Il francolino nero e Lorenzo il Magnifico, un caso storico di biodiversità in Toscana

I ricercatori dell’Università Pisa leader di uno studio internazionale di archeozoologia molecolare

[21 aprile 2015]

Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) pubblica uno studio  nel quale un team internazionale, guidato da Giovanni Forcina, Monica Guerrini e Filippo Barbanera dell’Unità di Zoologia-Antropologia del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, che comprende anche scienziati di Gran Bretagna, India, Cipro, Iraq, Pakistan ed Usa, indaga sul caso del  francolino nero (Francolinus francolinus- (Galliformes), ormai estinto nel Mediterraneo occidentale e attualmente presente in un’area che si estende da Cipro e dala Turchia attraverso il Medio Oriente e l’Asia centrale, fino al subcontinente indiano.

Per un periodo una delle poche eccezioni sul continente europeo è stata la Toscana, dove il francolino nero fu introdotto da Lorenzo il Magnifico che ne importò dalla Sicilia alcuni esemplari come uccelli ornamentali per la sua villa di Poggio a Caiano vicino Firenze.

Forcina, Guerrini Barbanera ed i loro colleghi ricostruiscono la diffusione del Francolinus francolinus,  del quale in Italia si erano perse le tracce nel I secolo dopo Cristo, ma poi il francolino nero era  ricomparso in epoca medievale, per poi estinguersi nuovamente a fine Ottocento.

In un comunicato l’ateneo pisano evidenzia che «Lo studio, iniziato nel 2007 grazie ad una consolidata collaborazione con il Game Fund Service del Ministero degli Interni di Cipro, si è basato sull’analisi del DNA mitocondriale di circa 300 campioni di francolino, sia moderni che storici (XIII-XX secolo). Questi ultimi appartengono alle collezioni ornitologiche di 15 musei di storia naturale di Europa e Stati Uniti tra cui il museo di Ginevra o quello de “La Specola” di Firenze, che ha consentito di campionare gli ultimi francolini italiani abbattuti nei pressi di Gela in Sicilia a metà Ottocento».

Le analisi genetiche sono state integrate con una estesa ricerca storica, letteraria ed artistica che ha consentito di valutare anche il ruolo svolto dai crociati e dai catalano-aragonesi nell’importare il francolino nero da Cipro alla Sicilia sino alla penisola iberica. I ricercatori pisani dicono che «Considerato infatti pregevole selvaggina sin dall’età classica, il francolino nero ha sempre suscitato un notevole interesse in virtù non solo del gusto delicato ma anche delle proprietà curative e perfino afrodisiache attribuite alle sue carni. Il drammaturgo greco Aristofane, l’epigrammista latino Marziale, il poeta Orazio, il filosofo e naturalista Plinio il Vecchio sono alcuni degli autori che lo hanno menzionato nelle loro opere. In seguito, nel Medioevo e nel Rinascimento, è stato preda ambita di caccia, come elegantemente dimostrato dall’affresco seicentesco “Il ritrovo dei cacciatori” esposto alla Galleria Palatina a Firenze. E non ultimo, nell’ambito della tradizione medica islamica, la digeribilità della sua carne ha fatto sì che fosse incluso tra i cibi particolarmente indicati ai pellegrini diretti alla Mecca».

Barbanera spiega che «La nostra ricerca ha accertato per la prima volta lo status esotico del francolino nero nel Mediterraneo occidentale ed ha consentito di tracciare la sua diffusione ad opera dell’uomo attraverso vie commerciali fin da distanti località dell’Asia meridionale ed orientale. Questo lavoro testimonia le potenzialità delle collezioni museali per lo studio della fauna selvatica in termini di evoluzione, ricostruzione degli spostamenti (anche quelli mediati dall’uomo) e risoluzione di problemi in ambito archeozoologico  così come l’importanza degli studi genetici al fine di comprendere l’impatto dell’uomo nella ridistribuzione della biodiversità  attualmente in corso su scala globale (omogenizzazione biotica)».