Si tratta in realtà di un vincolo al comportamento umano, secondo Verlyn Kinkeborg

I diritti degli animali in realtà non appartengono loro

La lotta per dare personalità giuridica agli animali distoglie dalla reale protezione della biodiversità?

[10 febbraio 2014]

Gli animalisti e parte degli ambientalisti e degli scienziati stanno proponendo da tempo di concedere agli animali “personalità giuridica” e se ci si pensa bene anche tutte le attuali polemiche in Italia sui lupi, con le proposte di amministratori locali e di agricoltori di “punirli” se commettono il “delitto” di assalire il bestiame, oppure di confinarli nei perimetri amministrativi di un’area protetta per impedir loro di fare quello che naturalmente fa una specie – ovvero cercare territori vitali (in questo caso ri-trovare) – fa parte, pur dall’altra parte della barricata, di questo approccio. Attorno al quale si stanno moltiplicando i dubbi. Secondo quanto scrive Verlyn Klinkenborg su Yale Environment 360, ad esempio, «non riesce ad affrontare la verità fondamentale che tutte le specie hanno uguale diritto all’esistenza».

Klinkenborg è noto negli Usa per i suoi libri scientifici e che analizzano il rapporto uomo-animali, come il recente “More Scenes from the Rural Life and Several Short Sentences About Writing”, dal 1997 al 2013 ha fatto parte del comitato di redazione del New York Times e nel recente saggio “Animal “Personhood”: Muddled Alternative to Real Protection” parte proprio da un episodio molto simile a quanto sta accadendo in Toscana e altre regioni con i lupi: «Nel marzo 2002 gli orsi grizzly sono stati banditi da Fremont County, nel Wyoming, che si trova a un tiro di schioppo dal  Parco Nazionale di Yellowstone, habitat del grizzly. Il divieto ha preso la forma di una risoluzione approvata all’unanimità dai commissari della contea, e proibisce non solo l’introduzione o la reintroduzione di grizzly nella contea, ma anche la loro semplice presenza. E’ stato un momento particolarmente melmoso per la legislazione sugli animali. Dalla delibera sembra che i grizzly potessero in qualche modo venire a conoscenza del bando e scegliere se obbedire o disobbedire. Sembrava suggerire che ci sia un traffico di orsi grizzly da regolare». Insomma, lo stesso approccio di chi chiede in Italia di confinare i lupi dentro le aree protette.  «Come molta legge sugli animali – sottolinea  Klinkenborg –  la risoluzione sembrava quasi fosse destinata a modellare il comportamento di grizzly, quando, naturalmente, era in realtà destinata a modellare il comportamento degli esseri umani e delle loro agenzie; in questo caso, il governo federale e le sue politiche di gestione grizzly».

Ma non sono solo i consiglieri della Fremont County a fare confusione riguardo agli animali e alla legge. Secondo Klinkenborg «comunemente si parla di diritti degli animali come se i “diritti” in realtà appartenessero loro (questo è il modo nel quale quasi sempre parliamo di diritti: in possesso della persona o cosa si intende proteggere con i diritti). La legge stabilisce tali diritti in nome degli animali e cerca di farli rispettare a favore degli animali. Ma ciò che sta realmente avvenendo (nella misura in cui i diritti degli animali vengono applicati) è un limite, un vincolo sul comportamento umano. Lo stesso vale per il crescente sforzo per concedere gli animali personalità agli occhi della legge, una strategia legale che viene avanzata da alcuni accademici, avvocati e membri del movimento per i diritti degli animali. La personalità degli animali è destinata a colmare un vacuum inerente il funzionamento dei diritti degli animali. Anche se gli animali hanno diritti, non c’è personalità giuridica – nella versione della personalità giuridica che io e voi (e la società) abbiamo – perché possano adire a questi diritti. Immaginate una popolazione formata di pulci del cane senza cane e ne avrete un’idea. L’animal personhood movement postula l’esistenza del cane, restando all’interno della legge».

Il conferimento della personalità giuridica agli animali dovrebbe servire a proteggerli dagli esseri umani e, secondo gli animalisti, in particolare dalla crudeltà di certi tipi di ricerca di laboratorio. «In altre parole – continua Klinkenborg – l’animal personhood movement spera di costringere gli esseri umani a trattare gli animali come persone giuridiche e, di conseguenza, a porre rimedio all’inadeguatezza delle salvaguardie degli animali già esistenti».

Nel dicembre 2013 alla conferenza “Personhood Beyond the Human” organizzata dalla Yale University,  Saskia Stucki, dell’università di Basilea, ha presentato un documento nel quale evidenzia che «il caso delle personalità giuridica non umana è diventato sempre più pressante, alla luce del fallimento sistematico delle tradizionali leggi sul benessere degli animali, per proteggere gli animali in modo significativo». La questione che pongono Klinkenborg e altri è se l’estensione dei diritti degli animali, o l’istituzione della personalità giuridica per gli animali, proteggerebbe gli animali meglio di leggi più severe per la salvaguardia degli animali che lascino invariato il loro status giuridico.

Klinkenborg scrive che «lo scopo della personalità giuridica degli animali è lodevole, l’obiettivo onorevole e veramente umano.  Ma il concetto incarna una profonda confusione filosofica». Lo testimonierebbe l’intervento alla conferenza “Personhood Beyond the Human” di Michael Mountain, past president e fondatore di Best Friends Animal Sanctuary, il più grande rifugio statunitense per animali abbandonati o abusati: «Quando noi, come esseri umani, sentiamo bisogno di proclamare che “Non sono un animale! E’ per  negare che la personalità degli altri animali riguarda il nostro rapporto con loro a un livello fondamentale».

Klinkenborg ribatte: «Lasciamo stare chi sarebbe quel “noi”.  C’è qualcosa di inquietante, quasi irreale in questa affermazione. Suggerisce che gli esseri umani neghino di essere animali per
negare che gli animali sono persone. Davvero? Immaginate lo sconcertante contrario: gli animali negano di essere persone negando che gli esseri umani siano animali! Prima o poi, il linguaggio dell’animal personhood finisce per riflettersi in uno specchio. Per esempio, diventa impossibile parlare di “animali”. Diventano “animali non umani”, come fosse un modo per  ricordarci che anche gli esseri umani appartengono al grande regno di Animalia».

La pressione per dare agli animali personalità giuridica nel rispetto della legge ha già fatto, soprattutto nel Paesi occidentali, passi avanti per quanto riguarda primati, animali domestici e da compagnia, elefanti, delfini… ma Klinkenborg  fa notare che «questo ha migliorato lo status giuridico solo di quegli animali che si stagliano nella luce del falò umano, gli animali sui quali è facile proiettare qualità umane come “l’intelligenza”, animali che hanno un’evidente utilità economica o che appaiono realmente in grado di soffrire per la crudeltà. Ma si ferma ben al di sotto, per usare un eufemismo, dall’insistere su qualcosa di molto più fondamentale: che tutte le specie hanno un diritto uguale ed equivalente alla propria esistenza. Anche chiamare questo un “diritto” è cadere in una trappola familiare legalistica e linguistica. Non abbiamo una parola – tantomeno un concetto giuridico – per suggerire che l’esistenza di qualsiasi specie è la sua giustificazione sufficiente, una giustificazione che vale per ogni specie, compresi noi, la cui motivazione non è in alcun modo superiore a quella di altre specie».

Klinkenborg torna alle nostre radici culturali e religiose che hanno formato il rapporto uomo-animali così come lo conoscevamo: «Nella tradizione occidentale, Dio era il garante dell’equivalenza di tutte le specie. Dio era anche, naturalmente, il concedente agli esseri umani il dominio su tutte le specie. La domanda importante è questa: Come facciamo a frenare l’umanità abbastanza da permettere la continuazione della coesistenza con altre specie? Vorrei credere che, come in una fiction, la personalità giuridica degli animali potrebbe davvero contribuire a farlo. Ma non lo farà. Perché chiedere agli umani di negare se stessi a beneficio di tutte le altre specie, in particolare di quelle che si trovano fuori della nostra immediata consapevolezza, sembra chiedergli qualcosa che è quasi impossibile. Siamo accecati dalla nostra autostima, o forse siamo solo intrinsecamente ciechi. E’ profondamente difficile sentire la nostra affinità con tutte le altre specie, se la parentela viene espressa come una schiacciante sovrapposizione di Dna o dall’occupazione condivisa di questa terra o in qualsiasi altro modo che vi  piaccia.  Dobbiamo immaginarlo, costruirlo nelle nostre menti, impegnarsi attivamente nel pensarlo. E anche allora, rimane un pensiero e il pensiero, di fronte alla fame e all’abitudine, è a malapena in grado di influenzare le nostre azioni».

Klinkenborg conclude questa sua spietata e lucida disamina dell’animale-uomo facendo notare che «concedere agli animali personalità giuridica per accoglierli in un’aula di tribunale non è esattamente un concetto rivoluzionario per una specie che ha concesso la personalità giuridica alle corporations. Mi piace immaginare una favola animale che spiegherebbe la nostra confusione. Anche se alcune persone cercano di estendere la personalità giuridica alle specie animali a noi vicine, noi come specie sembriamo esistere in esilio dal regno animale, come se gli orsi grizzly del Wyoming potessero votare per bandire i commissari umani dalla Fremont County. Ma anche questo è immaginare negli animali un comportamento che è troppo umano. Quello che non possiamo concepire – e quello che più ci ferisce – è l’indifferenza del resto della natura quando si tratta di noi».