Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I mondiali del camoscio, una vittoria italiana

Praticamente estinto all'inizio del '900, oggi supera i 2000 esemplari

[18 giugno 2014]

All’inizio del ‘900 nell’area che poi sarebbe diventata il futuro Parco Nazionale d’Abruzzo sopravvivevano poco più di 30 esemplari di camoscio appenninico, un numero troppo esiguo per garantire la sopravvivenza della specie. E se la situazione non fosse mutata, si sarebbe perso per sempre un animale di grandissima importanza per la biodiversità del Pianeta.

Il camoscio appenninico (nome scientifico Rupicapra pyrenaica ornata), infatti, è una sottospecie endemica per l’Italia, questo significa che questo animale si trova esclusivamente nel nostro Paese e in nessun altra parte del mondo. Per fortuna però, le cose sono andate diversamente, e proprio in questi giorni è stata data la notizia che il camoscio appenninico ha superato i 2000 esemplari.

Per fare il punto sullo stato di conservazione di questo importante mammifero studiosi di tutto il mondo si sono dati appuntamento a Lama dei Peligni, nel Parco della Majella, per un congresso internazionale, momento di chiusura del progetto Life dell’Unione Europea “Coornata”, promosso dal Parco della Majella insieme a Legambiente e a tutti i parchi dell’ dell’Appennino: il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Regionale Sirente Velino che per la prima volta hanno sviluppato in maniera congiuntale attività di conservazione su questa sottospecie vulnerabile.

«Il camoscio più bello del mondo, come viene unanimemente definito dagli zoologi il camoscio appenninico – spiega Franco Iezzi, presidente del Parco della Majella – può essere considerato a pieno titolo un ambasciatore dei Parchi Italiani. Non solo rappresenta un caso di successo internazionale per le politiche di conservazione di una specie a rischio, ma la sua tutela è legata strettamente a quella del territorio in cui vive e alle politiche di istituzione delle aree protette. Insomma, se non ci fossero stati i Parchi dell’Appennino con tutta probabilità il camoscio non sarebbe sopravvissuto»

«Il Life Coornata – commenta Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – è stato particolarmente importante perché per la prima volta le attività di conservazione sono state  sviluppate congiuntamente e condotte in forma coordinata da tutti i parchi dell’Appennino centrale interessati dalla presenza, anche potenziale, del camoscio appenninico. Proteggere questo importante animale, significa conservare in buona salute anche il suo habitat con conseguenti ricadute positive a cascate su altre specie presenti, animali o vegetali che siano».

Il camoscio appenninico non va confuso con il più diffuso camoscio alpino che è proprio una specie diversa (Rupicapra rupicapra), ampiamente diffuso sull’arco alpino, che gode di un regime di protezione inferiore, maggiormente imparentato con i camosci nord-orientali, rispetto a quello appenninico che invece appartiene ai camosci sud-occidentali, che lo rendono più simile ai camosci presenti in Spagna.

Il Life Coornata può anche essere considerato un caso esemplare di successo della ricerca made in Italy all’interno dei Parchi, perché sono state sperimentate alcune  tecniche di cattura e rilascio, totalmente innovative e mai usate prima su questa specie: le box trap e le up-net. Si tratta di dispositivi per catture “collettive” degli esemplari, che hanno il vantaggio, rispetto alla teleanestesia di singoli individui,  di  trasferire un certo numero di animali simultaneamente, una condizione assai favorevole per il trasferimento in nuove aree di animali che vivono in gruppo.