Ibis eremita orientale, un’estinzione annunciata

Gianluca Serra in esclusiva per Ecologist e greenrepoort.it. Perchè lo Stato Islamico non c’entra niente

[3 giugno 2015]

Ibis 1

Purtroppo la recente caduta di Palmira per mano dell’ISIS non costituisce alcuna minaccia per la sopravvivenza dell’Ibis eremita orientale, come riportato da un articolo di BBC World alcuni giorni fa. Semplicemente perché questa popolazione, unica e iconica, si è estinta qualche mese prima. La guerra che sta distruggendo la Siria è stata soltanto l'”ultima goccia” per questa popolazione da vario tempo sull’orlo dell’estinzione, il cui destino le organizzazioni internazionali di conservazione hanno scelto di ignorare.

L’Ibis eremita (Geronticus eremita) è scomparso allo stato selvatico in Siria quest’anno a causa di minacce ben note, presenti lungo la rotta migratoria, che nulla hanno a che vedere con la cattura di Palmira da parte di ISIS. Tre uccelli, inclusa Zenobia (una femmina marcata con trasmettitore satellitare), sono stati avvistati presso il sito di svernamento usuale sull’altopiano etiope nell’inverno 2013-14.

Ma Zenobia sola ha fatto ritorno a Palmira la primavera successiva. Il 2014 è così diventato l’ultimo anno in cui l’Ibis eremita, rappresentato dalla sola Zenobia, è tornato al sito di nidificazione a Palmira, nel bel mezzo del deserto siriano.

Così quest’anno, per la prima volta in millenni, i pastori nomadi Beduini non hanno avvistato alcun ibis eremita pascolare nella steppa all’inizio della primavera. I fanatici barbuti e nero-vestiti dell’ISIS quindi sono divenuti soltanto testimoni funerei e inconsapevoli del grande vuoto lasciato dall’Ibis eremita nelle falesie e nei borri della steppa siriana.

Palmira, mia seconda patria per un decennio, ha goduto di un paio di anni di relativa pace mentre la guerra infuriava nel resto del paese. Le forze governative, infatti, erano riuscite a schiacciare sul nascere la rivolta della popolazione locale nel 2012. Da allora le comunicazioni erano state ristabilite. Fino a quando, la scorsa settimana, le forze del califfato nero sono riuscite, con mossa a sorpresa, a conquistare la leggendaria Palmira mettendo in fuga buona parte della cittadinanza terrorizzata. Così i collegamenti si sono interrotti di nuovo. Da allora il mio pensiero è rivolto con apprensione ai miei compagni di avventure, amici e colleghi palmiriani.

Certamente l’arrivo di ISIS a Palmira si sarebbe configurato come una minaccia seria se i rari uccelli fossero stati ancora  nei paraggi –  e specialmente se la loro presenza e rarità fosse stata sbandierata dai media di mezzo mondo com’è stato fatto irresponsabilmente in questi giorni. E i fanatici barbuti allora non avrebbero certo perso l’opportunità di dare il colpo di grazia alla sparuta colonia di pennuti guadagnando quel brandello in più di gloria mediatica cui tanto tengono.

Oltre a tutto questo, mi tocca anche commentare la faccenda della supposta taglia che l’associazione libanese avrebbe messo su Zenobia, come riportato dall’articolo della BBC di cui sopra. Un’idea stravagante, totalmente impraticabile e pure di dubbia utilità (ammesso e non concesso che Zenobia sia ancora in vita). Questa parte dell’articolo mi ha fatto sorridere: se davvero per qualche caso del destino Zenobia fosse ancora viva da qualche parte lungo la rotta migratoria lunga 3200 Km (e “larga” in maniera imprecisata), tra Arabia saudita occidentale ed Etiopia, cosa si propone di fare? Di sguinzagliare lettori e appassionati alla cattura della poveretta?

Una perdita irreversibile

Il pianeta sta vivendo quella che è stata denominata come la sesta ondata di estinzione di massa di specie viventi. Specie di ogni forma di vita si estinguono, secondo recenti stime, al ritmo di centinaia ogni anno. Nell’indifferenza e disinformazione totali. La maggior parte delle quali non ancora conosciute né nominate dalla scienza – né mai lo saranno, per ovvi motivi.

L’estinzione dell’Ibis eremita orientale dal suo areale originario (Medio Oriente e Africa orientale) è una perdita irreversibile per l’ecosistema della steppa siriana e per quello dell’altopiano etiope. È anche una perdita irreparabile per il patrimonio culturale del Medio Oriente, regione in cui questi animali emblematici sono stati contemplati con meraviglia dalle varie civiltà che ivi si sono susseguite nel corso dei millenni.

Gli uccelli rinvenuti nel 2002 erano gli ultimi discendenti viventi di quelli considerati sacri dagli antichi egizi. L’Ibis eremita, infatti, è ritratto inequivocabilmente nei geroglifici di migliaia di anni fa, come simbolo della divinità Akh incaricata di accompagnare i defunti nell’aldilà. Sembra anche che l’Ibis eremita sia menzionato nell’Antico Testamento come messaggero di fertilità. E sicuramente era ritenuto la guida dei pellegrini haj diretti verso la Mecca da parte delle comunità musulmane dell’Anatolia meridionale. Credenza popolare che è stata confermata, in modo spettacolare, pochi anni fa dalla telemetria satellitare.

Dichiarare una specie estinta allo stato selvatico non è cosa semplice, può richiedere anni. La stessa colonia relitta di ibis eremiti scoperta nel 2002 non doveva esistere secondo la letteratura ornitologica. La leggendaria popolazione orientale era stata dichiarata estinta dal deserto siriano verso gli anni Novanta, giacché nessun individuo di questa specie era stato più avvistato dagli anni Trenta. Per questo la loro riscoperta nel 2002 fece un certo scalpore.

Ma questa volta sembra che l’estizione dell’Ibis eremita dal Medio Oriente, almeno come specie nidificante, sia un fatto tristemente assodato. Sicuramente lo è dalla Siria, con il mancato ritorno di Zenobia quest’anno. Non si può escludere che qualche immaturo disorientato e sparuto possa ancora sopravvivere tra l’Arabia saudita occidentale e l’Etiopia.

Non ci illudiamo troppo, la maggior parte delle volte dichiarare una specie ben conosciuta come estinta in natura centra il bersaglio. Solo poche volte ci si sbaglia aldifuori della fascia tropicale, di solito a proposito di specie particolarmente elusive e che vivono in ambienti particolari. Eloquente è il caso del grande picchio americano, conosciuto come Ivory-billed Woodpecker, che viveva nelle foreste planiziali degli Stati Uniti del sud: dopo decenni una parola finale non è stata ancora pronunciata circa la sua presunta estinzione, in virtù di periodici supposti avvistamenti, mai accertati definitivamente. Rimane quindi una specie sospesa in un suo limbo, o “specie Lazzaro” come dicono in gergo i conservazionisti.

Una saga di conservazione durata dieci anni

Ridotti a soli 7 individui nel 2002 (l’anno della riscoperta) e nidificanti in un paese politicamente non poco guardingo e paranoide come era la Siria prima della guerra, certamente solo un miracolo avrebbe potuto consentire di salvare dall’estinzione questo sparuto gruppo di pennuti – che, come se non bastasse, migravano sul lungo raggio, attraversando due volte l’anno 10 paesi tra i più isolati e guardinghi al mondo (Arabia saudita, Yemen, Eritrea, Sudan e, appunto, la Siria). Eppure i primi anni seguenti la scoperta, il miracolo sembrò prendere forma e quasi a portata di mano, grazie all’entusiasmo di poche persone incondizionatamente appassionate e pronte a tutto pur di salvare l’ibis.

Ma alla fine nonostante l’importanza simbolica e culturale a livello regionale, e nonostante gli strenui e avventurosi sforzi realizzati a Palmira lungo l’arco di dieci anni, l’estinzione di questi volatili unici non si è potuta scongiurare. Per un intreccio complicato di ragioni.

Certamente il fatto che fosse una specie inclusa nella lista degli uccelli del Paleoartico Occidentale (in buona compagnia di tutte le altre specie che vivono in Europa), che fosse inclusa nella lista delle specie a grave rischio di estinzione della Lista Rossa IUCN, in quella delle 100 specie a maggior rischio di estinzione del mondo e pure in quella delle 100 specie maggiormente distinte da un punto di vista evolutivo e genetico del mondo, non è bastato a far si che le organizzazioni internazionali di conservazione si mobilitassero e impegnassero con l’approccio strategico e la determinazione che erano necessari affinché il miracolo si compisse.

Lo scoppio della guerra nel 2011 ha costituito soltanto la classica goccia che ha fatto travasare il vaso. A quel punto la colonia era già ridotta a soli due adulti. E il piano di emergenza che avevo concepito e proposto alle organizzazioni di conservazione due anni prima era rimasto lettera morta. Allo scoppio della guerra quindi il destino della antica guida dei pellegrini haj era già segnato, come del resto avevo annunciato ai lettori e appassionati italiani con un articolo pubblicato nel Settembre 2010.

Copertura della guerra in Siria

E’ un dato di fatto che la copertura giornalistica della guerra in Siria da parte delle principali testate giornalistiche internazionali e nazionali è molto scadente. Un po’ per il problema intrinseco di ottenere informazioni affidabili da un paese attanagliato da una guerra brutale. Ma anche perché i media sono sempre alla ricerca di notizie “fresche” e originali ogni giorno, che attirino e stimolino l’attenzione del lettore medio.

Purtroppo, come spesso accade per i conflitti di lunga durata, la gente si assuefà alle notizie quotidiane del computo dei morti e feriti innocenti, vuoi per mano del regime tramite le infami bombe a grappolo, o per mano dei ribelli o dei fanatici del califfato. O forse è il lettore stesso che preferisce, facendo leva sulla distanza e l’impotenza, calare un velo pietoso e rimuovere le notizie provenienti dai grandi teatri di sanguinose guerre.

La scorsa settimana dunque le maggiori testate si sono concentrare sul dramma della cattura di Palmira da parte di ISIS e i conseguenti timori per il sito archeologico patrimonio UNESCO. Il mio collega archeologo Alberto Savioli con cui ho lavorato a Palmira e che ha scavato in molti siti della Siria nel corso del tempo, ha pubblicato un post in cui dichiara che nonostante fosse chiaramente toccato dalla tragedia del rischio per le rovine di Palmira non poteva per questo accettare che i media dimenticassero di menzionare, neanche solo per un giorno, il dramma della popolazione civile.

E adesso arriva il mio turno, nel ruolo di naturalista e protettore di un animale ex a rischio di estinzione. Dopo aver letto l’articolo della BBC non solo mi sento di dover confermare quello che il mio collega archeologo ha già sostenuto – e cioè che è fuori luogo e irrispettoso verso la popolazione sofferente di Palmira di concentrare l’attenzione solo e soltanto su questioni che riguardano il patrimonio culturale e naturale. Ma oltre a questo devo anche rilevare che il contenuto di quell’articolo era scorretto – probabilmente perché basato su una fonte d’informazione non aggiornata.

Non sono certo un simpatizzante per i macellai dell’ISIS ma mi pare francamente ridicolo additarli come responsabili dell’estinzione dell’Ibis eremita in Medio Oriente. Portano già la responsabilità di un numero sufficiente di atrocità ed efferatezze. Per carità, non carichiamoli anche di quest’ulteriore peso.

Gianluca Serra

 

Traduzione (libera) dall’inglese dell’editoriale uscito su The Ecologist lo scorso 29 Maggio 2015.

L’autore dell’articolo si è impegnato in prima linea alla conservazione di natura e biodiversità a livello internazionale nel corso delle due decadi passate, alternandosi nelle vesti di ricercatore, cooperante, praticante da campo e attivista. Nel periodo 2000-2011 ha vissuto e lavorato nel deserto siriano, a Palmira, con varie organizzazioni internazionali, associazioni no profit e spesso anche come volontario. Con fondi della Cooperazione Italiana allo Sviluppo ha assistito il governo e la società civile siriana a iniziare la conservazione della natura nel paese partendo da zero – creando le prime aree protette, liste faunistiche e formando il personale.

Serra nel tempo ha formato una squadra di palmiriani appassionati di natura che ha guidato alla scoperta della colonia relitta di Ibis eremiti e in seguito alla protezione della stessa fino allo scoppio della guerra.

Un testo fotografico e tecnico sui dieci anni di saga di conservazione dell’Ibis eremita in Siria ed Etiopia sarà presto resa disponibile online (gratuitamente) a questo link: thelastflight.org

Un testo di narrativa sullo stesso soggetto sarà pure pubblicato nel futuro prossimo e reso disponibile a quest’altro link: salaamhasreturned.org

 

Il precedente articolo di Gianluca Serra per greenreport.it: Ibis eremita orientale, estinzione imminente