Il mega-collegamento infrastrutturale collegherà l’Oceano indiano con l’Atlantico

Il gigantesco corridoio panafricano e i costi ambientali e sociali dello sviluppo

Affrontare i problemi dal punto di vista delle comunità locali, prima che i cammelli ed i bulldozer si ritrovino faccia a faccia

[11 ottobre 2013]

Il Lamu Port and Southern Sudan-Ethiopia Transport Corridor (Lapsset) ed il Great Equatorial land bridge insieme formano un  immenso progetto di infrastrutture di trasporto che, entro il 2030, dovrebbe collegare la costa dell’Oceano Indiano del Kenya a Juba, la capitale del Sud Sudan e l’Etiopia, e poi attraverso la poverissima e turbolenta Repubblica Centrafricana arrivare sulla costa atlantica a Douala, in Camerun. Un’opera gigantesca che sta sollevando molte preoccupazioni per i suoi possibili impatti sui mezzi di sussistenza delle popolazioni kenyane, che vivono di pastorizia, e sull’ambiente dell’intera africa centrale.

Il progetto Lapsset, lungo 1.700 Km ha preso il via nel marzo 2012 grazie ad un accordo tra i governi di Etiopia, Kenya e Sud Sudan al quale più recentemente si è unito l’Uganda. L’agenzia stampa umanitaria dell’Onu, Irin, spiega che «Fa parte di un progetto di sviluppo a lungo termine messo in piedi dal Kenya e conosciuto con il nome di Vision 2030». Jonathan Lodompui, del segretariato di Vision 2030 è convinto che «Il corridoio dovrebbe far crescere il Pil kenyano di almeno il 3%».

Lapsset comprende la costruzione di un porto sa Lamu, di una ferrovia a scartamento normale di 1.500 km che collegherà Lamu a Nakodok, lungo la frontiera tra Kenya e Sud Sudan, gli oleodotti dal Sud Sudan all’Etiopia, una raffineria di petrolio, tre aeroporti e tre centri turistici nelle città keniane di Isiolo e Lamu e sulle rive desertiche del remoto Lago Trkana, teatro di scontri tribali solo pochi giorni fa per l’accesso all’acqua ed ai pascoli.

Second Silvester Kasuku, direttore generale dell’autority per lo sviluppo di Lapsset, «La costruzione di tre nuovi terminal marittimi nel porto di Lamu dovrebbe terminare nel  2017 – 2018 ed aumenterà fortemente la capacità del Kenya di accogliere cargo. D’altronde la costruzione dell’autostrada è già in corso».

Il corridoio Lapsset sarà largo 200 metri ed alla fine collegherà l’africa equatoriale e le sue sterminate risorse minerarie e naturali. Kasuku ha spiegato così il progetto all’Irin: «Noi pensiamo che il prossimo gigante a risvegliarsi sarà il continente africano. Ci aspettiamo che i Paesi che prenderanno le prime misure riguardo la messa in campo di infrastrutture adatte e di condizioni favorevoli agli investimenti siano quelli ne beneficeranno di più. Quindi, è il Kenya che prende la testa».

Ma non tutti condividono questo entusiasmo pionieristico da corsa all’oro, Justin Willis, uno storico dell’università britannica di Durham, mette in guardia: «La vera difficoltà è quella di realizzare i potenziali cambiamenti che il progetto Lapsset può generare in materia di integrazione regionale, di ricchezza e di opportunità, preservando allo stesso tempo l’ambiente ed i diritti ed i mezzi di sussistenza delle popolazioni  la cui terre saranno attraversate dal progetto».

Comunità che sono già preoccupate, soprattutto per il possibile land grabbing, l’accaparramento delle terre che in Kenya è già iniziato, e per gli impatti sulle loro attività economiche tradizionali.  Shakila Abdalla, una deputata della circoscrizione di Lamu, ha denunciato che diverse famiglie sono già state espropriate ed espulse dalle loro case e terre per costruire il porto e non sono ancora state indennizzate, secondo  lei «Le valutazioni di impatto ambientale del progetto sono insufficienti e l’infrastruttura di Lamu non è adatta ad accogliere il numero di persone che prevede di attrarre. Lamu conta 102.000 abitanti, ma la sua popolazione potrebbe  più che raddoppiare entro il 2017».

E’ preoccupato anche Abdikadir Omar, deputato di Balambala, nel Kenya centro-orientale:  «Se il corridoio Lapsset dovrebbe attraversare una regione che non è mai stata ancora sviluppata, collegandola  al resto del mondo, facilitando l’accesso ai mercati del bestiame e suscitando speranze per lo sfruttamento delle risorse minerarie, potrebbe anche sbarrare delle vie della transumanza, il che solleva delle preoccupazioni riguardo le potenziali conseguenze negative del progetto sui mezzi di sussistenza dei pastori. Bisogna affrontare questi problemi dal punto di vista delle comunità locali, prima che i cammelli ed i bulldozer si ritrovino faccia a faccia».

L’avvocato Ekuru Aukot, sostiene che la questione delle terre e della loro gestione è il vero problema del Lapsset: «Nelle comunità pastorali nomadi, le terre non sono libere. Appartengono alla collettività ed è su questo percorso che devono aver luogo i negoziati riguardanti il corridoi Lapsset».

Kasuku ribatte su Irin che il progetto prende in considerazione le questioni ambientali e ricorda che «L’isola di Lamu è iscritta nel Patrimonio mondiale dell’Unesco , sarà preservata. D’altronde, per mantenere i mezzi di sussistenza dei pescatori, a Lamu è prevista la realizzazione di uno scalo per le barche da pesca ed il governo ha sbloccato dei fondi per finanziare delle borse di studio per insegnare nuove competenze agli studenti locali».  Lodompui, assicura  «Il governo cercherà di procurarsi dei fondi per indennizzare al tasso attuale di mercato le persone sfrattate per i lavori di costruzione del porto di Lamu. Però il sistema di possesso collettivo delle terre complica il processo di indennizzo a causa dell’assenza di titoli di proprietà fondiaria individuali», ma non dovrebbe essere proprio il governo kenyano a garantire la proprietà comunitaria delle terre e ad impedire il land grabbing?

Il governo di Nairobi invece è convinto che il Lapsset permetterà di aprire al progresso il nord del Kenya, l’area più grande del Paese, che è ancora in gran parte sottosviluppato, rendendo così accessibili le enormi risorse petrolifere e le gigantesche falde idriche sotterranee scoperte di recente. Kasuku non nasconde certo che «Le risorse che sono state censite che servono a finanziare questo progetto provengono dalla regione. Il fatto che queste risorse abbiano tardato ad essere sfruttate potrebbe essere un male che diventa un bene, se ci ricordiamo la lezione appresa nel 30% del resto del Paese dove si è concentrato lo sviluppo».

Ma questo nuova attenzione per una regione prima marginalizzata non piace molto a chi ci vive, comunità in gran parte analfabete, che hanno paura che la cosa si riveli solo un semplice sfruttamento e di essere ingannati da chi è più istruito e competente. L’avvocato Aukot pensa che non abbiano tutti i torti: «Credo che dovremmo pianificare tutto questo correttamente, per evitare una situazione come quella del Delta del Niger. Non possono ignorarci per più di 50 anni e poi fare del turkana la lingua franca dopo aver scoperto la maggior parte del petrolio nella la regione. E’ necessario risolvere il problema dell’insicurezza endemica nel nord. Molti tra noi, nelle regioni marginalizzate, hanno bisogno di una Vision 20 immediatamente. Dobbiamo trattare il problema dell’insicurezza. E’ solo in questa parete del Kenya che il furto di bestiame è chiamato furto di bestiame e non furto violento».

Il corridoio Lapsset attraverserà regioni come Garissa, Moyale, Lodwar ed Isiolo, dove regna l’insicurezza a causa della proliferazione delle armi  di piccolo calibro causata da decenni di negligenza di uno Stato centrale che qui praticamente non esiste

Aukot conclude: «Perché il progetto Lapsset sia un successo, la sua messa in opera deve essere fondata sul processo più argo possibile di decentralizzazione nazionale messo in atto nel quadro dell’adozione della nuova Costituzione nel 2010. Perché non cominciamo dal decentramento per avere la legittimità per mandare avanti il progetto? Prima del megaprogetto devono essere avviati dei progetti inter-contee come le ferrovie e le strade, che spero colmeranno il fossato che divide i due Kenya».