Nuova ricerca su Science, siamo predatori con caratteristiche uniche: sterminiamo carnivori e pesci adulti

Il superpredatore è l’uomo

Il nostro comportamento predatorio estremo porta alla distruzione delle catene alimentari globali

[21 agosto 2015]

Superpredatore

Science pubblica oggi la ricerca “The unique ecology of human predators”, nella quale 4 scienziati canadesi spiegano che «i paradigmi dello sfruttamento sostenibile sono focalizzati  sulle dinamiche di popolazione delle prede e i rendimenti per l’umanità, ma ignorano il comportamento degli esseri umani come predatori».  Per questo hanno confrontato i modelli di predazione dei cacciatori  e pescatori contemporanei con quelli di altri predatori  (mammiferi terrestri e pesci marini), che competono per le prede che condividono con gli esseri umani.

I ricercatori osservano che «la nostra indagine globale (2125 stime del tasso finale di sfruttamento annuo) ha rivelato che gli esseri umani uccidono prede adulte, il capitale riproduttivo delle popolazioni, a tassi medi molto più alti rispetto ad altri predatori (fino a 14 volte superiori), con uno sfruttamento particolarmente intenso dei carnivori terrestri e dei pesci. Dato questo predominio competitivo, e altri comportamenti predatori unici, suggeriamo che gli esseri umani abbiano la funzione insostenibile di  “superpredatore”, che –  se non verrà ulteriormente tenuta sotto controllo – continuerà ad alterare i processi ecologici ed evolutivi a livello globale».

Quindi non c’è bisogno di guardare lontano per trovare il superpredatore: il dominio dell’umanità ha prodotto «una cultura globale predatoria inesorabile che minaccia l’equilibrio della natura –  dicono gli scienziati del team un guidato da Chris Darimont, del dipartimento di Geografia dell’università di Victoria – La ricerca dimostra come il comportamento umano predatorio estremo è responsabile della diffusa estinzioni della fauna selvatica, della contrazione degli stock di pesce e della distruzione delle catene alimentari globali».

Il team canadese spiega che «questi sono risultati estremi che i predatori non umani impongono di rado». Darimont, che è anche direttore della Raincoast Conservation Foundation, aggiunge: «La nostra tecnologia di uccisione perfidamente efficiente, i sistemi economici globali e la gestione delle risorse che danno priorità ai benefici a breve termine per l’umanità hanno dato origine all’umano superpredatore. I nostri impatti sono tanto  estremi quanto il nostro comportamento, e il pianeta subisce il peso del nostro predominio predatorio».

L’analisi globale del team indica che, in genere, gli esseri umani sfruttano le popolazioni di pesci adulti fino a 14 volte il tasso dei predatori marini. Gli esseri umani cacciano e uccidono anche i grandi carnivori terrestri, come orsi, lupi e leoni, a 9 volte il tasso che questi predatori si uccidono a vicenda in natura e «in alcuni casi, la diminuzione delle specie di predatori terrestri carnivori è più aggressiva per quelli cacciati per i trofei, grazie al premio di una preda rara».

Secondo lo studio «il risultato delle attività umane sulle popolazioni di fauna selvatica è di gran lunga maggiore della predazione naturale». La ricerca analizza i fattori sociopolitici in grado di spiegare perché gli esseri umani si danno quasi compulsivamente ad uno sfruttamento eccessivo della biodiversità che ci sostiene: «Gli esseri umani utilizzano strumenti avanzati di sterminio, combustibile fossile a buon mercato e raccoglitrici professionali – come le flotte della pesca commerciale ad alto impatto – per superare gli adattamenti difensivi delle prede».

Darimont sottolinea che gli uomini, «catturando i mammiferi predatori con proiettili e i pesci con ami e reti, si assumono un rischio minimo rispetto ai predatori non umani, in particolare i carnivori terrestri, che vengono spesso feriti durante la loro vita, il che equivale a uno stile di vita pericoloso». Invece noi esseri umani «dovremmo proteggere la nostra fauna selvatica e gli asset marini come farebbe un investitore in un portafoglio di azioni». Al contrario, l’umanità si discosta anche sostanzialmente dalla predazione in natura e prende di mira le prede adulte. Uno degli autori dello studio, Thomas Reimchen, professore di biologia all’università di Victoria, spiega a sua volta: «Mentre i predatori si rivolgono  principalmente alle fasi giovanili o all’“interesse riproduttivo” delle popolazioni, gli esseri umani, sfruttando le prede adulte, fanno calare il “capitale riproduttivo».

Nei sui 40 anni di lavoro sul campo sulle isole Haida Gwaii, un arcipelago al largo della costa settentrionale della British Columbia, Reimchen ha cominciato a guardare come predatori umani si differenziano dagli altri predatori in natura. La ricerca su predatore e preda di Reimchen ha rivelato che di pesci e gli uccelli marini predatori uccidono in percentuale schiacciante le forme giovanili di pesci d’acqua dolce. Insieme, 22 specie di predatori catturano non più del 5% dei pesci adulti ogni anno. Nelle vicinanze, invece, la pesca umana prende di mira esclusivamente il salmone adulto, prendendone il 50% o più di quelli che nuotano nelle acque delle i fiumi delle Haida Gwaii.

Il data set della nuova ricerca non si limita al Canada comprende la fauna selvatica, la caccia per la carne ai tropici e i sistemi di pesca in ogni continente e oceano (eccetto l’Antartide), ed evidenzia che «ci sono diverse differenze regionali. Più elevate densità di esseri umani e riduzione della biomassa di pesce (da lungo sfruttamento) spiegano i tassi di pesca più elevati nell’oceano Atlantico rispetto all’oceano Pacifico».

Gli autori dello studio (il team comprende anche  Caroline Fox e  Heather M. Bryan) lanciano un appello urgente a riconsiderare il concetto di “sfruttamento sostenibile” della fauna selvatica e della gestione della pesca: «Un modello realmente sostenibile vorrebbe dire coltivare un cambiamento culturale, economico e istituzionale che ponga limiti alle attività umane per seguire più da vicino il comportamento dei predatori naturali». Darimont conclude: «Questo presenta enormi sfide a breve termine, ma è non è diverso dal cambiare le pratiche della nostra economia basata sui combustibili fossili».