I cambiamenti climatici hanno effetti sulla salute mentale dei popoli autoctoni canadesi

La “solastalgia” per l’ambiente che cambia fa aumentare l'abuso di droghe e alcool, e i suicidi

[1 marzo 2016]

aborigeni canadesi

Le comunità settentrionali delle First Nations e degli Inuit stanno affrontando con crescente disperazione le conseguenze del cambiamento climatico, che a quanto pare sta provocando problemi sociali e per la salute mentale dei popoli autoctoni canadesi.

Tyler Hamilton, che scrive di clima ed economia per il giornale canadese The Star , fa l’esempio di quello che succede alla First Nation Oji-Cree di Deer Lake, dove a metà febbraio le strade syul ghiaccio non erano ancora abbastanza affidabili per consentire il transito dei mezzi. Il il capo Roy Dale Meekis ha detto: E’ molto tardi. Non va bene.  Vogliamo avere la nostra roba, i nostri rifornimenti, i materiali per gli alloggi, il carburante. Non so se saremo in grado di farlo quest’anno. Ci sentiamo e isolati»

La piccola comunità di indiani Oji-Cree vive a circa 700 chilometri a nordovest di Thunder Bay e l’inverno insolitamente caldo di quest’anno nel nord dell’Ontario – destinato a diventare la nuova normalità in un clima che cambia – ha fatto diventare le strade instabili e pericolose, mentre gli “stradini” locali sono rimasti senza lavoro. I rifornimenti a Deer Lake  arrivano con l’aereo, il che significa un aumento dei costi per cibo, gasolio, medicine e acqua in bottiglia per una comunità che dal 2001 non ha più accesso all’acqua potabile.

Per ridurre il consumo di carburante la Deer Lake First Nation ha recentemente installato 624 pannelli solari che forniscono energia alla scuola. Un bell’aiuto, ma non per affrontare l’isolamento. «E’ una grande preoccupazione, ma cosa possiamo fare? Non c’è niente che possiamo fare», ha detto Meekis.

La situazione di Deer Lake non è unica in Canada: nell’Ontario ci sono circa 3.100 chilometri di strade di ghiacciate che collegano circa 30 remote comunità delle First Nation al resto della provincia. Prima, queste piste ghiacciate venivano utilizzate almeno per 70 – 80 giorni durante i mesi invernali, ma gli inverni più corti e più caldi hanno ridotto significativamente questa finestra di utilizzo, riducendola spesso solo a un mese.

Isadore Day, capo regionale dell’ Assembly of First Nations dell’Ontaio, dice che «C’è qualcosa di decisamente sbagliato nel Nord» ed è convinto che «La disperazione per il cambiamento climatico –  il suo impatto sulle strade, le infrastrutture, le tradizioni di caccia e l’ambiente circostante – sta contribuendo ai problemi di salute mentale e sociali nelle comunità aborigene del nord, forse anche al record dei tassi di suicidio». Day ha chiesto alla Provincia dell’Ontario e al governo federale canadese di  realizzare uno studio sul notevole impatto dei cambiamenti climatici nel  nord del Canada, d seguendo un metodo che prevede ampie consultazioni con gli anziani della comunità che hanno vissuto su queste terre per decenni e possono condividere le loro conoscenze ecologiche tradizionali. «Se realizzato, uno studio di questa natura avrebbe l’effetto aggiuntivo di un corto circuito per  l’ansia che abbiamo di essere lasciati fuori da questa crescente discussione nazionale sulla politica per i cambiamenti climatici».

Anche Ashlee Cunsolo Willox, assistente di studi indigeni alla Cape Breton University, è convinta che il collegamento tra il cambiamento climatico e la salute mentale nel Canada del Nord sia sempre più forte e che ci sia un urgente bisogno di ulteriori indagini: Questo è un dialogo che aspetta solo di emergere nella coscienza nazionale e internazionale. In Canada, abbiamo questa cultura attiva della pesca, una cultura agricola attiva e grandi gruppi indigeni dell’Artico, che sono in prima linea del cambiamento climatico, ma su questo argomento siamo stati davvero troppo tranquilli».

Per questo la Cunsolo Willox sta cercando di agitare le acque: alla fine del 2009, approfittando della sua tesi di dottorato, ha iniziato a intervistare gli abitanti di Nunatsiavut, nel Labrador, per capire come le comunità Inuit stanno affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici. Dopo aver intervistato 85 inuit e raccolto 112 questionari, le è diventato chiaro che gli impatti erano soprattutto emotivi e psicologici:: lo stress familiare è elevato, l’ansia e la depressione sembrano essere amplificate. Sempre più inuit fanno uso di droghe e alcol e pensano al suicidio. Molti sembravano essere in lutto per cambiamenti ambientali come l’aumento delle temperature, il tempo instabile, la formazione di ghiaccio in ritardo, le stagioni più corte, lo scioglimento del  permafrost e lo spostamento degli habitat di fauna e flora.  Per descrivere questo tipo di malessere dell’anima legato al cambiamento climatico, nel 2005 il filosofo australiano Glenn Albrecht ha coniato il termine “solastalgia”.

Cunsolo Willox dice di aver pianto sentendo come gli inuit descrivevano il profondo legame con la loro terra, ma è stata ancora più colpita quando, tornata a casa, ha riascoltato le interviste che aveva registrato: «E’ così difficile descrivere quanto lesono vicini e quanto fa parte di loro: del loro respiro, della pelle, delle ossa, del loro sangue. Così anche gli impatti più sottili sull’ambiente possono avere importanti ripercussioni su come si sentono».

La Cunsolo Willox, che nel 2014 ha co-prodotto un documentario basato sulla sua ricerca intitolato Lament for the Land, ricorda: «Ho passato mesi a testimoniare il  loro dolore. E’ stato incredibilmente difficile. Ho avuto un completo esaurimento».

Un’altra cosa che è emersa dallo studio è che le persone che intervistate non parlavano tra loro del disagio emotivo ed esistenziale prodotto dai cambiamenti climatici e che i professionisti della salute nella comunità indigene erano consapevoli di questo l’impatto, ma non collegavano i puntini. Solo dopo che il lavoro della Cunsolo Willox ha scatenato la reazione degli ambientalisti le popolazioni autoctone hanno capito di non essere sole, che molti altri stavano lottando in silenzio e che c’era qualcuno che comprendeva il loro disagio sociale ed emotivo.

La ” Cunsolo Willox conclude: «Penso che le persone abbiano paura di impegnarsi perché pensare a questo è davvero spaventoso e doloroso».