La Russia setaccia metodicamente con “robot” le profondità dell’Artico alla ricerca di risorse

Il mistero del mostro dell’Artico che attacca i sottomarini russi

[27 febbraio 2014]

La cosa sembrerebbe presa da “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne o una riedizione del mito norreno del Kraken, ma ad annunciare il 16 febbraio che un sottomarino senza pilota russo era stato attaccato da un mostro, una gigantesca creatura, è stato il serissimo direttore dell’Istituto di studi delle tecnologie marittime dell’Accademia delle scienze della Russia, Leonid Naumov.

La notizia, ripresa da diversi media russi, potrebbe avere una spiegazione scientifica.

Il sottomarino Klavessine sarebbe stato attaccato a 1.600 di profondità da un “mostro” che avrebbe cominciato a scuoterlo e quando l’Istituto di studi delle tecnologie marittime ha recuperato il natante lo ha trovato ricoperto di ammaccature e graffi.

Sergei Petukhov scrive su Ria Novosti: «Anche se i biologi marini non sono riusciti a dire di quale creatura si tratti visionando le registrazioni video del Klavessine, secondo loro lo stesso fenomeno è stato osservato in alcune foto prese in acque profonde nel 2007, ma nessuna ricerca è stata condotta su questa creatura sconosciuta alla scienza».

I russi si metteranno alla ricerca del  mostro che attacca i loro sottomarini che scandagliano i fondali dell’Artico in cerca di risorse, oppure si accontenteranno di spiegazioni molto meno “fantasiose”?

Secondo diversi ricercatori russi il sottomarino avrebbe potuto subire quei danni andando a sbattere su un altro tipo di ricercatore subacqueo automatico che lavora in profondità. Quindi il piccolo sottomarino  Klavessine-1R,  o una delle sue versioni che lavorano in profondità fino a 6 km in regime autonomo e con un programma precedentemente stabilito,  sarebbe stato agganciato da un macchinario più grosso che  lo avrebbe sbatacchiato in giro, creando una nube di fango che nei video apparirebbe come un “mostro” gigantesco. Questo spiegherebbe anche le ammaccature ed i graffi sullo spesso guscio di acciaio. Ma c’è un problema, la presenza di un altro dispositivo subacqueo al  lavoro sul fondale e che preleva rocce dovrebbe essere ben nota all’Istituto di studi delle tecnologie marittime.

L’altra spiegazione sembra apparentemente più semplice: il Klavessine-1R è un grosso siluro lungo 5,8 metri,  l’iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus), uno zifio in grado di immergersi fino a 1.500 metri, è approssimativamente della stessa taglia. Siccome i capodogli, nemici giurati dei calamari giganti, non vivono nell’Artico perché per loro  fa troppo freddo, i maggiori predatori dei calamari sono gli iperodonti. Quindi non ci sarebbe nulla di strano che un calamaro gigante abbia scambiato il sottomarino Klavessine per un iperodonte e lo abbia attaccato.

Petukhov  scrive: «A giudicare dalle foto pubblicate sul sito dell’Istituto di studi delle tecnologie, la gamma di colori della maggior arte dei componenti è grigio-giallastro, colore tipico dei cetacei.  Non è una coincidenza. La prima regola dell’osservatore è non spaventare gli abitanti del mare con la sua originalità». I profondi graffi e le ammaccature sul sommergibile potrebbero essere stati causati dal potente becco di un calamaro gigante o dagli urti sul fondale  al momento dell’attacco.

Si ipotizza che invece di un calamaro possa essere stata un’enorme piovra ad attaccare il Klavessine,  infatti alcune specie di piovre, prima ritenute animali termofili, nel gli anni ’60 sono state scoperte prima nelle acque antartiche e poi anche nell’Artico. Ma fino ad oggi il più grande Octopodidae conosciuto, Haliphron atlanticus, raggiunge i 3,6 metri di lunghezza e  viveva al di fuori del Circolo polare Artico, anche se diversi esemplari sono stati trovati oltre quella “barriera”, e gli scienziati dicono che questi cefalopodi stanno estendendo molto a nord il loro areale, favoriti dal global warming.

Non mancano naturalmente le ipotesi più strampalate e fantasiose, come quella dell’attacco di un ittiosauro preistorico sopravvissuto, non si sa come, tra i ghiacci artici. Ma quello su cui punta di più la stampa russa è  un misterioso  e gigantesco “mostro” marino che sopravanzerebbe per dimensioni le creature, già a volte molto grandi, che vivono nelle profondità degli oceani.

Il problema  come una creatura artica di questo tipo, risalente probabilmente alla notte dei tempi,  sia riuscita a rimanere invisibile fino ad oggi. «Prima di tutto – evidenzia Petukhov riportando l’opinione di diversi scienziati russi  – questi mostri dovrebbero aver mantenuto la loro popolazione al livello per poter moltiplicarsi durante milioni di anni. In altri termini, dovrebbero essercene centinaia sul fondo dell’oceano, forse migliaia. Come sono passati inosservati fino ad oggi? Se questi mostri fossero reali sarebbero stati studiati da molto tempo».

Ma gli scienziati  dicevano più o meno la stessa cosa sulla probabilità che esistessero ancora pesci ossei dei Crossopterygii , i celacanti, contemporanei dei dinosauri, che poi sono spuntati nel 1938  vivi e vegeti nei mari dell’Africa Orientale e meridionale. Ed è solo 15 anni fa che si è scoperta un’altra specie di celacanto che viveva tranquillamente in Indonesia.

Prima o poi gli scienziati sveleranno il mistero del “mostro” artico, ma intanto questa vicenda è servita a far conoscere un’altra cosa poco nota: i russi hanno numerose apparecchiature sottomarine che setacciano metodicamente i fondali dell’Artico da molti anni e, come conclude  Petukhov, con malcelato orgoglio nazionalista, «Il periodo di circa 20 anni delle spedizioni sporadiche nell’Artico sembra appartenere definitivamente del passato. I ricercatori russi hanno nuove occasioni di studiare l’Artico in maniera sistematica e minuziosa al livello tecnologico più moderno. E si vi si trovano dinosauri viventi li scopriranno per forza, così come tutti gli altri segreti delle profondità della regione».