I cetacei usano una “torcia sonar” per individuare le prede

Scoperto un nuovo superpotere degli odontoceti, portato all’estremo evolutivo dal capodoglio

[16 novembre 2018]

Il nuovo studio “Narrow acoustic field of view drives frequency scaling in toothed whale biosonar” pubblicato su   Current Biology da un team di scienziati danesi dell’Institute of advanced studies dell’Aarhus Universitet e dello Scottish Oceans Institute (Soi) e della Sea Mammal Research Unit (Smru) dell’University of St Andrews, rivela un altro “superpotere” di balene, delfini e focene: per ecolocalizzare le prede, utilizzano una specie di “torcia sonar”, fasci stretti di suoni ad alta intensità.

I ricercatori danesi e britannici fanno notare che «Cercare di trovare il tuo pranzo al buio usando una torcia concentrata per illuminare un posto alla volta potrebbe non sembrare il modo più efficace di cercare il cibo. Tuttavia, se si sostituisce la luce con il suono, questo sembra essere esattamente il modo in cui i più grandi predatori dentati sul pianeta trovano il loro cibo».

I risultati dello studio rivelano che questa tecnica di ecolocalizzazione non solo è efficiente, ma «questo senso altamente focalizzato potrebbe aver aiutato balene, delfini e focene ad avere successo come  predatori al top negli oceani del mondo».

Gli scienziati spiegano che «32 milioni di anni fa, gli antenati degli odontoceti e dei misticeti si sono differenziati e hanno sviluppato la capacità di ecolocalizzarsi: inviare impulsi sonori e ascoltare gli echi di ritorno dagli oggetti e dalle prede nel loro ambiente. Questo nuovo senso ha permesso a questi animali di navigare e trovare cibo in acque scure o torbide, durante la notte o a profondità estreme. Da allora, questo passo evolutivo ha permesso a questi animali di occupare una straordinaria diversità di habitat, dai fiumi poco profondi alle acque profonde dell’oceano».

Il principale autore del nuovo studio, Frants Havmand Jensen dell’Institute of advanced studies dell’università di Aarhus e che ora lavora per il Soi,  conferma che «Fa luce su come i cetacei odontoceti hanno adattato le loro abilità sonar ad occupare ambienti diversi» e agiunge che «I risultati della ricerca rivelano che man mano che gli animali diventavano più grossi, erano in grado di immettere più energia nei loro suoni di ecolocalizzazione, ma, sorprendentemente, l’energia sonora aumentava molto più del previsto».

Un altro autore dello studio, Peter Teglberg Madsen, all’università di Aarhus, evidenzia che «Normalmente, gli organi tendono a crescere in modo proporzionale al resto del corpo, ma quando i  cetacei con l’ecolocalizzazione sono diventati più grandi, le loro strutture generatrici di suoni hanno iniziato ad occupare sempre più il loro corpo». Secondo Jensen, «Questo probabilmente riflette una pressione evolutiva per il rilevamento a lungo raggio delle prede: ha permesso ai cetacei più grandi di trovare prede più lontane, permettendo loro di cacciare in modo più efficiente in acque profonde».

Al vertice di questa spinta evolutiva c’è il più grande cetaceo odontoceto: il capodoglio, nel quale l’area della testa utilizzata per generare e focalizzare gli impulsi sonar può costituire fino a un terzo del corpo dei maschi adulti. I ricercatori fanno notare che «Mentre le dimensioni hanno una grande influenza su quanto sono forti i segnali di ecolocalizzazione, gli animali di tutte le dimensioni dagli 1,5 metri delle focene ai 16 metri dei capodogli hanno usato costantemente un raggio bio-sonar stretto per ispezionare l’ambiente circostante, simile all’utilizzo di una torcia a fascio di luce stretto, per la ricerca di cibo al buio».

Un altro autore dello studio, Mark Johnson della Smru di St Andrews. Sottolinea che «Questo è molto simile a come funziona la nostra vista: vediamo meglio entro un campo visivo ristretto che ci rivolgiamo a tutto ciò che vogliamo guardare. Questi fasci di sonar stretti possono aiutare gli animali a dare un senso agli ambienti complessi con molti echi».

Jensen conclude: «L’utilizzo di un raggio sonar stretto presenta anche altri vantaggi. Mettere a fuoco l’energia sonora in una direzione aiuta anche ad aumentare il range in cui la preda può essere rilevata e quindi potrebbe portare direttamente a più alti tassi di foraggiamento, a condizione che il raggio non diventi troppo stretto!»