Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise verso la provincializzazione?

[6 settembre 2013]

Nel maggio 2012 abbiamo celebrato in un convegno internazionale – e con giusta enfasi – novanta anni di storia esaltante e per lunghi periodi drammatica del Parco Nazionale d’Abruzzo, oggi anche del Lazio e del Molise.

Il convegno, i cui atti sono già stati editi in Italia e stanno per uscire in Gran Bretagna in edizione inglese, ha testimoniato la ricchezza di questa storia, la sua profonda e duratura risonanza nazionale e internazionale, il suo carattere pionieristico, le molteplici e straordinarie influenze che ha esercitato in più fasi sulla vita del territorio ma anche sulla politica e sulla cultura nazionale.

Uno straordinario patrimonio di esperienze e di conoscenze, insomma, un punto fermo nella coscienza ambientale locale, nazionale e internazionale e un’esperienza gestionale che ha pochi paragoni in Europa, come dimostra anche una messe di studi che si stanno ampliando di anno in anno.

Arrivare – pur tra contraddizioni e contrasti a volte, ripetiamo, drammatici – ad accumulare questo eccezionale patrimonio che dal 1967 è riconosciuto da un importante diploma europeo ha implicato un formidabile contributo sia delle migliori energie locali, a partire dal fondatore Erminio Sipari, sia di una messe di tecnici, studiosi, politici di livello nazionale e internazionale.

Per Pescasseroli e per il Parco sono passate in novanta anni figure che hanno fatto la storia della protezione della natura in Italia e nel mondo e vi hanno lasciato tracce spesso durature: da Riccardo Almagià a Pietro Romualdo Pirotta, da Ansel Hall a Filippo di Edimburgo, da Franco Pedrotti a Carmelo Bordone e tanti altri. Se si guarda agli organigrammi dei parchi nazionali e regionali italiani, all’informazione naturalistica, all’associazionismo ambientalista difficilmente si trova qualcuno che non abbia compiuto una parte della propria formazione o della propria esperienza professionale al Parco.

Ciò è potuto avvenire, salvo brevi periodi, soprattutto grazie a un alto livello dei vertici gestionali, cioè dei presidenti e dei direttori dell’Ente.

Lungo novant’anni si può dire che soltanto per una ventina d’anni (dal 1933 al 1951 e dal 1963 al 1969) il Parco non ha avuto dei vertici di livello nazionale e internazionale, cioè grandi direttori come invece sono senz’altro stati Nicola Tarolla, Francesco Saltarelli, Franco Tassi e grandi presidenti come Erminio Sipari, Giulio Sacchi, Angelo Rambelli, Michele Cifarelli, Fulco Pratesi, Giuseppe Rossi. Persino la discussa esperienza di Aldo Di Benedetto, che noi stessi abbiamo avuto modo di criticare aspramente, rappresentava l’ambientalismo nazionale ad alti livelli e aveva una notevole esperienza di tutela alle spalle.

Queste nomine, insomma, hanno sempre significato che la politica è stata in grado oppure è stata efficacemente indotta a riconoscere l’altissimo valore del Parco e a dotare il suo Ente di vertici adeguati, tecnicamente e culturalmente.

Questa lunga – ed estremamente feconda, come abbiamo visto – tradizione sembra ora interrompersi drammaticamente con la designazione da parte del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando alla presidenza dell’Ente di un politico locale, sicuramente un galantuomo e un buon amministratore che però non possiede alcuna esperienza gestionale e soprattutto non possiede un profilo adeguato rispetto allo straordinario bagaglio che sarebbe chiamato a gestire.

Questa scelta, perfettamente legittima sotto il profilo istituzionale, rappresenta però un cedimento inedito e assai grave a interessi di basso profilo: alla necessità di dotare un Ente, che peraltro viene da una storia recente difficile e paga il prezzo del progressivo decadimento della politica delle aree protette italiane, di un amministratore esperto, capace e inventivo viene infatti preferito il bilancino degli equilibri di potere provinciali.

La presidenza di una figura dalla storia straordinaria come Giuseppe Rossi meritava e merita senz’altro, coi suoi innegabili successi gestionali e d’immagine, un consolidamento e non si comprende come si sia potuto pensare di mettere da parte il suo prezioso contributo; il fatto – ancor peggiore – che a un costruttore del sistema delle aree protette nazionali come Rossi possa succedere un amministratore locale del tutto privo di esperienza non getta soltanto una luce sinistra sulle derive della politica delle aree protette italiane ma anche sul futuro del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. La sua capacità di rappresentare un faro nell’universo delle aree protette europee, capacità che sembrava essere stata faticosamente ripristinata, è infatti destinata in questo modo a indebolirsi irrimediabilmente mentre non è difficile immaginare rischi ancor maggiori sul piano gestionale.

È essenziale insomma che la scelta di un nuovo presidente per una riserva di eccezionale importanza nazionale e internazionale come il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise cada su una figura di alto profilo gestionale e/o scientifico, ripetiamo: un profilo nazionale e anche internazionale, come è stato negli anni migliori della sua lunga esistenza. La conferma di Giuseppe Rossi, a nostro avviso, sarebbe la strada più semplice e ovvia; un’eventuale alternativa a questa scelta non potrebbe in ogni caso che contemplare una figura di profilo non inferiore.

Due note per concludere questa riflessione.

Per chi ha memoria sufficientemente lunga si può anzitutto osservare che paradossalmente proprio dalle file del partito che dovrebbe essere l’erede storico delle politiche più avanzate sulle aree protette, cioè il Pd, viene la vendetta postuma di Domenico Susi, cioè di colui che negli anni Settanta tentò tenacemente – e per fortuna vanamente – di aggiogare direttamente ed esclusivamente il Parco d’Abruzzo al notabilato locale di partito.

Infine, sorprende e amareggia come su questa vicenda si siano espressi soltanto gli amministratori locali mentre una spessa coltre di silenzio è stata stesa dall’associazionismo ambientalista.

Un ulteriore segnale, se ce ne fosse bisogno, dei pericoli che ogni giorno di più incombono sulle aree protette italiane.

Luigi Piccioni,

ricercatore del Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università della Calabria