I danni ambientali della Costa Concordia, sperando non finisca come per la Haven

[29 gennaio 2015]

La richiesta da parte dello Stato di oltre 200 milioni di euro per il danno ambientale causato dal naufragio della Costa Concordia al Giglio, rappresenta un delicato passaggio sul quale valutare l’adeguamento del nostro apparato giuridico e normativo alle esigenze di tutela degli habitat delicati. E’ bene specificare infatti che questi quattrini non verranno utilizzati per ripagare qualcuno, privato o istituzione che sia, delle spese sostenute per far fronte al disastro o per risarcire altri di un mancato guadagno. Questi quattrini dovranno servire a risarcire lo Stato del danno sopportato dall’ambiente che non è stato possibile riparare: l’inquinamento del mare, la rottura del famoso scoglio delle Scole, la compromissione definitiva dei fondali rocciosi, la perdita di ettari e ettari di prateria di Posidonia, coralligeno, le Pinne nobilis e le gorgonie andate distrutte e così via.

Spesso nei disastri ambientali, specie quelli che avvengono in mare, capita che vengano risarciti tutti i vari soggetti in campo: i Comuni e le altre amministrazioni pubbliche per il lavoro di pulizia e di pronto intervento, i pescatori professionali per le giornate perse, i titolari di stabilimenti balneari per i mancati introiti e via di questo passo, risarcimento su risarcimento, lasciando da parte il soggetto più debole, quello che ha meno rappresentanza degli altri, l’ambiente.

E’ successo ad esempio nel caso dell’incidente della Haven, la petroliera affondata al largo di Genova nel 1991. Ebbene, in quel caso, sebbene l’Avvocatura dello Stato avesse quantificato il danno ambientale in oltre 800 miliardi, la compagnia d’assicurazione giunse ad un accordo per via stragiudiziale con il Governo che chiuse dopo oltre dieci anni tutta la vicenda con un risarcimento di appena 117 miliardi di lire che escludevano esplicitamente qualsiasi copertura di danni ambientali. Per arrivare a quest’accordo il Governo fu autorizzato dal Parlamento a procedere per via stragiudiziale e a “ignorare” per la vicenda in questione la legge che prevedeva il risarcimento del danno ambientale, la 349 del 1986, legge peraltro che istituiva il Ministero dell’Ambiente.

Fu quella una delle pagine più brutte nella nostra storia giuridica e parlamentare: in pratica il Governo, su indicazione di una Commissione di “saggi” nominata per la circostanza, chiese al Parlamento di trattare un accordo fuori dalle aule dei Tribunali escludendo qualsiasi risarcimento del danno ambientale, considerato dalla controparte eccessivamente oneroso. Per far questo bisognava bloccare per quel caso specifico la vigenza della legge che lo prevedeva, fare insomma come se quella legge non esistesse. E il Parlamento autorizzò, convinti che sarebbe stato meglio incassare subito piuttosto che sfinirsi in estenuanti passaggi da un’aula di Tribunale all’altra. La cifra finale fu poi veramente ridicola e, come detto, non poteva in nessun modo essere considerata un risarcimento del danno ambientale subito. Per quello, per i danni causati all’ambiente, ai fondali del mar Ligure dal più grave disastro ambientale del Mediterraneo, non è stata pagata neppure una lira.

Ora vedremo cosa accadrà con la Costa Concordia, quanto l’armatore dovrà risarcire allo Stato per i danni che, a giudicare dalla quantificazione effettuata dall’avvocato del Ministero dell’Ambiente, appaiono ben più consistenti di quanto abbiano voluto farci credere finora. Di certo oggi sarebbe impensabile ripetere quel triste balletto di vent’anni fa, grazie anche all’elevato livello d’attenzione attorno alle questioni ambientali che siamo riusciti a stabilire e a una giurisprudenza sempre più avvezza a maneggiare situazioni del genere.

La parola ai giudici.

 di Sebastiano Venneri, responsabile mare Legambiente