I beni comuni e il governo del territorio

[5 settembre 2013]

Recenti provvedimenti governativi in via di attuazione e altri in discussione stanno riproponendo vecchie e irrisolte questioni inerenti il governo del territorio, in riferimento anche ai beni comuni in sofferenza da troppo tempo.

Il più significativo tra tali provvedimenti riguarda il Mezzogiorno, nel cui caso ‘l’Agenzia esecutiva’ del Ministero della Coesione territoriale dovrà definire le priorità per i fondi Ue che non sempre riusciamo a utilizzare al meglio per manifesta inadeguatezza progettuale.

Le regioni temono un’eccessiva interferenza ministeriale, ma questa – come abbiamo già potuto verificare – con la gestione del ministro Barca può giovare a tutti.

Tra le questioni più delicate che non riguardano soltanto il Mezzogiorno vi sono in particolare quelle riferibili ai beni comuni; paesaggio e beni culturali, consumo del territorio, cementificazione selvaggia, degrado della natura e perdita di biodiversità, inquinamento dell’aria, del territorio, delle acque marine, fluviali e lacustri.

Sulla gravità della situazione non ci sono dubbi, tante sono le denunce accompagnate da dati incontrovertibili sulla ‘macelleria ambientale’. Protagonisti agguerriti e combattivi di questa battaglia sono associazioni, movimenti, comitati, personalità autorevoli e prestigiose a cui la politica e le istituzioni finora hanno riservato a partire dal referendum sull’acqua ben poca attenzione.

Andrea Carandini su Il Sole -24 Ore di domenica 1 settembre ha scritto che la risposta non può venire da «un’idolatria statalista, per quanto bene intenzionata […] perché monistica e pertanto non in grado di coinvolgere, in un unico sistema, tutte le energie politiche e civili del nostro Paese in crisi. Il danno fatto da Regioni e Comuni a un autogoverno locale che curi il territorio è incalcolabile, perché ha screditato la dimensione locale, scimmiottando il centralismo, cedendo alla speculazioni dei poteri economico-finanziari e consumando e degradando i beni comuni locali, al punto che non si sono ancora visti i piani paesaggistici regionali approvati e politiche agrarie soddisfacenti». Quest’ultimo riferimento va detto subito lascia fuori molti altri strumenti, provvedimenti e pian, che per essere rimasti inattuati o aver battuto strade sbagliate hanno concorso e non poco alla crisi di cui parla giustamente Carandini. Il che induce ad una riflessione critica più ampia di cui finora si sono trovare scarse tracce, e cioè che su questi temi complessivamente il Paese dispone di una legislazione nazionale e anche regionale nient’affatto scadente. Vale per il suolo, per il mare, per la natura le cui leggi sono rimaste scandalosamente inattuate (vedi la 183 finita nelle grinfie di Bertolaso), o modificate in peggio come è avvenuto con il nuovo regolamento sui beni culturali proprio sul paesaggio sottratto ai piani dei parchi, a danno dei quali si è tentato il vero e proprio stravolgimento della legge quadro 394.

Queste leggi richiedevano e prevedevano una gestione statale capace di coinvolgere attivamente e su un piano di pari dignità istituzionale regioni, comuni, autorità di bacino, parchi e aree protette. Le strade battute a partire dalla legge Bassanini come sappiamo sono state invece ben altre, tanto che il nuovo titolo V – che aveva puntato giustamente a questa ‘leale collaborazione’ – è finito come è finito.

Ma se è finito male, e dobbiamo pur rimediare, lo Stato non può fare il furbo scaricando le sue pesanti responsabilità su regioni ed enti locali, che pure di responsabilità ne hanno non poche. Se quindi urge -come urge – rimettere insieme i troppi cocci come scrive Carandini bisogna che i ministeri non cerchino altri spazi (di cui dispongono già in abbondanza) sia per il suolo, per il paesaggio, per la natura, ma sappiano avvalersene non burocraticamente come invece finora hanno fatto nei confronti delle autorità di bacino, come dei parchi o delle aree protette.

Certo se il ministero dell’Ambiente pensasse, come è accaduto finora, che la gestione costiera del mare si fa meglio sfrattando le regioni come si era tentato al Senato… altro che ‘quasi federalismo’ di cui tanto si era chiaccherato. Le regioni infatti sono indispensabili, e se sempre non hanno saputo e non sanno fare bene la loro parte come è accaduto e accade, questa è una ragione in più per incalzarle, responsabilizzarle. Se dai ministeri dei Beni culturali, dell’Ambiente, della Coesione territoriale verranno finalmente nuovi i positivi segnali teniamone conto, e ne tengano conto anche quei movimenti e associazioni che senza farsi valere concretamente ai livelli istituzionali non porterebbero altrimenti a casa granché, anche in caso avessero ragione.

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