I Parchi incontrano la scienza. Le eccellenze della ricerca nelle aree protette italiane

Dal ritorno dei “big five” alla bioinvasione delle specie aliene

[3 dicembre 2013]

Mentre scorrono velocemente i giorni verso la Conferenza “La natura dell’Italia –Biodiversità e Aree Protette. La Green economy per il rilancio del Paese” che il ministero dell’Ambiente ha organizzato per l’11 e 12 dicembre a Roma insieme a Federparchi, Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e Unioncamere, si  tenta un bilancio dell’enorme patrimonio della biodiversità del nostro Paese e di quanto si è fatto e c’è da fare per tutelarlo.

Oggi  il Convegno “I Parchi incontrano la scienza” in 8 sessioni sulla ricerca (mare, geologia, foreste, specie aliene, ambienti acquatici, anfibi e rettili, uccelli, mammiferi), ha fatto il punto su una situazione che, grazie alla ricerca scientifica e alle conoscenze sul campo acquisite e applicate nelle aree protette italiane, ha visto il ritorno in grande stile nelle nostre montagne, sulle nostre coste, nei nostri mari dei “big five”: orsi, camosci, foche, ma anche grifoni e falchi pescatori.

Legambiente e Federparchi, che hanno organizzato il convegno con il patrocinio del ministero dell’ambiente, ricordano «La reintroduzione del leggendario grifone dall’apertura alare di quasi tre metri nel Parco dei Nebrodi in Sicilia, alla quinta colonia stabile di camoscio appenninico nel Parco del Sirente Velino, passando per il falco pescatore, che nidifica in Maremma ormai da tre anni. E poi ancora gli orsi dell’Adamello Brenta, la foca monaca che fa sempre più spesso capolino dalle grotte dell’isola siciliana di Marettimo».

I numeri presentati dal convegno sono imponenti quanto sconosciuti: «1.700 le ricerche selezionate, tra i 4.000 studi scientifici realizzati nel grande laboratorio open air offerto dal sistema delle aree protette italiane: 6.000 chilometri percorsi, 54 esperti e tecnici coinvolti e 23 persone di riferimento sul territorio».

Numeri legati all’eccellenza scientifica italiana che sono tornati anche nella tavola rotonda che ha visto la partecipazione del ministro dell’ambiente Andrea Orlando, del presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, dell’economista dell’università Luiss Stefano Landi, del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, coordinati dallo zoologo Luigi Boitani.

Sammuri ha sottolineato che «I parchi non sono conservazione statica, ma anche ricerca scientifica applicata al ritorno della massima biodiversità possibile nella penisola. La ricerca è parte essenziale dell’innovazione legata al territorio che è il ‘marchio di fabbrica’ della green economy. E la ricerca italiana in campo ambientale ed ecologico è tra le più interessanti, dal punto di vista dei risultati gestionali delle aree protette e in generale della biodiversità. Non dimentichiamo che il nostro è il Paese europeo più ricco di specie animali e vegetali: se c’è un patrimonio di cui dobbiamo andar fieri è proprio quello naturale».

Secondo Cogliati Dezza, «Le aree protette hanno dimostrato una notevole capacità di realizzare progetti e azioni per proteggere la natura. E’ merito dei parchi se oggi alcune di queste specie prioritarie non sono più a rischio e altre sono state reintrodotte con successo, e soprattutto se il nostro è tra I Paesi più ricchi di biodiversità in Europa».

Al convegno sono stati presentati alcuni esempi di eccellenza, a testimoniare il successo di tutela e ricerca, come il ritorno del grifone in Sicilia, dove era considerato ormai estinto dagli anni ‘70. Scomparso a causa dei bocconi avvelenati disseminati all’epoca legalmente sul territorio, è oggi possibile di nuovo osservarlo mentre sorvola i Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia. Nell’isola nidificano ormai 30 coppie, discendenti di  alcuni esemplari reintrodotti dalla Spagna.

Anche quella del camoscio appenninico è una storia di successo: dopo le colonie del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Gran Sasso, della Majella e dei Monti Sibillini, il camoscio appenninico è tornato anche nelle valli del Parco Naturale del Sirente Velino, grazie ad un sofisticato progetto di ripopolamento che ha comportato la cattura e il rilascio di gruppi di esemplari da un territorio all’altro. Prima erano stati condotti studi sia sul possibile adattamento di questi grandi erbivori al nuovo territorio e poi sono stati applicati metodi di cattura e spostamento che non danneggiassero né l’animale né il branco.

Sammuri, ex presidente del Parco della Maremma che attualmente presiede quello dell’Arcipelago Toscano, va giustamente fiero del progetto su falco pescatore, un raro rapace presente in Corsica che da tre anni viene osservato nidificare anche nel Parco della Maremma. Assenti in Italia come nidificanti a partire dagli anni ‘70, questi affascinanti uccelli che si procurano il cibo in mare sono studiati e tutelati grazie a sofisticate tecnologie di ripresa a distanza, che permettono di seguire la vita dei nidiacei fin dalle prime ore di nascita. Ora si sta pensando alla loro reintroduzione nelle isole dell’Arcipelago Toscano, dove sono già segnalati giovani errabondi, come a Capraia.

E’ ricomparsa anche un’altra specie considerata estinta in Italia: la foca monaca. Questo elusivo marino, grazie alle politiche di tutela e gestione della pesca artigianale nell’area marina protetta delle Egadi è stato nuovamente osservato nelle grotte di Marettimo, oltre ad alcuni sorprendenti avvistamenti in Alto Adriatico e ad alcune segnalazioni all’Isola del Giglio e all’Elba.

Poi c’è il più grande predatore italiano, l’orso bruno. Alla fine degli anni ‘90 solo ne erano rimasti solo 3 – 4 esemplari erano rimasti sulle montagne del Gruppo Adamello Brenta. Dopo un intervento di rilascio di 10 animali, la popolazione è cresciuta fino ad arrivare a una trentina di individui e si registrano nuove cucciolate ogni anno. Prosegue, inoltre, il fenomeno di migrazione spontanea di orsi che provengono principalmente dalla Slovenia. «L’obiettivo della tutela – dicono a Legambiente – è ripristinare l’equilibrio che già esisteva sulle Alpi: la presenza di predatori è indice quindi di un ambiente sano, di una catena alimentare ricca e di varietà nel numero di specie presenti (biodiversità)».

Ma la ricerca scientifica sulla natura italiana non si occupa  solo di casi di successo e delle reintroduzioni. La faccia meno rassicurante della medaglia è infatti l’invasione di specie animali e vegetali provenienti da altri territori, ma che ben si adattano ai climi mediterranei. Gli scienziati sono all’opera per censire e arginare le specie invasive ed aliene dall’isola di Montecristo al Parco Regionale dell’Adda Nord. La bioinvasione di specie alloctone, ossia non originarie, è infatti considerata oggi la seconda causa di perdita di biodiversità, dopo la distruzione degli habitat. Basta pensare che è stata stimata per questo motivo la scomparsa del 50% delle specie di uccelli dal 1500 a oggi.