I tursiopi residenti creano culture autonome diverse da quella dei delfini del mare aperto

Uno studio sul comportamento, la dinamica sociale e la variazione genetica dei delfini residenti delle isole di Punta de Choros e Chañaral

[28 maggio 2018]

Lo studio “Home sweet home: social dynamics and genetic variation of a long-term resident bottlenose  dolphin population off the Chilean coast”, pubblicato recentemente su Animal Behavior da un team di ricercatori cileni e colombiani  rivela che  nell’area di Chañaral e Punta de Choros, isole che fanno parte della Reserva Nacional Pingüino de Humboldt, un’area protetta nel centro del Cile che però non si estende a mare, arrivano dei tursiopi (Tursiops truncatus)”srtranieri” che si accoppiano con le femmine della popolazione residente.

I ricercatori cileni guidati dal veterinario  Maia José Pérez-Alvarez della Facultad de Ciencias dell’Universidad Mayor di Santiago, da più di 13 anni  studia i tursiopi che vivono s Chañaral e Punta de Choros e che sono l’unica popolazione conosciuta di delfini residenti che vive al largo delle lunghissime coste del  Cile. E’ per questo che i ricercatori si sono dedicati a studiare il comportamento, la dinamica sociale e la genetica di questa popolazione ed hanno così scoperto che, come scrive Mongbay LATM, che «In questa zona marina arrivano, per un certo periodo, gruppi stranieri della stessa specie, quelli che vengono chiamati di passaggio.

Quando arrivano nell’area, i maschi dei gruppi di tursiopi stranieri si accoppiano con le  femmine residenti, mantenendo così i numeri della popolazione locale e riducendo l’endogamia, cioè l’incrocio tra parenti che è una delle cause della riduzione e dell’estinzione delle specie.

Un altro dei ricercatori autori dello studio, Yerko Vilina, dell’Universidad Santo Tomás, che studia i tursiopi da 30 anni, ha detto a Mongbay LATM: «quello che stiamo scoprendo è che i delfini che vivono lungo le coste delle isole di Punta de Choros e Chañaral hanno un modo di vivere e una genetica molto diverse da quelli che vivono in mare aperto e che di quando in quando compaiono in questa zona. Sono come culture distinte e, per esempio, si differenziano perché quelli di passaggio saltano molto e appartengono a grandi gruppi, di 40, 60 e fino a  100 individui, mentre i locali sono più lenti, tranquilli, più grandi e più scuri».

La Pérez-Alvarez, che guida anche l’Instituto de Ecología y Biodiversidad (Ieb), si è occupata della parte genetica dello studio e spiega che «Uno de nostri principali risultati è che i residenti e i non residenti presentano una struttura genetica diversa. L’analisi ha rivelato che le femmine locali condividono informazioni genetiche con la maggioranza dei maschi locali, che probabilmente sono loro figli. Al contrario, i maschi che provengono da altri luoghi hanno un’altra struttura genetica. Crediamo che questa dinamica permetta che si mantengano le caratteristiche uniche della popolazione locale. Continueremo le ricerche in questo settore marino e ora ci concentreremo nel valutare se i maschi stranieri sono i padri o parenti dei delfini locali. Questo permetterà di avere più informazioni su un possibile meccanismo per evitare l’endogamia che applica la popolazione residente per mantenersi nel tempo.  In termini evolutivi di sopravvivenza delle specie, il principio più importante è che all’interno della medesima esista una grande diversità, Può essere genetica, culturale, morfologica, però questa varietà permetterà che alcuni individui sopravvivano di fronte a fattori ambientali che li mettono a rischio».

Vilina  aggiunge: «Gli esseri umani non sono gli unici nel pianeta che hanno la capacità di sviluppare culture» e i tursiopi cileni farebbero parte di due culture distinte: «In apparenza, c’è una popolazione molto grande, con molti individui, che vive in mare aperto, nelle acque esterne. Però abbiamo anche popolazioni che vivono lungo le coste», come  i gruppi di delfini residenti che nell’America bagnata dall’Oceano Pacifico vivono nel Golfo de Guayaquil, in Ecuador,  In California negli Usa  e lungo la costa del Perù. In tutti questi casi conosciuti, la genetica dei delfini costieri residenti e diversa  e quindi le popolazioni residenti di Perù, Ecuador ed Usa non condividono gli stessi geni, mentre quelli delle popolazioni che vivono in mare aperto hanno similitudini «I non residenti della California somigliano più ai non residenti di Cile, Ecuador e Perù  che ai loro parenti costieri. E’ come se ci fossero culture differenti in ogni baia, però c’è anche la grande cultura degli esterni che visitano, ogni certo tempo, quelle costiere».

Ma le differenze non sono silo genetiche, varia anche il comportamento di ogni gruppo locale e gli scienziati cleni dicono: «Vogliamo dimostrare che i cetacei e in particolare i delfini sviluppano una loro propria cultura. Per poter dire alle autorità cilene che, anche se ci sono Tursiops truncatus in tutto il pianeta, i nostri sono particolari e devono preoccuparsi per la loro conservazione».

Vilina ha annunciato che all’inizio del 2019 inizierà un nuovo studio che questa volta si concentrerà sulle vocalizzazioni dei tursiopi: «Scommettiamo che il linguaggio sarà diverso. Lo abbiamo scoperto nelle orche  e crediamo che questo succeda anche nei tursiopi. Così come hanno culture differenti, devono avere ance “idiomi diversi”».

Anche se il Tursiops truncatus è probabilmente la specie di delfini più numerosa del pianeta, diversi studi dicono che le loro popolazioni si stanno riducendo  a causa soprattutto dell’inquinamento, del traffico navale  e del turismo costiero. Per sempio, Vilina sostiene che «La pressione turistica sulle isole Choros e Chañaral, sta colpendo questa popolazione. Vengono fatte visite turistiche per vederli e a volte si trovano decine di barche che inseguono una femmina con il suo cucciolo. Tutti applaudono, però la mamma e suo figlio alla fine sono esausti».

Uno studio realizzato nel Golfo de Guayaquil e pubblicato nel 2017 ha dimostrato che la popolazione residente dei tursiopi dell’Ecuador negli ultimi 20 anni si è ridotta della metà.

Vilina conclude: «E’ necessario lavorare di più nell’educazione e porre limiti di carico del turismo. Bisogna anche regolamentare o evitare qualsiasi attività che possa danneggiare il loro habitat. Noi esseri umani  dovremmo smetterla di pensare che siamo gli unici ad avere culture, perché ognuno dei gruppi di questi delfini rappresenta una cultura che potrebbe essere sterminata se non lavoriamo alla sua conservazione».