II divieto Ue funziona: diminuito del 90% il commercio globale di uccelli selvatici (VIDEO)

Il numero di uccelli esotici commerciati annualmente è sceso da 1,3 milioni a solo 130.000

[24 novembre 2017]

Finalmente arrivano buone notizie per l’avifauna mondiale: grazie al divieto approvato nel 2005 dall’Unione europea di importare uccelli selvatici, c’è stato un massiccio calo del 90% nel commercio dell’avifauna, cioè gli animali che vengono – legalmente o illegalmente – più commerciati al mondo. Prima del divieto del 2005, Italia, Belgio,  Olanda Portogallo e Spagna comprarono fino a due terzi di tutti gli uccelli selvatici venduti sul mercato globale. Quasi il 70% di questi proviene dai paesi dell’Africa occidentale della Guinea, del Mali e del Senegal.

A rivelarlo è il  nuovo studio “Networks of global bird invasion altered by regional trade ban”, pubblicato su Science Advances da un team di ricercatori europei guidato dal portoghese Luís Reino del CIBIO/InBIO-Centro de investigação em biodiversidade e recursos genetico, che spiega come, dopo il bando Ue, il numero di uccelli commerciati annualmente sia sceso da 1,3 milioni  censiti dalla Convention on the trade in endangered species (Cites) ai solo 130.000 di oggi.

I bracconieri di avifauna hanno subito un durissimo colpo, ma le sofferenze che produce ancora molte: il  cervello di molte specie di uccelli ha una densità di neuroni molto più alta di quella dei mammiferi ed è per questo che alcune specie sono così intelligenti, ma è anche per questo che  soffrono e subiscono un disagio emotivo durangte i brutali trasferimenti clandestini e  per la cattiva gestione in cattività o per le condizioni di vita inadatte nelle gabbie delle nostre case.

Ma per gli scienziati  questa è solo una delle preoccupazioni che derivano dal commercio dell’avifauna esotica: lo studio dimostra che il commercio è la principale porta d’ingresso delle specie invasive per penetrare in nuovi ecosistemi, ma il commercio danneggia anche l’ecosistema dei Paesi dove vengono catturati gli uccelli.

Uno degli autori dello studio, Diederik Strubbe, dell’Università della Danimarca, sottolinea che «Quando gli uccelli selvatici vengono catturati e venduti in un altro Paese questo ha conseguenze in entrambe le aree. Nel Paese in cui gli uccelli vengono catturati, può portare alla perdita di biodiversità. Allo stesso modo, il nostro studio mostra che il commercio internazionale di uccelli è la causa principale della diffusione di uccelli esotici in tutto il mondo. Gli uccelli possono danneggiare gli ecosistemi locali, distruggere le colture e competere con gli uccelli locali».

Strubbe conferma in un’intervista a BBC News che «L’attuazione di questo divieto del commercio ha effettivamente eliminato molta richiesta dal mercato e il quadro principale che emerge è che il commercio è in gran parte collassato». Ma il bando europeo ha anche fatto emergere nuove rotte commerciali potenzialmente problematiche: se è diminuito il  commercio dall’Africa occidentale , le esportazioni dall’Asia sudorientale stanno ora alimentando un mercato di uccelli  in crescita in Cina e Singapore. L’America Latina, con la sua ricchissima e fragile biodiversità, è diventata il principale esportatore di uccelli selvatici, con un enorme flusso di scambi che ora va dal Sud America al Nord America. Ad esempio, il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus ) del Messico, ha visto un massiccio aumento degli scambi.

L’aumento del commercio dei pappagalli non è una  buona notizia: l’Europa ha subito l’invasione  di diverse specie e di un gran numero di pappagalli invasivi che causano danni agli ecosistemi locali, agli uccelli autoctoni e alle coltivazioni. Più di 100 città in tutta Europa sono state colonizzate dai parrocchetti. Il problema è così grave che  in Gran Bretagna il governo ha finanziato il gruppo di ricerca Parrotnet per valutarne l’entità. In Gran Bretagna (ma anche in Italia) i parrocchetti dal collare (Psittacula krameri), discendenti dagli esemplari domestici e fuggiti dalle voliere o che sono stati deliberatamente rilasciati, sono diventati così abbondanti da rappresentare una minaccia per i vigneti e i frutteti. Le specie di uccelli invasivi stanno provocando anche una perdita di biodiversità e di reddito, ma gli autori dello studio affermano che con il passare del tempo divieto dell’Ue porrà probabilmente fine al problema degli uccelli invasivi: «Tra le specie invasive, gli uccelli sono piuttosto diffusi, ma i nostri risultati suggeriscono che il loro emergere, come per  i parrocchetti che vivono in Europa, è in gran parte un fenomeno del passato – spiega ancora Strubbe – Ci aspettiamo che le invasioni di nuove specie di uccelli diventeranno molto più rare di prima».

Quello che è cambiato è anche il tipo di uccelli che vengono acquistati e venduti: prima a dominare il mercato erano gli uccelli canori africani ora sono in ascesa i pappagalli. «Gli uccelli canori come i canarini sono solo una frazione di quel che erano prima, solo il 20% rispetto a quel livello – spiega ancora Strubbe- Anche gli altri uccelli popolari come i parrocchetti sono un po’ diminuiti, ma non nella misura degli uccelli canori, nonostante siano stati piuttosto popolari sul mercato globale abbiano trovato nuove destinazioni».

Paul Jepson dell’università di Oxford, che non è stato coinvolto nella ricerca, ha detto a BBC News che «La cosa veramente elegante di questo studio è che hanno riunito una serie di dataset e ci hanno mostrato che in un certo senso le catene di approvvigionamento si riconfigurano, ma in parte non lo fanno, quindi questa politica ha avuto un impatto positivo. Per me, la comprensione delle dinamiche delle catene di approvvigionamento è uno dei grandi problemi nella governance del commercio della fauna selvatica».

Reino conclude: «Abbiamo documentato, In modo preoccupante, uno spostamento del commercio di uccelli selvatici verso aree ad alta biodiversità. Queste regioni sono ora esposte a un maggior rischio di invasioni di uccelli. Pertanto, i nostri risultati parlano chiaramente di un divieto globale di commercio di animali selvatici, se vogliamo ridurre il numero di uccelli scambiati e ridurre al minimo il rischio di diffusione di uccelli esotici. La cosa positiva è che il nostro studio dimostra che una simile politica sarà probabilmente efficace».

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