I mammiferi non possono evolversi abbastanza velocemente per sfuggire all’estinzione causata dall’uomo

Dalla sua recente comparsa sulla Terra, l’Homo sapiens ha provocato la scomparsa di interi rami dell’albero dell’evoluzione

[17 ottobre 2018]

Noi esseri umani sterminiamo le specie animali e vegetali così rapidamente che il meccanismo di autodifesa della natura, l’evoluzione, non può tenere il passo. E’ quanto emerge dallo studio  “Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis” publicato su PNAS dai danesi Matt Davis e Jens-Christian Svenning, del  Center for Biodiversity Dynamics in a Changing World (BIOCHANGE) dell’Aarhus Universitet, e dallo svedese Søren Faurby, del Göteborgs centrum för globala biodiversitetsstudier della Göteborgs Universitet.

I ricercatori scandinavi ri cordano che «Negli ultimi 450 milioni di anni ci sono stati cinque sconvolgimenti, nei quali l’ambiente sul nostro pianeta è cambiato così drammaticamente che la maggior parte delle specie vegetali e animali della Terra si è estinta. Dopo ogni estinzione di massa, l’evoluzione ha lentamente colmato le lacune con nuove specie».

Ora è in corso la sesta estinzione di massa, «Ma questa volta – dicono all’Aarhus Universitet – le estinzioni non sono causate da disastri naturali; sono opera degli umani». Il team delle università di Aarhus e dell’Università di Göteborg ha calcolato che «Le estinzioni stanno avanzando troppo rapidamente perché l’evoluzione possa continuare» e spiegano su PNAS: «Se i mammiferi si diversificassero a un ritmo normale, ci vorrebbero ancora 5-7 milioni di anni per riportare la biodiversità al suo livello precedente a prima che si evolvesse l’uomo moderno e 3-5 milioni di anni solo per raggiungere gli attuali livelli di biodiversità»

Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno usato il loro ampio database di mammiferi, che include non solo le specie che ancora esistenti, ma anche le centinaia di specie che vivevano nel recente passato e si sono estinte quando l’ Homo sapiens si à diffuso in tutto il mondo. Questo ha permesso ai ricercatori di studiare l’impatto globale della nostra specie sugli altri mammiferi.

Gli esseri umani moderni esistono da circa 130.000 – 200.000 anni, ma in questo periodo di tempo relativamente breve, siamo riusciti a cancellare un bel pezzo dei 2,5 miliardi di anni di storia evolutiva, portando all’estinzione più di 300 specie di mammiferi. Ma non tutte le estinzioni che abbiamo provocato hanno avuto le stesse conseguenze per la biodiversità. «Alcuni animali estinti, come il leone marsupiale australiano Thylacoleo , o la strana Macrauchenia sudamericana (immaginatevi un lama con una proboscide di elefante) erano lignaggi evolutivamente distinti e avevano solo pochi parenti stretti. Quando questi animali si estinsero, portarono con sé interi rami dell’albero evolutivo della vita. Non solo abbiamo perso queste specie, ma abbiamo anche perso le loro funzioni ecologiche uniche e i milioni di anni di storia evolutiva che rappresentavano».

Davis, il principale autore dello studio che lavora anche  per il progetto “Megafauna Ecosystem Ecology from the Deep Prehistory to a Human-Dominated Future” della Carlsberg Foundation’s Semper Ardens, aggiunge che «I grandi mammiferi, o megafauna, come i bradipi giganti e le tigri dai denti a sciabola, che si estinsero circa 10.000 anni fa, erano molto evolutivamente distinti e poiché avevano pochi parenti stretti, le loro estinzioni significarono che interi rami dell’albero evolutivo della Terra furono tagliati via. Ci sono centinaia di specie di toporagno, quindi possono superare alcune estinzioni: c’erano solo quattro specie di tigri dai denti a sciabola, che si estinsero tutte».

Il problema è che molte delle specie di mammiferi viventi sono più o meno nella stessa situazione. Come ci ricordano i ricercatori di BIOCHANGE, «Rigenerare 2,5 miliardi di anni di storia evolutiva è già abbastanza difficile, ma anche i mammiferi odierni stanno anche affrontando crescenti tassi di estinzione. Specie a rischio di estinzione come il rinoceronte nero sono ad alto rischio di estinzione entro i prossimi 50 anni. Gli elefanti asiatici, una delle due sole specie sopravvissute di un potente ordine di mammiferi che includeva mammut e mastodonti, hanno meno del 33% di possibilità di sopravvivere oltre questo secolo». Dacis spiega ancora: «Se gli elefanti si estinguessero, l’effetto sulla diversità filogenetica sarebbe equivalente a tagliare un grande ramo dall’albero della vita. Perdere una singola specie di toporagno, invece, sarebbe come tagliare un piccolo ramoscello».

I ricercatori hanno inserito queste estinzioni attese nei loro calcoli sulla storia evolutiva perduta e si sono chiesti: «I mammiferi esistenti possono rigenerare naturalmente questa biodiversità perduta?»

Utilizzando potenti computer, simulazioni evolutive avanzate e dati completi sulle relazioni evolutive e le dimensioni corporee dei mammiferi esistenti ed estinti, i ricercatori sono stati in grado di quantificare quanto tempo evolutivo sarebbe stato perso a causa delle estinzioni passate e di quelle potenziali future, nonché la durata del recupero della ricchezza di specie e biodiversità.

Poi hanno ideato uno scenario best-case  del futuro, nel quale gli umani smettono di distruggere gli habitat e di eradicare le specie, riducendo i tassi di estinzione ai bassi livelli di fondo osservati nei fossili. »Tuttavia – dicono – anche con questo scenario eccessivamente ottimistico, ai mammiferi ci vorrebbero dai 3 ai 5 milioni di anni solo per diversificarsi abbastanza da poter generare i rami dell’albero evolutivo che dovrebbero perdere nei prossimi 50 anni. Per rigenerare ciò che è andato perso delle specie giganti dell’era glaciale, ci vorrebbero più di 5 milioni di anni».

Il tempo necessario per consentire il recupero dei mammiferi sarebbe almeno dieci volte più lungo di quanto gli esseri umani siano esistiti come specie. Per Davis «Questo rende il processo di “guarigione” incomprensibile a livello di qualsiasi tipo di scala temporale che sia rilevante per gli esseri umani«».

L’uomo si conferma quindi come l’agente più pericoloso dell’estinzione di massa e un altro autore dello studio, Svenning, che è  a capo di un vasto programma di ricerca sulla megafauna che comprende lo studio, fa notare la nostra adattabilità rispetto agli altri animali: «Anche se vivevamo in un mondo di giganti: castori giganti, armadilli giganti, cervi giganti, ecc., Ora viviamo in un mondo che sta diventando sempre più impoverito di grandi specie di mammiferi selvatici. I pochi giganti rimasti, come i rinoceronti e gli elefanti , rischiano di essere spazzati via molto rapidamente».

Ma il team di ricerca dice che non ci sono solo brutte notizie: «I nostri dati e metodi potrebbero essere usati per identificare rapidamente le specie in via di estinzione, evolutivamente distinte, in modo che possiamo dare la priorità agli sforzi di conservazione e concentrarci su come evitare le estinzioni più gravi».

E  Davis conclude facendo notare che «E’ molto più facile salvare la biodiversità ora che ri-evolverla in seguito».