Il miracolo del rinascimento ambientale dell’atollo di Palmyra (VIDEO)

L’eradicazione delle specie aliene dalle isole e la polemica tra animalisti e ambientalisti

[17 dicembre 2015]

Palmyra 1

Come scrive Ted Williams su Cool Green Science, il blog of The Nature Conservancy, «Nessuno è sicuro di quando il paradiso della fauna selvatica 618 acri che era stato l’Atollo Palmyra, mille miglia a sud delle Hawaii, abbia  iniziato morire. Ma si crede sia stato un’altra vittima della seconda guerra mondiale».

A Palmyra nidificavano milioni di uccelli marini e c’erano floridi boschi di Pisonia  oggi in grave pericolo. L’atollo ospitava anche almeno dieci specie di granchi di terra, tra cui il più grande invertebrato terrestre del mondo, il granchio del cocco, che può pesare più di 6 Kg e vivere più a lungo di un essere umano. I granchi di terra mantenevano la comunità vegetale di Palmyra, disperdendo i semi, smuovendo la materia organica e mescolando il suolo. Il resto lo facevano gli uccelli marini, portando dal mare i nutrienti necessari a far prosperare la vita in questo atollo altrimenti sterile.

Nonostante tutto, l’ecosistema di Palmyra stava riuscendo a riprendersi dalla costruzione di bunker, edifici, strade, banchine, depositi di carburante, e discariche realizzati dalla della US Navy, ma il nemico che aveva quasi distrutto le specie autoctone dell’atollo era un altro: i ratti neri invasori, probabilmente arrivati sull’isola come clandestini sulle navi della Marina militare statunitense.

I ratti mangiavano tutti i semi di Pisonia e di altre tre specie di alberi rari, impedendone così la riproduzione, ma mangiavano anche i granchi di terra e la testa ai piccoli delle tartarughe marine appena usciti dai nidi, banchettavano con le uova degli uccelli marini e le larve e ogni sorta di invertebrati terrestri e intertidali.

«Così Palmyra diventò una delle innumerevoli isole di tutto il mondo trasformata dagli invasori alieni dalla diversità e dalla bellezza alla monotonia e la sterilità – spiega Williams – Il 90% di tutti gli arcipelaghi sono infestati da roditori aliene. Ma a differenza degli organismi morti, gli ecosistemi morti possono essere riportati in vita».  E’ quel che è successo a Palmira, un National wildlife refuge USA dal 2001 che è di proprietà congiunta e viene gestito da The Nature Conservancy (TNC) e dal Fish and Wildlife Service USA i (USFWS). Nel 2011, l’Ong Island Conservation, specializzata nell’eradicazione di specie invasive dalle isole,  ha iniziato a collaborare con USFWS e TNC per liberare Palmyra di ratti.

Prima degli anni ’80 pensare di eliminare i roditori da isole come Palmyra era pura fantascienza, ma il Brodifacum ha cambiato tutto. «I rodenticidi anticoagulanti sono stati un fallimento perché non avevano un’azione così rapida – spiega anora Williams I ratti non sono stupidi. Quando hanno visto altri ratti che avere le convulsioni e morire poco dopo aver ingerito esche hanno imparato a evitarle. Ciò che rende il Brodifacum uno strumento di conservazione così efficace è che ci vogliono un paio di giorni perché faccia il suo lavoro, in modo da roditori non imparano ad associarlo al pericolo».

Il recupero ambientale di Palmyra è appena iniziato, ma i cambiamenti sono già spettacolari: il National wildlife refuge ha una delle poche foreste tropicali costiere integre del Pacifico centrale; le popolazioni di due specie di granchi di terra, che si credevano estinte dai ratti, sono ora abbastanza numerose; le giovani piantine hanno cominciato a spuntare un paio di settimane dopo che l’ultimo ratto era stato eliminato e ora sono alberi più alti di un uomo che, insieme all’altra vegetazione sana, forniscono riparo o copertura ad  almeno 10 specie di uccelli marini, compresa la secondo più grande colonia nidificante  del pianeta di sule dai piedi rossi. I ricercatori segnalano aumenti eccezionali di sterne fuligginose, sterne bianche, sterne nere,  sterne brune e fetonti dalla coda bianca. E la ricolonizzazione di Palmyra da parte di berte del Pacifico,  sterne blu e sterne dagli occhiali appare imminente.

Evelyn Wight, responsabile comunicazione di TNC Hawaii, sottolinea che «E’ stato uno sforzo straordinariamente di successo dal nostro team. Ha richiesto una quantità enorme di cooperazione e coordinamento. Stiamo vedendo gli alberi autoctoni che crescono come matti, granchi violinista così numerosi me nessuno aveva mai visto, la terra sembra muoversi insieme a loro».

La direttrice del National wildlife refuge, Amanda Pollock,  riporta «Esplosioni demografiche di libellule e grilli, nonché migliaia di pulcini di sterne fuligginose nel corso di ogni stagione riproduttiva, a fronte di un paio di centinaia nel corso degli anni dei ratti».

Epure problemi che sembravano insormontabili hanno reso il progetto una delle eradicazione di ratti da Palmyra tra i più difficili mai tentati. I ratti passavano gran parte del tempo tra le fronde degli alberi e le esche avvelenate venivano mangiate, senza nessun problema, anche dai granchi di terra. Anche gli elusivi Chiurli di Tahiti erano attratti dalle esche avvelenate, però non erano immuni come i granchi.  Così i rari chiurli, che in estate migrano in Alaska, sono stati catturati e tenuti al sicuro in recinti fino a quando le esche non erano più disponibili, un lavoro che diversi ornitologi pensavano non fosse possibile».

Il problema è che basta che sopravviva una coppia di ratti o addirittura una sola femmina incinta per mandare tutto all’aria. Infatti, nel 2002, un tentativo di eradicazione fatto a Palmyra dal TNC e il Dipartimento dell’agricoltura Usa lasciò un paio di ratti vivi  perché non si era tenuto conto dei ratti arboricoli o della ricca offerta di cibo che limitava l’home range, condizioni che richiedevano più punti con le esche e in una griglia più stretta. Ma l’errore è servito per gettare le basi per il secondo tentativo:  TNC e USFWS hanno chiamato gli esperti di Conservation Island dalla Nuova Zelanda, dove viene utilizzato il brodifacum per ripristinare la fauna autoctona nelle isole. Nell’atollo statunitense sono arrivati 2 elicotteri attrezzati per distribuire esche pellettizzate appositamente realizzate dai Bell Laboratories per sopportare l’ambiente caldo, umido di Palmyra. Quelli di Conservation Island hanno utilizzato fionde per lanciare le esche sugli alberi  e per tenerle al riparo dall’acqua hanno escogitato delle “bolas” con due sacchetti pieni di esche fatte di garza biodegradabile a ciascuna estremità di una stringa. Sospeso con un cavo ad un elicottero, il neozelandese Pete McClelland ha lanciato le bolas sopra le chiome degli alberi e conquistandosi così il soprannome di Dope on a Rope”. Nei bunker e nelle altre strutture in calcestruzzo risalenti alla seconda guerra mondiale le esche sno state posizionate a mano.

Gerry McChesney, manager del Farallon National Wildlife Refuge, un’area protetta a 28 miglia da San Francisco, che è il più importante habitat per gli uccelli marini nei contiguous states USA, ma che è anche infestato dai ratt, è ammirato per il lavoro fatto a Palmyra: «L’intera operazione è stata eccezionale. Il successo è stato incredibile. Vedo che il recupero dei Farallones [in fase di progettazione dal 2004] ha delle complessità, ma sono niente rispetto Palmyra».

Williams e molti ricercatori sono convinti che «A mettere a repentaglio il recupero dei Farallones e di altre isole degradate dai roditori o è una mentalità diffusa che assegna un valore uguale agli alloctoni e agli autoctoni, che rifiuta l’uso di tutti i veleni in tutte le situazioni e  che sacrificherebbe un’intera specie per prevenire le morti limitate di organismi non target ( inevitabili in qualsiasi sradicamento roditori)».

L’ambientalista californiana Maggie Sergio è probabilente la più nota avversaria dell’eradicazione dei roditori alieni dalle isole, la condanno pubblicamente come «disumano» e ha detto a Williams  che «Le persone che stanno facendo questo lo fanno per fare soldi. Questa è follia».

Ma la Sergio ei suoi alleati – che non mancano nemmeno da noi in Italia –  non sono riusciti a bloccare il ripristino ambientale di Palmyra, anche se stanno lavorando per bloccare in ogni modo il progetto dei  Farallones, trovando politici di  San Francisco disposti ad ascoltarli, mentre una petizione contro l’eradicazione ha raccolto circa 33.000 firme.

Ma la denuncia della Sergio contro la Nuova Zelanda, accusata di aver avvelenato roditori e altri invasori alieni invasivi sulle isole, ha avuto una dura risposta da Royal Forest and Bird Protection Society, un’associazione ambientalista neozelandese: «Dovremmo permettere ai parassiti introdotti di uccidere le  nostre  specie autoctone, o dovremmo uccidere i parassiti, in modo che le nostre specie autoctone possano sopravvivere? Dovremmo utilizzare i migliori strumenti di controllo dei parassiti e le tecniche attualmente disponibili, riconoscendo che non sono perfetti, o dovremmo aspettare che sia trovata una soluzione migliore e stare a guardare che le nostre più di 2.700 specie autoctone rischino di scomparire?»

Belle domande che dividono animalisti anti-eradicazione e ambientalisti e conservazionisti un po’ in tutto il mondo, ma come conclude Ted Williams, «Chiunque è preoccupato per la presunta crudeltà del Brodifacum per i roditori alieni dovrebbe guardare il video di Gough Island nel Sud Atlantico, un tempo il più importante habitat degli uccelli marini sulla terra. Con un avvertimento per la visione: i topolini  delle case, sciamano come formiche su un torreggiante pulcino di albatros di Tristan – una specie in pericolo critico – mangiandoselo vivo lentamente».

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  • Carnivorous Mice eating Baby Birds Alive