Il paradosso blu delle Aree marine protette

Inizialmente, l’annuncio dell’istituzione di riserve marine potrebbe far aumentare lo sforzo di pesca

[31 agosto 2018]

Mentre la protezione degli oceani sta diventando una preoccupazione sempre più pressante a causa della sovra-pesca, dell’inquinamento da plastica, del cambiamento climatico, dell’insicurezza alimentare e del degrado degli habitat, lo studio “The blue paradox: Preemptive overfishing in marine reserves”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da Grant  McDermott del Department of Economics dell’università dell’Oregon e da Kyle Meng, Gavin McDonald e Christopher Costello della Bren School of Environmental Science & Management dell’università della California – Santa Barbara (Ucsb), mette in evidenza un fenomeno inquietante: la pesca eccessiva preventiva in una determinata area dopo l’annuncio che verrà sottoposta a  politiche di salvaguardia.

Meng, che lavora anche per il National Bureau of Economic Research di Cambridge, spiega: «Dimostriamo che gli sforzi per chiudere la pesca in gran parte degli oceani del mondo hanno portato paradossalmente a una maggiore pesca, minando così l’obiettivo di conservazione che si stava cercando di ottenere. I risultati hanno implicazioni per gli sforzi generali di conservazione, così come per i metodi che gli scienziati usano per monitorare e valutare l’efficacia delle politiche».

Secondo i ricercatori statunitensi «Mentre gli sforzi per ridurre il sovrasfruttamento e promuovere la biodiversità degli oceani attraverso la creazione di riserve marine hanno generalmente avuto risultati positivi, il periodo che porta all’attuazione di queste politiche può essere particolarmente vulnerabile. I pescatori, forse temendo il declino del loro sostentamento, della pesca sportiva o del diritto generale alla loro attività, tendono a estrarre le risorse immediatamente prima che le protezioni diventino ufficiali».

McDermott dice che la cosa è abbastanza intuitiva: «I pescatori si trovano di fronte al dilemma “usalo o perdilo” e, come presumo molti di noi nella loro situazione, scelgono invariabilmente di pescare il più possibile mentre possono ancora farlo».

Un comportamento che il team delle università dell’Oregon e dell’Ucsb hanno notato nella recente indagine che è stata svolta nella Phoenix Islands Protected Area (PIPA), una gigantesca area dell’Oceano Pacifico centrale, grande più o meno quanto la California, nota per l’eccezionale biodiversità del suo ecosistema marino e dove la passata Amministrazione Usa di Barack Obama ha istituito un’area marina protetta. Utili i dati e il monitoraggio continuo via satellite fornito da Global Fishing Watch, i ricercatori hanno scoperto che «Nel periodo precedente al divieto di pesca nella PIPA, che è stato approvato il 1 ° gennaio 2015 – un divieto di successo e  celebrato da ambientalisti e scienziati – la pesca preventiva ha portato la PIPA a uno stato più povero al momento in cui la politica di conservazione è stata applicata. In effetti, questa pesca extra preventiva equivaleva a 1,5 anni di pesca evitata dopo il divieto».

Secondo lo studio si tratta di una cosa già avvenuta più volte altrove: «In altri ambiti ambientali – dicono all’Ucsb – politiche simili che riguardano le specie in via di estinzione, le risorse idriche e territoriali e la politica sui cambiamenti climatici, hanno visto comportamenti preventivi simili. Ad esempio, in anticipo rispetto all’Endangered Species Act (ESA) del 1973, i proprietari terrieri privati ​​della Carolina del Nord e altrove hanno deforestato le loro proprietà per ridurre al minimo le restrizioni sull’utilizzo dei terreni che sarebbero entrati in vigore in caso di insediamento di colonie di picchio. Di conseguenza, dopo che l’uccello aveva ottenuto lo status di protezione attraverso l’ESA, gli habitat del picchio rosso sono diminuiti. Questo fenomeno è stato anche evidente in ambiti non ambientali, come dopo il massacro di Sandy Hook del 2012, quando le richieste di una legislazione più severa ha provocato un’impennata delle vendite di armi da fuoco».

Ma finora si trattava di fatti avvenuti sulla terraferma,  dove ci sono diritti di proprietà chiaramente demarcati. Secondo i ricercatori, la cosa sorprendente del nuovo studio è che «Dimostra che l’estrazione preventiva delle risorse può verificarsi anche in un ambiente marino, dove i diritti di proprietà sono di solito lontani dall’essere sicuri. Le precise condizioni che permetterebbero che ciò avvenga in questi “beni comuni” rimangono comunque un argomento per la ricerca futura».  Meng sottolinea: «Anche se non sappiamo esattamente perché questo comportamento stia già avvenendo, “non è difficile immaginare che un pescatore che ha esperienza in una particolare regione di pesca possa voler approfittare di tale esperienza prima che venga attuato un divieto . Dopo il divieto, quel know-how non ha più alcun valore».  McDermott  aggiunge: «In questo studio, il nostro obiettivo era di scoprire se in un ambiente marino l’estrazione preventiva si verifica effettivamente e di quantificarne gli effetti. Ora che abbiamo stabilito questi fatti, speriamo di scoprire i meccanismi sottostanti in modo più preciso nelle ricerche successive».

Per quanto riguarda la pesca eccessiva, i ricercatori stanno studiando se altri annunci di istituzioni di riserve marine dovessero innescare simili comportamenti di pesca preventiva che potrebbe temporaneamente aumentare la percentuale di pesca globale dal 65% al ​​72%. «Questo aumento – dicono – mina l’obiettivo stesso della riserva marina e può spingere la pesca e le popolazioni ittiche in uno stato già precario fino a un punto di non ritorno prima ancora che venga emanato un divieto. Inoltre, una popolazione di pesci ulteriormente impoverita significa meno entrate per i pescatori e le comunità in cui vivono».

Costello evidenzia che «Mentre per qualsiasi politica futura è necessaria una certa quantità di tempo preparatorio, esortiamo a fare in modo che le future riserve marine vengano istituite in modo più rapido. Inoltre, la possibilità di monitorare continuamente l’attività di pesca in tutto il mondo utilizzando i dati di Global Fishing Watch suggerisce anche che l’attuazione di un’attività preventiva di questo tipo può essere rilevata e scoraggiata anche prima che il divieto di pesca entri in vigore».

Attualmente il team di ricercatori statunitensi sta esaminando i possibili rimedi e cercando di capire perché i pescatori attuano questo comportamento di pesca preventiva che finisce per danneggiarli. Meng conclude: «Svelare i motivi esatti alla base di questo fenomeno ci aiuterà a fare molto per evitare che ciò accada».