Il mega-porto turistico nel paradiso (fiscale) di East Caicos

La speculazione internazionale all’assalto dell’ultima isola incontaminata dei Caraibi

[8 luglio 2015]

caicos porto

La più grande isola disabitata del Caraibi è sotto assedio. Per gran parte del secolo scorso, gli unici abitanti di East Caicos sono state le  tartarughe marine e uccelli, ma ora in questa isola, che fa parte di  Turks e Caicos un territorio di oltremare britannico più noto come paradiso fiscale, dove la moneta ufficiale è il dollaro statunitense, i politici locali vogliono aprire le porte alla realizzazione di un mega-porto che distruggerebbe il vero paradiso naturale che è East Caicos.

Il premier di Turks e Caicos (TCI), Rufus Ewing e il governo del Progressive National Party (che nonostante il nome è liberista e conservatore) stanno cercando finanziamenti da parte delle compagnie da crociera Usa e dagli armatori cinesi per realizzare un gigantesco porto sulla costa orientale di East Caicos, nel bel mezzo delle zone umide e delle barriere coralline.

Secondo gli ambientalisti il progetto del porto provocherebbe una speculazione turistica e un afflusso di persone in cerca di lavoro che sarebbe devastante per gli ecosistemi dell’isola. E’ d’accordo con loro anche dice Kathleen Wood, ex direttrice del ministero dell’ambiente del territorio, che ha detto a Yale Environment 360: «East Caicos è un gioiello. E’ stata protetta fino ad ora dal suo isolamento. Ma una volta che sarà costruito un porto, ci sarà un afflusso di speculatori in tutta l’isola e uno sviluppo illegale. Ognuno vorrà un pezzo della torta. Tutto verrebbe  spazzato via».  Mike Pienkowski, direttore dell’UK Overseas Territories Conservation Forum, una Ong che si batte per la tutela dell’ambiente a Turks e Caicos e in quel che rimane dell’impero britannico in tutto il mondo, sottolinea che «East Caicos è il complesso delle zone umide più incontaminate della regione, ma sembra essere completamente sottovalutato».

Il governo britannico, che dovrebbe dire l’ultima parola sul progetto del porto, si è defilato, ma in precedenza aveva firmato per conto di  Turks e Caicos una serie di accordi di salvaguardia ambientale riguardanti proprio East Caicos, compresa la Convenzione di Ramsar che tutela le zone umide. E gli scienziati britannici chiedono che il governo di Londra estenda un sito Ramsar esistente per fornire protezione all’intera East Caicos, un’area che comprende anche la zona dove dovrebbe sorgere il nuovo porto. Ma i funzionari britannici hanno risposto che la salvaguardia della natura e la pianificazione sono di competenza del governo locale eletto.

East Caicos era abitata dai Lucayan, un ramo del popolo dei Tainos Caraibi, ma con l’arrivo degli europei la popolazione indigena è stata massacrata, poi l’isola è rimasta praticamente disabitata fino al XIX secolo, quando un irlandese, John Ney Reynolds, realizzò una piantagione di sisal per rifornire di corda e spago a New York, poi passò ad estrarre il guano ricco di fosfato dei pipistrelli che vivono nelle grotte calcaree per rivenderlo alle piantagioni di canna da zucchero in Giamaica e si dette anche all’allevamento di bestiame. Tutto finì con la sua morte ed i bovini abbandonati vennero sterminati negli anni ’40 da alcuni “safari” organizzati per far divertire ricchi cacciatori statunitensi. Invece i  discendenti degli asini che portavano il guano verso la costa pascolano ancora sull’isola. Sulla costa nord-ovest  restano e rovine di un vecchio insediamento umano, chiamato pomposamente Jacksonville, ma East Caicos è soprattutto un prezioso rifugio per la fauna selvatica dei Caraibi. Le sue mangrovie, zone umide, boschi, e savane ospitano specie di uccelli molto rare e stormi di fenicotteri e pellicani. Sull’isola vive anche il boa constrictor nano (Tropidophis greenwayi), un serpente endemico delle Caicos. La costa nord, dove si appuntano le attenzioni degli speculatori edilizi,  è circondata da più di 15 miglia di spiagge di sabbia bianca, dove nidificano le tartarughe verdi e  le grotte dalle quali un tempo si estraeva il guano di pipistrello sono ancora in gran parte inesplorate e ci vivono specie di crostacei ancora da studiare e probabilmente endemiche. Nelle grotte sono state scoperte anche ncisioni rupestri fatte 1.400 anni fa dai Lucayan.

East Caicos è in gran parte ancora non studiata e la Wood, che si è dimessa da direttore ambiente di Turk e Caicos dopo aver subito pesanti attacchi dai sostenitori del progetto del porto, sta lavorando con la Royal Society for the Protection of Birds per aggiornare i dati sulla fauna dell’isola, ma teme che si tratti di una corsa contro il tempo, prima che vincano gli speculatori. Anche se tutti i periodici tentativi di ricolonizzare l’isola nel XX secolo sono sempre falliti miseramente, la Wood fa bene ad essere preoccupata: due anni fa, durante una conferenza a Miami, venne lanciata l’idea di costruire un grosso porto su East Caicos e due compagnie crocieristiche Usa, compresa la Carnival, che ha già un porto nella vicina isola di Grand Turk, si erano subito dette interessate al progetto. Ma qualche giorno fa Carnival ha detto a  Yale Environment 360 di non avere piani immediati per un altro porto oltre quello di  Grand Turk. La cosa non ha scoraggiato il governo di Turks e Caicos che nel 2014 ha “girato” un finanziamento da 19 milioni di euro ricevuto dall’European Development Fund per le infrastrutture dei trasporti per avviare il progetto e il  ministro delle finanze delle TCI, Washington Misick, ha detto che il governo lo userà «Specificamente per lo sviluppo di un porto in acque profonde». Finora il governo Ewing non ha voluto discutere dei grossi problemi ambientali del progetto. Ma la Wood non molla: «Tutta la TCI è un territorio poco elevato, in acque poco profonde, con banchi e barriere coralline. Per costruire il porto bisognerebbe arare  ettari di barriere coralline vitali, scavare zone umide e creare un bacino che distruggerebbe un acquifero sul quale si basano gli uccelli. Uno sviluppo portuale ecologicamente sensibile  non è semplicemente possibile in questa località».

Mentre il governo del Territorio di oltremare ha adottato il silenzio stampa la Wood dice che il progetto portuale attirerebbe gli speculatori – cosa che in un paradiso fiscale è facilissima – come il miele attira le api, infatti sono già patite le vendite di terreni e Sotheby’s ha recentemente messo all’asta un terreno di 1.407 acri sulla costa nord di East Caicos, con più di due miglia di «spiaggia incontaminata», proprio accanto a dove dovrebbe sorgere il porto. Il prezzo è di 42 milioni di dollari e il lotto viene descritto come «Una proprietà privata esclusiva di fronte al mare, sulla splendida e disabitata isola».  Sotheby’s  sostiene il progetto che dovrebbe comprendere un porto per grandi yacht in acque profonde e sta cercando di coinvolgere investitori cinesi e russi.  Il venditore e Arden Group, una società immobiliare di Filadelfia, specializzata nell’acquisire e rivendere proprietà di alto livello in destinazioni turistiche ancora sottovalutate.

Sotheby’s conferma che si tratta dei terreni dell’ex tenuta Reynolds, vicino a Breezy Point, comprata insieme alla spiaggia da ignoti investitori delle Bermude negli anni ’70.

Gli ambientalisti temono che questo affare dai contorni opachi scatenerà l’assalto degli speculatori immobiliari che utilizzano come forza lavoro a basso costo i “senza terra” di Turks e Caicos, cioè le migliaia di migranti illegali provenienti da Haiti.

La maggior parte di East Caicos è stato a lungo proprietà di Crown Estate, una compagnia del  governo britannico, ma questo non è servito ad impedire la speculazione nel paradiso fiscale. Il governo britannico ha addirittura dovuto commissariare Turks e Caicos tra il 2009 e il 2012, dopo che una commissione d’inchiesta ha scoperto una vasta corruzione tra la piccola classe dirigente isolana che circondava l’ex premier Michael Misick (anche lui del Progressive National Party) che vendeva le terre della Corona per profitto privato. Ma dopo l’inchiesta il nuovo governo ha ricominciato come se nulla fosse con la speculazione edilizia, della quale il mega-porto turistico di East Caicos rappresenta la torta più appetitosa e il governo di Londra lascia fare, proprio come succede in altri Paradisi fiscali britannici di oltremare.

Eppure la Royal Society for the Protection of Birds stima che il 90% della biodiversità gestita dal governo britannico sia nei suoi territori di oltremare, frammenti dell’ex impero sparsi dall’Oceano Pacifico, nell’Atlantico meridionale e nei Caraibi. Nel 2012, durante un summit a Londra con i leader dei territori di oltremare, il  primo ministro britannico David Cameron disse che la loro biodiversità rappresenta «Un importante opportunità per stabilire standard mondiali importanti nella nostra gestione dello straordinario patrimonio naturale degli ambienti che abbiamo ereditato».  Ma tra il dire è il fare c’è una bella differenza: in realtà molti territori di oltremare britannici, compreso Turks e Caicos non hanno leggi che proteggono davvero la fauna e la flora, in parte perché il governo britannico non vuole interferire negli affari locali, ma anche perché non è disposto a spendere soldi per la salvaguardia della natura in aree remote e quasi disabitate o in ricchi paradisi fiscali.

Spesso gli stessi rappresentanti della Corona britannica nei territori di oltremare non si rendono conto del patrimonio naturale unico che presiedono. Qualche giorno fa la Wood ha portato il governatore britannico di Turks e Caicos, Peter Beckingham, a visitare  East Caicos ed è rimasto impressionato dalla bellezza dell’Isola. Tornato nel capoluogo Cockburn Town, Beckingham ha detto: « Ho il sospetto che pochi dei visitatori delle TCI, e forse anche alcuni dei nostri residenti, posso avere idea di quale gioiello sia ai confini delle isole. Dovremmo esserne tutti grati a [queste persone] che mantengono e preservano  East Caicos come ultimo paradiso disabitato rimasto, il più grande, della regione».

Purtroppo, il suo governo non sta dalla parte della Wood e degli altri ambientalisti che vogliono impedire che Turks e Caicos diventi solo un Paradiso fiscale dove la natura non conta nulla.