000 volontari i e il Christmas bird count  della National Audubon Society risale al 1900.

Uno degli autori dello studio Szabolcs Nagy, coordinatore dell’ African-Eurasian Waterbird Census di  Wetlands International, evidenzia che «Il nostro studio dimostra che il monitoraggio degli uccelli acquatici può fornire utili insegnamenti su ciò che dobbiamo fare per fermare la perdita di biodiversità». Amano aggiunge: «Rispetto a tutti gli “impatti antropogenici” testati dai ricercatori, la governance nazionale è stato il più significativo. La governance inefficace è spesso associata alla mancanza di tutela ambientale e di investimenti, portando alla perdita dell’habitat».

Lo studio ha anche rivelato un rapporto tra la velocità della crescita del Pil e la biodiversità: «Più forte cresceva il Pil pro capite, maggiore era il declino delle specie di uccelli acquatici».

In media, a livello locale, la biodiversità è stata la più colpita in Sud America, con una perdita annuale dello 0,95% pari a un calo del 21% in tutta la regione in 25 anni. Amano è stato anche sorpreso di aver scoperto  gravi perdite di specie in tutte le aree interne dell’Asia occidentale e centrale.

I ricercatori sottolineano che «La cattiva gestione delle acque e la costruzione di dighe in aree  dell’Asia e del Sud America hanno causato il prosciugamento permanente delle zone umide in Paesi come l’Iran e l’Argentina, anche in aree designate come protette».

Anche regolamenti della caccia non attuati possono spiegare la perdita di specie nei Paesi con una governance inefficace: «L’instabilità politica può indebolire l’applicazione della legge e, di conseguenza, promuovere la caccia insostenibile, spesso illegale, anche nelle aree protette», afferma Amano.

In effetti, i ricercatori hanno scoperto che le aree protette di Stati con una governance debole semplicemente non favoriscono la biodiversità.

Un altro recente studio, “Conservation performance of different conservation governance regimes in the Peruvian Amazon”, pubblicato su Scientific Reports da un team di ricercatori che comprendeva Amano, suggerisce che le iniziative di base guidate da gruppi locali e indigeni possono essere più efficaci dei governi nella protezione degli ecosistemi: «Un possibile approccio alla conservazione per le regioni che soffrono di instabilità politica», concludono speranzosi a Cambridge.