Il lato nascosto del pellet. Gli ambientalisti: «Così gli Usa esportano milioni di alberi in Europa»

Le foreste del sud-est degli Usa a rischio per rifornire le centrali europee?

[17 aprile 2015]

A fine marzo una coalizione di associazioni degli Stati meridionali degli Usa ha protestato davanti al Consolato Britannico di Atlanta, in Georgia, contro una cosa che può sembrare insolita: il pellet di legno.  Gli ambientalisti statunitensi denunciano il rapido aumento dell’uso di pellet proveniente dalle foreste del sud-est Usa e che viene bruciato per produrre energia elettrica da fonti rinnovabili in Europa. Secondo la coalizione, quella che doveva essere una piccola quota prevista dagli obiettivi Ue per le energie rinnovabili si è trasformato in un incubo energetico negli Usa. Uno degli organizzatori della protesta, Shelby White, ha detto a ThinkProgress che l’aumento della domanda alimentata dall’Ue ha provocato «il disboscamento su vasta scala di zone umide e vallate» e che ora nel mirino di questa industria c’è la Georgia.

Le estese foreste della Carolina e della Georgia e degli altri stati vicini negli ultimi secoli sono sopravvissute molte minacce antropiche, ma il boom del pellet da esportazione non se lo aspettava nessuno. Secondo l’inchiesta di ClimateProgress “American Companies Are Shipping Millions Of Trees To Europe, And It’s A Renewable Energy Nightmare”, «Enviva, il più grande fornitore al mondo di questi pellet di legno, attualmente possiede e gestisce 6 impianti di produzione nel sud-est» , dopo aver depositato ad ottobre una initial public offering (IPO)  da 100 milioni di dollari, Enviva ha detto che  la domanda di pellet da parte delle utilities energetiche dovrebbe crescere del 21% all’anno dal 2013 al 2020. Una crescita che è alimentata anche dalla conversione delle centrali a carbone in centrali a biomasse nell’Ue, Corea del Sud e Giappone. L’Italia in Europa è il quinto importatore di pellet Usa, dopo Gran Bretagna, Belgio, Danimarca e Olanda.

Gli ambientalisti americani temono e sperano allo tesso tempo nella revisione degli obiettivi post-2020 per le energie rinnovabili dell’Ue e nella decisione sulle biomasse che il governo Usa potrebbe già prendere quest’estate.  Adam Macon, direttore campagne della Dogwood Alliance, una Ong che si batte per la tutela delle foreste della North Carolina, pensa che «c’è stato un malinteso generale» quando l’Ue ha incluso il pellet come biomassa nei suoi obiettivi per le rinnovabili per il  2020: «L’equivoco è stato quello che l’industria avrebbe fatto affidamento sugli scarti o rifiuti lasciati da altri processi produttivi. Quanto è successo è invece che alle utilities piace davvero bruciare roba e ora stanno bruciando grandi alberi interi e residui legnosi grossolani, come le cime degli alberi. Questo sta danneggiando sia le foreste locali che la realizzazione di nuovi obiettivi climatici a breve termine».

Gli ambientalisti Usa inoltre dicono che per compensare il carbonio rilasciato in atmosfera con la combustione del pellet bisogna fare rimboschimenti con piante che richiedono diversi decenni per crescere. A questo va aggiunto che il ciclo virtuoso delle biomasse viene interrotto dal trasporto del pellet attraverso l’Oceano, che costituisce circa il 31% dei gas emessi dal processo industriale, mentre la combustione del pellet rappresenta circa il 10% per cento delle emissioni complessive.

Secondo l’European Biomass Association le biomasse rappresentano circa i tre quarti delle energie rinnovabili dell’Ue ma il problema e che sono sempre meno a “Km zero”: tra il 2011 e il 2013 il pellet esportato dagli Usa in Europa è raddoppiato  fino  a 4,7 milioni di tonnellate e circa i due terzi provengono dal sud Usa. La Audubon Society dice che solo il nuovo impianto Enviva in North Carolina carica ogni mezz’ora un camion di pellet destinato all’Ue. Un’inchiesta del Southern Environmental Law Center ha rivelato che da febbraio nel sud-est Usa sono stati presentati più di 20 progetti per impianti per produrre biomasse, attualmente ne esistono 7. La stessa indagine evidenzia che tra i 168.000 acri sfruttati da Enviva ad Ahoskie, nella North Carolina, ci sono anche foreste delle zone umide, con elevati rischi per la biodiversità, soprattutto per l’avifauna. Solo in Georgia ci sarebbero 100.000 acri di foreste vergini ad alto rischio e che potrebbero essere convertite in pinete per rifornire l’industria del pellet.

Circa un milione di famiglie americane attualmente utilizza il pellet per il riscaldamento. Il sud-est Usa ha una delle industrie forestali più sviluppate del mondo ed è questo che lo rende così attraente come fonte di biomassa. Secondo la US Industrial Pellet Association, l’altro elemento di attrazione è che l’86% delle foreste nel sud-est Usa sono di proprietà privata, rispetto al 56% della media Usa. Per Macon «Questo è il selvaggio West delle concessioni. Nel Sud c’è una estrema mancanza di regolamentazione su terreni privati ​​ per cui le aziende non sono tenute al reimpianto o a notificare i loro piani alle autorità. Le foreste in Europa sono molto protette»

A febbraio decine di scienziati Usa hanno scritto a Ginna McCarthy, che dirige l’Environmental Protection Agency, avvertendola che «L’uso della biomassa legnosa per produrre energia non riduce le emissioni di gas serra; in realtà li aumenta», tra loro c’era anche Timothy D. Searchinger, della Princeton University, che è convinto che l’intera industria di esportazione del pellet abbia preso il via da un errore che ora ammetterebbe anche l’Ue. Searchinger, che studia da anni le politiche sui biocarburanti, sottolinea che «L’industria sta dicendo che non usa gli alberi interi, solo residui. Allora noi diciamo, “bene, allora perché stiamo facendo questo dibattito?” La risposta è che non stanno usando scarti: si possono vedere le loro immagini con tronchi enormi». Ma Searchinger ammette che sarà molto difficile fermare l’ingranaggio delle politiche rinnovabili europee e  dei crescenti interessi negli Usa. «Quel che ha fatto recuperare le foreste europee è stato il carbone – fa notare Searchinger  – L’Inghilterra nel 1850 era stata praticamente disboscata; hanno utilizzato il carbone perché non avevano più alberi. L’idea che si possa tornare agli alberi, vuol dire che non si conosce la storia e quindi la ripetiamo». Ma oggi l’Inghilterra sta importando più alberi di quanti ne possa ospitare: nel 2013 il Regno Unito ha importato 1,5 milioni di tonnellate di pellet Usa, più di  tutti gli altri Paesi Ue messi insieme e le importazioni britanniche potrebbero facilmente raddoppiare o triplicare nel prossimo futuro, se le centrali a carbone continueranno ad essere convertite in impianti a biomasse..

Tim Portz, direttore del Biomass Magazine contesta punto per punto le posizioni degli ambientalisti e, anche se dice che prima del pellet nessuno avrebbe pensato di utilizzare gli alberi per produrre energia, poi sottolinea che raccontare che questa industria stia causando la deforestazione di massa è un’esagerazione. Secondo lui,  i terreni forestali  servono a coltivare alberi dritti da convertire in legname pregiato e quindi il pellet probabilmente proviene dallo sfoltimento di queste piantagioni sulle quali in un acro possono crescere 600 alberi. Portz non vede negli Usa nessuna voglia di emulare Europa nell’utilizzo del pellet di legno in sostituzione di carbone per raggiungere gli obiettivi climatici: «Nel mondo dell’energia, l’industria della biomassa è vista come una sorta di “figliastro capelli rossi”: i negazionisti climatici non vedono il motivo di sovvenzionarla come combustibile e gli ambientalisti sono preoccupati per la salute e la longevità delle foreste. Gli ambientalisti pensano sia sbagliato tagliare tutti gli alberi e dall’altro lato pensano che sei pazzo, soprattutto non vedono quale sa il problema con le centrali a carbone».

Ma gli esperti di biomasse prevedono che la domanda potrebbe salire a ben 50 milioni di tonnellate all’anno se il Canada, il Sud America, Sud-Est asiatico e la Russia, che hanno alcune delle più grandi foreste del  mondo, prenderanno in considerazione la biomassa legnosa come combustibile. Il Canada sta già realizzando in British Columbia un impianto di produzione di pellet per esportare quasi un milione di tonnellate in Corea del sud e secondo Global Forest Watch, il Canada e la Russia hanno ormai superato il Brasile per deforestazione ed insieme perdono 26.000 miglia quadrate di foreste boreali soprattutto a causa degli incendi boschivi che emettono nell’atmosfera gigantesche quantità di gas serra. Cambiamenti climatici ed incendi boschivi, con l’aggiunta di una redditizia e mal controllata  industria delle biomasse  potrebbe degradare le foreste. Sia Portz che Jessica Brooks, vice direttrice dell’US Industrial Pellet Association, che promuove la biomassa legnosa, hanno sottolineato l’importanza di regole di mercato uniformi e rigorosi criteri di sostenibilità per garantire un futuro al pellet. Secondo Portz il modello di gestione forestale sostenibile sarebbe  l’Olanda, ma la Brooks dice che i rigorosi criteri di sostenibilità olandesi  «ostacolano le potenzialità dell’industria di  fornire pellet al Paese. La sostenibilità è la spina dorsale dell’industria del pellet legnoso negli Usa. I pellet di legno sono importanti per un altro motivo: sono l’unica fonte di energia rinnovabile alimentata  con un combustibile base.  A differenza dell’energia solare ed eolica, la biomassa non è intermittente e non si basa su progressi dello stoccaggio di energia per fornire una fonte di generazione affidabile e distribuibile in qualsiasi momento della giornata. Il pellet di legno è molto in basso nella catena del valore e l’industria non puta a nuovi raccolti,  ma fa un uso efficiente della fibra di basso livello. L’industria crea occupazione e sviluppo economico per le regioni rurali, che hanno visto un recente calo dei prodotti forestali a causa dell’indebolimento dell’industria della pasta e della carta e per  la recessione globale».

Non tutti sono convinti dei benefici della crescita dell’industria del pellet e chi vive vicino al porto di Wilmington, in North Carolina, sono preoccupati che la costruzione di due cupole di più di 30 metri di altezza per stoccare il pellet prima di spedirlo all’estero porti traffico e rumore.

A dicembre, Dogwood Alliance, the Natural Resource Defense Council, BirdLife Europe e la coalizione European Environmental Bureau hanno inviato ai leader europei la petizione Save our Southern forests (SOS), firmata da circa 50.000 americani, esortandoli a smettere di sovvenzionare la biomassa ed a concentrarsi su altre fonti rinnovabili, come l’eolico e il solare.

White e  Macon sono recentemente venuti in Europa  per far conoscere i problemi causati nel sud-est Usa dall’espansione dell’industria del pellet e  Macon dopo aver incontrato il console britannico a Atlanta a marzo ha capito che non sapeva niente della situazione: «Era davvero sorpreso di sentire da cosa era causata questa devastazione. Non credo che i politici siano in grado di vedere in anticipo che questo potrebbe portare alla distruzione di intere foreste del sud-est per il pellet di legno». Una sorpresa che sembra riguardare tutti coloro che scoprono quale sia la rapidità dell’espansione senza precedenti di questa industria egli Usa.