La geoengegneria per frenare il riscaldamento ha rischi molto più elevati di quel che si pensava

Il cambiamento climatico ha accelerato alla fine degli anni ’80. Colpa dell’eruzione di El Chichón

Il “regime shift” ha provocato vasti cambiamenti in molti sistemi terrestri

[24 novembre 2015]

Vulcano clima

Lo studio “Global impacts of the 1980s regime shift”, realizzato da 29 scienziati di 35 istituti e organismi di ricerca capeggiati dell’università di Plymouth,  pubblicato da Global Change Biology, rivela che «Il pianeta Terra ha subito un cambiamento climatico globale alla fine degli anni’80, ad un livello senza precedenti, alimentato dal riscaldamento antropogenico e da un’eruzione vulcanica».

Secondo gli scienziati britannici questo “regime shift”, un vero e proprio cambiamento di passo per i sistemi biofisici della Terra, degli strati superiori dell’atmosfera e delle profondità del mare, dell’Artico e dell’Antartide, ha avuto il suo epicentro intorno al 1987, ed è stato scatenato dall’eruzione del vulcano El Chichón, avvenuta in Messico 5 anni prima. E’ stato il climatologo Jeff Knight dell’Hadley Centre dell’università di Exeter a stabilire una relazione tra il Regime Shift  e l’eruzione di El Chichón  che ha eruttato nella stratosfera 7 milioni di tonnellate di anidride solforosa e 20 milioni di tonnellate di aerosol.

Quindi l’Antropogene, che alcuni fanno iniziare con la rivoluzione industriale, altri con l’inizio degli esperimenti nucleari, ed alcuni scienziati ad epoche ancora precedenti, avrebbe raggiunto la sua “maturità”  con una serie di eventi che secondo lo studio sono legati e causati dallo “shift” e che vanno da un aumento del 60% della portata invernale dei fiumi che raggiugono il Mar Baltico, all’aumento del 400% della durata media degli incendi negli USA occidentali. Lo studio suggerisce anche che «Il cambiamento climatico non è un processo graduale, ma è soggetto ad aumenti improvvisi, con lo shift degli anni ’80 che rappresenta il più grande stimato  in circa 1.000 anni».

Il principale autore dello studio, Philip C. Reid, che insegna oceanografia al Marine Institute della Plymouth University e che è senior research fellow alla Sir Alister Hardy Foundation for Ocean Science (SAHFOS), spiega sul sito dell’università Britannica: «Abbiamo dimostrato, sulla base di 72 lunghe serie temporali, che un importante cambiamento è avvenuto nel mondo, centrato nel 1987, che ha comportato un cambiamento di passo e il passaggio ad  un nuovo regime in una vasta gamma di sistemi terrestri. Il nostro lavoro contraddice il punto di vista e la percezione che le grandi eruzioni vulcaniche portano solo ad un raffreddamento del mondo. Nel caso del regime shift  sembra come se il riscaldamento globale abbia  raggiunto un punto critico in cui il raffreddamento che segue tali eruzioni rimbalza con un rapido aumento della temperatura in un tempo molto breve. La velocità di questo cambiamento ha avuto un effetto pronunciato su molti sistemi biologici, fisici e chimici in tutto il mondo, ma è particolarmente evidente nella zona temperata settentrionale ed artica».

Per tre anni gli scienziati hanno analizzato una vasta gamma di modelli climatici, utilizzando i dati provenienti da quasi 6.500 stazioni meteorologiche e quindi ricevendo la consulenza innumerevoli scienziati di studi di  tutto il mondo, hanno così trovato le prove dello “shift” in molti indicatori biofisici, come  la temperatura e la salinità degli oceani, il livello di pH dei fiumi, i tempi degli eventi terrestri, compreso il comportamento delle piante e degli uccelli, la quantità di ghiaccio e neve nella criosfera e le variazioni della velocità del vento.

I ricercatori britannici dicono di aver rilevato «Un netto calo del tasso di crescita della CO2 nell’atmosfera dopo il regime shift, in coincidenza con una crescita improvvisa dei carbon sinks a terra e a mare, come la nuova vegetazione che si sta diffondendo in aree polari precedentemente  ricoperte di ghiaccio e neve». E hanno scoperto anche che «l’annual timing del regime shift sembra essersi spostato, a livello regionale, in tutto il mondo, da ovest a est, a cominciare dal Sud America nel 1984, dall’America del Nord (1985), dal Nord Atlantico (1986), dall’Europa (1987) e dall’Asia (1988). Queste date coincidono con cambiamenti significativi nelle date di fioritura anticipata per i ciliegi in giro per il mondo, a Washington DC, in Svizzera e il Giappone e hanno coinciso con la prima prova dell’estinzione degli anfibi legata al riscaldamento globale, come ad esempio la rana arlecchino e il rospo dorato nel Centro e Sud America.

In Svizzera dal 1989 le ciliege fioriscono 13 giorni prima che nel corso dei 95 anni precedent. In Inghilterra,  le cutrettole arrivano dall’Africa in media 11 giorni prima. Nello stesso periodo le temperature dei fiumi svizzeri sono aumentate in media di 1,7°C , con forti impatti su alcune specie, come la trota. Un’altra autrice dello studio, la svizzera Renata E. Hari, di Eawag, evidenzia che «Quando la temperatura dell’acqua supera i 19 gradi, le trote smettono di alimentarsi e sfruttano le loro riserve corporee». E’ per questo che le trote della valle del fiume Aar e di molti corsi d’acqua svizzeri  sarebbero in forte calo «Alcuni cambiamenti sono particolarmente visibili – aggiunge la Hari – Oggi l’habitat preferenziale delle trote è risalito di circa 150 m in altezza, per raggiungere un’acqua più fredda».

La SAHFOS nel 2001  ha dimostrato che il fitoplancton del Mare del Nord dopo il 1987 era rapidamente aumentato dell’80 %, un fenomeno accompagnato da un aumento significativo di catture di sugarelli  (Trachurus trachurus). Parallelamente a questo, i climatologi hanno notato un forte aumento delle temperature del Mare del Nord proprio a partire dal 1987.

La Hari evidenzia che «Il regime shift  degli anni ’80 può essere l’inizio dell’accelerazione del riscaldamento indicato dall’IPCC. Si tratta di un esempio degli effetti compositi imprevisti che possono verificarsi se eventi naturali inevitabili, come le grandi eruzioni vulcaniche, interagiscono con riscaldamento antropogenico».

Per Hari, il messaggio è chiaro:  «Questo dimostra anche che le soluzioni di geoengegneria proposte per frenare il riscaldamento climatico, come per esempio l’iniezione artificiale di aerosol nell’atmosfera, potrebbero comportare dei rischi molto più elevati di quel che si pensava».