Riceviamo e pubblichiamo

Il Padule oggi: una congiuntura decisiva per la sopravvivenza [PHOTOGALLERY]

[28 novembre 2013]

Da secoli molti medici si affollano intorno al capezzale del grande malato: il Padule di Fucecchio. Sono medici che spesso hanno somministrato pessimi rimedi aggravandone la malattia, ma sarebbe sbagliato pensare di assicurare la salute del paziente ponendo fine alle cure e – come si dice – lasciando fare alla natura. In realtà , come è stato affermato più volte,  il Padule ha bisogno dell’uomo, perché senza interventi umani l’area palustre sarebbe scomparsa da tempo, colmata dai sedimenti dei fiumi che scendono dalle alture della Valdinievole. Perciò bisogna rassegnarsi: senza le opere dell’uomo il Padule muore, ma, nello stesso tempo, gli interventi umani possono uccidere il Padule.

Questa filosofia spicciola ci impegna a tenere sempre desta l’attenzione e richiederebbe un soggetto capace di governare l’area senza riguardi per gli interessi dei “particulari”, che da tempi immemorabili hanno causato guasti devastanti (forse, in questo senso, il Padule è la metafora dell’intera Italia). Perciò anche Italia Nostra ha guardato con interesse al convegno organizzato da SEL e svoltosi a Fucecchio il 25 maggio scorso presso La Tinaia di Palazzo Corsini.

Sono intervenuti, tra gli altri, esponenti della politica e dell’ambientalismo come Grazia Francescato, Serena Pellegrino e Mauro Romanelli, ma nel dibattito sono intervenuti esperti come Alessio Bartolini, autore di numerose pubblicazioni sul Padule e amministratori locali, come Massimo Talini, assessore all’ambiente del comune di Fucecchio.

Tutti d’accordo, ovviamente, sulla necessità di preservare il Padule per molteplici motivi: in quanto cassa di espansione per le acque della Valdinievole e del Valdarno nei momenti critici, ma soprattutto, per la ricchezza di un ecosistema unico in Italia (si tratta della più grande palude interna italiana), e perché, proprio per questo, rappresenta anche una potenziale risorsa economica, oltre che un’area di pregio, un vero e proprio “parco” per gli stessi abitanti dei centri circostanti.

L’economia “verde”, il turismo (basta pensare ai numerosi monumenti di età medicea che sorgono intorno al Padule), il birdwatching, l’escursionismo lungo i sentieri di gronda presenti nell’area, possono offrire alternative valide alle attività che implicano l’inquinamento e il consumo degli spazi palustri (in particolare quelle florovivaistiche che spesso hanno costituito negli ultimi anni una vera e propria bonifica silenziosa). Si tratta di prospettive che hanno bisogno di tempi medio lunghi, ma che possono maturare solo se sostenute da chi detiene il governo del bacino. E qui emerge una prima criticità: il Padule è infatti un’area vasta (oltre 2000 ettari della palude vera e propria sono stati complessivamente dichiarati “Sito di interesse Comunitario”, mentre altri 418 ettari formano un secondo SIC per il bosco di Chiusi e la Paduletta di Ramone), ma caratterizzata da un’estrema frammentazione della proprietà e delle competenze amministrative: numerosi Comuni del Valdarno e della Valdinievole condividono le responsabilità di governo, insieme alla due province di Firenze e di Pistoia. E’ allora evidente che occorre un soggetto coordinatore che orienti gli interventi in una prospettiva unitaria, un soggetto che – secondo quanto emerso nel corso del convegno – non può che essere la Regione, ovviamente senza niente togliere alle competenze degli enti locali.

Altro tema emerso durante il dibattito è stato quello della gestione e dell’ampliamento delle riserve naturali. La provincia di Pistoia ne ha istituita una formata da due aree: quella della “Monaca – Righetti” e quella delle Morette, per complessivi 205 ettari, mentre la provincia di Firenze ne ha istituita una di dimensioni modeste (appena 25 ettari). Allargare l’area protetta saldando le due zone già istituite dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire insieme alla soluzione di una seconda criticità: la sopravvivenza del Centro di ricerca, documentazione e promozione del Padule di Fucecchio.

Questo ente da parecchi anni si è impegnato nelle attività di ricerca e di promozione del Padule organizzando escursioni che hanno coinvolto migliaia di alunni delle scuole e turisti, producendo pubblicazioni di alto livello scientifico, contribuendo in modo decisivo alla manutenzione dell’ambiente (sfalcio delle erbe, regolazione delle acque allo scopo di conservarne un sufficiente livello anche durante l’estate, controllo delle specie aliene, come la nutria e il gambero killer che hanno prodotto gravi alterazioni nell’ecosistema). Recentemente le risorse messe a disposizione del Centro da parte degli enti associati, in particolare da parte della Provincia di Pistoia che in passato aveva contribuito in modo decisivo alla sopravvivenza dell’ente, hanno subito una notevole contrazione che ne mette in discussione l’esistenza. Basta pensare a che cosa sarebbe oggi il Padule senza l’opera del Centro per immaginare che cosa potrebbe accadere nel futuro. E qui emerge la terza criticità, legata al progetto noto con il termine “Tubone”: la forzata convergenza delle acque provenienti dagli scarichi industriali e civili della Valdinievole verso un unico luogo di trattamento nel Valdarno, a Santa Croce sull’Arno, a servizio dell’industria conciaria.

Non ci soffermiamo qui su questo progetto che ha sollevato in passato non poche obiezioni e proteste. Dobbiamo però tenere presente che proprio in seguito alla sua approvazione sono state decise importanti opere di mitigazione che dovrebbero essere volte a conservare una quantità sufficiente di acque nel bacino palustre, opere che sono state finanziate con cinque milioni di euro e affidate al Consorzio di bonifica del Padule di Fucecchio.

A parte la costatazione che tali risorse avrebbero potuto essere destinate almeno in parte al Centro, che ha sempre dimostrato di possedere le competenze e le capacità di produrre interventi appropriati alla conservazione dell’area palustre (mentre un Consorzio di bonifica porta iscritto nel nome una finalità che non è esattamente quella che vorremmo vedere realizzata), resta il fatto che anche il futuro del Consorzio è assai incerto nel quadro del riassetto complessivo di questi enti. Così – e siamo alla quarta criticità che potenzia tutte le altre – il Padule vive oggi una stagione di grande incertezza proprio mentre avrebbe bisogno di quel soggetto in grado di esprimere un governo sicuro e unitario dell’area: crisi delle province che non sappiamo se e fino a quando esisteranno; crisi del Consorzio, che non sappiamo se e fino a quando esisterà nel profilo attuale; crisi del Centro, le cui sorti sono state tanto incerte da tenere sospeso il bilancio ben oltre la naturale scadenza; incertezze relative alla realizzazione di quelle opere di mitigazione senza le quali l’attuazione del progetto “Tubone” segnerebbe probabilmente la morte definitiva del lungodegente Padule. Tutte criticità a cui si aggiungono progetti locali assai discutibili, come quello di istituire, proprio all’interno del bosco di Chiusi (in un’area designata come riserva naturale!)  una sorta di poligono con appostamenti per la caccia ai cinghiali.

Per questo è nata l’idea di costituire un comitato per la difesa del Padule che dovrebbe essere il portavoce di istanze popolari e collettive al di là delle appartenenze politiche. Già in fase di costituzione il comitato, nelle persone di alcuni promotori, ha avuto incontri presso la Regione e la Provincia di Firenze per far presente la congiuntura critica che stiamo vivendo. Ne sono emerse rassicurazioni e la dichiarata volontà di governare la transizione in attesa che maturino le riforme degli enti interessati. Certo qualcuno (compreso lo scrivente, almeno in un primo momento) potrebbe commentare: facciamo davvero un nuovo comitato? Non ce ne sono già stati abbastanza? Eppure se è vero che da secoli si sono sparsi fiumi di parole e di inchiostro sulle sorti del Padule, è altrettanto vero che tutte le volte che su quest’area è caduto il silenzio la situazione è drammaticamente peggiorata. Perciò, come dicevamo all’inizio, dobbiamo rassegnarci: continuare a parlare del Padule è indispensabile per cercare di garantirne la sopravvivenza.

di Alberto Malvolti