I grandi carnivori stanno scomparendo dai loro areali originari

6 specie hanno perso il 90% del loro territorio. I più a rischio orsi e grandi felini.

[17 luglio 2017]

Nello  studio “Range contractions of the world’s large carnivores”, pubblicato su Royal Society Open Science, Christopher Wolf e William J. Ripple, del Global Trophic Cascades Program, del Department of forest ecosystems and society dell’Oregon State University, hanno esaminato quali erano i numeri storici di grandi carnivori e le mappe del loro habitat preferiti intorno al 1500 e hanno scoperto che sono presenti solo in un terzo del territorio allora occupatoa. Delle 25 specie analizzate, tutte oltre gli oltre 15 Kg di peso, 15 hanno perso più della metà del loro areale e 6 grandi carnivori – lupo etiope, lupo rosso, tigre, leone, licaone e ghepardo – sono scomparsi da oltre il 90% del loro areale originario che è stato occupato da insediamenti umani, agricoltura e pascoli.

Wolf e Ripple dicono che «La reintroduzione dei carnivori nelle aree dove vagavano è vitale per la conservazione», ma avvertono che questo si basa sulla volontà degli esseri umani di condividere il territorio con animali come i lupi.

I due ricercatori statunitensi hanno mappato gli attuali areali di 25 grandi carnivori usando i dati della Lista Rossa dell’International union for conservation of nature (Iucn) e li hanno  confrontati con le mappe storiche di 500 anni fa e Wolf ha detto a BBC News che «Il lavoro dimostra che le contrazioni di grandi carnivori sono una questione globale. Dei 25 grandi carnivori che abbiamo studiato, il 60% (15 specie) hanno perso più della metà dei loro areali storici. Questo significa che le reintroduzioni scientifiche di grandi carnivori in aree dove sono andati persi sono vitali sia per conservare i grandi carnivori e per promuovere i loro importanti effetti ecologici. Questo dipende molto dall’aumento della tolleranza umana verso i grandi carnivori:  un fattore chiave per il successo della  reintroduzione». I due scienziati aggiungono che i programmi di reintroduzione avranno una maggiore efficacia in regioni con bassa densità di popolazione umana e con poca agricoltura e scarso allevamento di bestiame. Inoltre, anche le regioni dotate di reti di grandi aree protette e dove ci sono atteggiamenti più favorevoli verso i carnivori sono più adatti a queste iniziative di ripristino ambientale.

Anche Ripple è convinto che «L’aumento della tolleranza umana verso i grandi carnivori può essere il modo migliore per salvare queste specie dall’estinzione. Inoltre, sono necessarie più grandi aree protette per la conservazione di grandi carnivori. Quando ci sono politiche favorevoli, i carnivori possono tornare naturalmente  in parti dei loro areali storici». E’ quel sta cominciando a succedere in alcune parti d’Europa con gli orsi bruni, i lupi e le linci. Inoltre, linci eurasiatiche e lupi sono tra i carnivori che hanno registrato tra le minori contrazioni dei loro areali. 9 specie di grandi carnivori erano presenti nell’Asia del su e del sud-est, ma oggi o sono estinte o vivono in piccoli rifugi. I declini minori di grandi carnivori sono avvenuti nella tundra e nelle foreste boreali,  dove la scarsa presenza di esseri umani permette a orsi e lupi di avere a disposizione territori adatti per   la caccia.

Inoltre grandi carnivori come il dingo e diverse specie di iene se la passano relativamente meglio rispetto a leoni e tigri. Wolf  spiega su New Scientist  che «La maggior parte dei grossi animali stanno premendo ai margini dei loro vecchi areali, il che li rende vulnerabili all’estinzione. Ma ci sono eccezioni: la lince eurasiatica e il dingo australiano  hanno perso solo il 12% del loro areale.  Ienestriate, maculate e brune hanno perso o rispettivamente solo 15, 24 e 27% e il lupo grigio il 26% . In mezzo, con perdite tra il 30 e il 90% ci sono diverse specie di orsi e di grandi felini, come leopardi, puma e giaguari».

Se non sorprende che Wolf e Ripple abbiano trovato una «Relazione positiva e forte tra le contrazioni dell’areale la densità delle popolazioni rurali umane, del bestiame e delle colture», anche in questo caso ci sono della eccezioni. In alcune zone  dell’India, i leopardi e le iene continuano ad essere presenti in aree coltivate con densità di popolazione umana che superano i 300 abitanti per Km2. .

Altrove, sono i carnivori più piccoli a colmare il vuoto lasciato dall’estinzione dei carnivori più grossi: «I coyotes hanno avuto grandi espansioni del loro areale  – ha detto Wolf a New Scientist  . nche se non fanno parte dello studio».

Secondo Chris Thomas, dell’Università britannica di York, Regno Unito, ci sono ragioni per essere ottimisti sul futuro dei carnivori del nostro pianeta. «Il grande quadro del declino è ovviamente giusto, ma alcuni studi più promettenti sono stati ignorati dallo studio. Se si prendono nel loro insieme i lupi, i cani selvatici, i dingo e i coyote, che hanno un antenato comune, c’è stata un’espansione del loro areale».

Anche Wolf dice che le iniziative di riproduzioni dei grandi carnivori hanno una buona probabilità di successo: «Molti grandi carnivori sono resilienti, soprattutto quando gli atteggiamenti umani e la politica favoriscono la loro conservazione».

Ma Thomas si chiede se i conservazionisti stanno scegliendo le specie giuste, come quando la settimana scorsa è stato annunciato il piano per reintrodurre la lince nell’Inghilterra settentrionale: «I dati di Wolf indicano che di tutti i carnivori è quello che ha meno bisogno di aiuto».