Successo del progetto "Sicurezza alimentare attraverso la commercializzazione dell'agricoltura"

I piccoli agricoltori di 34 Paesi diventano imprenditori grazie ad un programma finanziato dall’Italia

Aumento del 30% dei redditi delle famiglie dei piccoli agricoltori

[16 ottobre 2013]

In un evento collaterale tra quelli che hanno aperto la settimana Mondiale dell’Alimentazione, la Fao ha presentato alcuni progetti di successo finanziati dall’Italia, in Africa orientale ed occidentale, America centrale e nei Caraibi che stanno trasformando i piccoli proprietari e le aziende familiari in piccole imprese.

Si tratta del programma “Sicurezza alimentare attraverso la commercializzazione dell’agricoltura” in atto 34 paesi sin dal 2006, sotto la guida tecnica della Divisione Fao Infrastrutture rurali e industrie agricole.  Fino ad oggi questi Paesi  hanno beneficiato di quasi  50 milioni di dollari investiti soprattutto nella governance, politica, nello sviluppo delle capacità e nel trasferimento di tecnologie moderne e delle buone pratiche.
Maria Helena Semedo, vice direttrice Generale della Fao per le Risorse Naturali, ha sottolineato: «Il Programma di sicurezza alimentare attraverso la commercializzazione dell’agricoltura (Fcsa) è di grande importanza per la Fao. I suoi risultati contribuiscono direttamente alla nuova visione strategica della Fao di sconfiggere la fame e di raggiungere uno sviluppo sostenibile.  Il programma mira a creare un’agricoltura e sistemi alimentari più inclusivi ed efficienti a livello locale, nazionale e internazionale. Tali obiettivi sono al centro del nuovo quadro strategico con il quale la Fao sta ridefinendo il suo sostegno ai Paesi membri nella lotta contro la fame. In un mondo dove 842 milioni di persone soffrono ancora la fame, ma il cibo che il mondo produce è sufficiente, il problema non è la scarsità di alimenti. Il problema della fame, e le soluzioni per affrontarla, sono oggi molto diversi dal passato. La globalizzazione ha portato a catene alimentari e mercati più strettamente integrati, che a volte richiedono grossi investimenti in tecnologia, da cui i piccoli agricoltori e le aziende agricole familiari sono sempre più esclusi. La partecipazione dei piccoli coltivatori e delle famiglie di agricoltori ai sistemi alimentari e agricoli è fondamentale per raggiungere l’obiettivo della Fao  di un mondo senza fame».

Giampaolo Cantini, direttore generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri ha evidenziato che «I dati sulla fame nel mondo ci forniscono un quadro allarmante, non possiamo chiudere gli occhi. E così non possiamo esimerci dal ripensare e reinventare l’approccio globale alla sicurezza alimentare, prendendo in considerazione l’intera complessità dei sistemi alimentari. Questo approccio fa incrementare il reddito familiare, sostiene l’uso sostenibile delle risorse naturali, crea un’occupazione rurale dignitosa, riduce lo spreco di cibo e di conseguenza fa aumentare la sicurezza alimentare e nutrizionale».

La Semedo ha aggiunto che «In un contesto economico globale difficile, la Fao sta incoraggiando tutti i partner a concentrare fondi ed interventi su iniziative di successo che promuovono la partecipazione dei piccoli agricoltori nelle catene agroalimentari. E poiché oltre il 70% delle persone che soffrono d’insicurezza alimentare vivono nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo, questo è davvero importante».

La conferma dell’importanza dell’approccio del progetto italiano è venuta dal ministro dell’agricoltura dell’Uganda, Bright Rwamirama, che ha detto che «L’elemento decisivo del successo del Programma Fsca sta nel fatto che esso si integra strettamente con gli obiettivi di sviluppo delle politiche e delle strategie del paese. Le aree d’intervento e gli obiettivi rispecchiano le politiche nazionali. Il progetto ha prodotto un aumento del 30 – 35%  per cento delle transazioni delle organizzazioni di agricoltori e di un aumento del 30% dei redditi delle famiglie».

Winston Magloire, del ministero dell’agricoltura di Dominica, un piccolo Paese insulare dei Caraibi, ha fatto notare che «Lo sviluppo nel mio Paese di catene di valore aggiunto delle ananas è la chiave del successo del Programma Fsca.  Come in altri paesi, la formazione agli agricoltori in tecniche e tecnologie moderne, la promozione della  loro organizzazione in gruppi e cooperative di agricoltori, la loro interazione con gli addetti alla trasformazione degli alimenti e con le organizzazioni di consumatori, hanno consentito ai produttori di ananas locali di competere con marchi globali nell’intera regione dei Caraibi».

Jorge Alberto Salinas Rodriquez , direttore dell’ufficio di pianificazione e politiche pubbliche del ministero delle Politiche Agricole del Salvador, ha presentato i ruisultati del programma italiano nel supo Paese centroamericano: «Formazione, sviluppo delle capacità, e rafforzamento delle associazioni di agricoltori e dei loro legami con i commercianti e con l’industria, hanno comportato un aumento dei profitti del 50% per i produttori di jocote, un frutto indigeno commestibile, mentre gli agricoltori del banano da farina hanno avuto dei profitti dell’80%. Non solo, ma i legami tra produttori e commercianti hanno fatto sì che si aprissero nuovi mercati di nicchia: gelatine e marmellate, bevande e farina di banano sono solo alcuni esempi in cui gli agricoltori possono ora sfruttare nuove opportunità di business».

Per una volta l’Italia e un esempio positivo di come aiutare i Paesi poveri a sviluppare le loro risorse, un esempio di come si potrebbe redistribuire ricchezza nel mondo, cominciando a creare le condizioni perché milioni di disperati non debbano fuggire dai loro Paesi. Un aiuto che si tradurrebbe anche in un vantaggio economico, visto quanto spendiamo nell’inutile tentativo di impedire che gli uomini arrivino lì dove vanno le merci e la ricchezza.