I camosci appenninici sono più affamati e più arrabbiati

Aumenta il tasso di competizione e aggressività per l'accesso alle risorse. Colpa anche del cambiamento climatico?

[25 settembre 2018]

Il Biological Journal of The Linnean Society ha pubblicato l’importante studio “Being “hangry”: food depletion and its cascading effects on social behavior” sulle popolazioni di camoscio appenninico o d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica ornata), realizzato da Niccolò Fattorini, Claudia Brunetti, Carolina Baruzzi, Noemi Pallari  e Francesco Ferretti, del Dipartimento di Scienze della vita dell’università di Siena, Elisabetta Macchi, del Dipartimento di scienze veterinarie dell’università di Torino, Maria Chiara Pagliarella, del Dipartimento di bioscienze e territorio dell’università del Molise, e da Sandro Lovari, del Dipartimento di Scienze della vita dell’università di Siena e del Museo di storia naturale della Maremma.

Eccone un riassunto per greenreport.it:

 

Per gli ungulati di montagna, l’accesso a risorse alimentari con elevato contenuto nutritivo è cruciale nel breve periodo estivo, durante lo svezzamento della prole. Le madri, infatti, devono riprendersi dalla gravidanza e trasferire ai piccoli – tramite l’allattamento – le energie che questi immagazzineranno sotto forma di riserve di grasso, fondamentali per la loro crescita corporea e la sopravvivenza al rigore invernale dei mesi successivi. Gli effetti negativi dell’esaurimento del pascolo sulla dinamica di popolazione degli ungulati sono documentati, ma nessuno studio ha mai indagato le conseguenze sul comportamento sociale.

Il nostro lavoro ha confrontato vari indicatori comportamentali in tre diverse popolazioni di camoscio Appenninico, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Due di queste popolazioni, in declino numerico, vivono in aree più “povere”, in termini di quantità e qualità di pascolo disponibile per il camoscio. La terza popolazione, in aumento numerico dagli anni ’80, vive in un’area relativamente più “ricca”. Studi precedenti hanno mostrato come, nelle aree “povere”, la qualità della dieta, l’efficacia di alimentazione e la frequenza di allattamento delle femmine fossero minori rispetto all’area “ricca”, e di conseguenza la mortalità dei piccoli di camoscio risultasse più elevata. Il nostro lavoro ha mostrato come l’esaurimento delle risorse possa anche indurre effetti a cascata sul comportamento sociale di questi animali.

In particolare, il tasso di competizione intraspecifica tra le femmine, in termini di aggressività per l’accesso alle risorse, e i loro livelli di testosterone (precursore ormonale del comportamento aggressivo), sono risultati significativamente maggiori nei camosci delle aree “povere” di risorse. Inoltre, nelle aree affette da esaurimento del pascolo, abbiamo evidenziato una destrutturazione dei gruppi di camosci, con branchi più piccoli e formati da una minore proporzione di individui maturi, oltre ad un aumento dei livelli di vigilanza ed ormoni dello stress delle femmine, probabilmente a causa dell’aumento di aggressività per l’accesso al pascolo.

L’impoverimento del pascolo per il camoscio che è stato osservato nelle aree “povere” potrebbe essere dovuto ad una serie di fattori ambientali, inclusi il cambiamento climatico, i cambiamenti vegetazionali dovuti allo sviluppo della successione secondaria e la presenza di alte densità di cervo (che pare accelerare l’esaurimento delle associazioni vegetali pascolate dal camoscio). Se gli attuali cambiamenti ambientali sono all’origine dell’impoverimento della vegetazione pascolata dagli ungulati di montagna, in tempi medio-lunghi ci possiamo attendere una locale conseguente crescita di stress a livello intra-gruppo, soprattutto nelle aree frequentate anche da competitori ecologici.