Sarà un esempio per l’Africa?

In Namibia il primo protocollo bio-culturale con i bosciman Khoe

[18 luglio 2014]

Secondo quanto scrive The Namibian sono in corso sforzi per introdurre un protocollo bio-culturale per uno dei popoli indigeni – la comunità Khoe – che risiedono nel Bwabwata National Park in Namibia occidentale e nelle regioni di Kavango e Zambesi».

Absalom Shigwedha, un giornalista ambientale freelance, spiega che «Questo sarà il primo protocollo bio-culturale in Namibia e la sua introduzione è destinata ad articolare determinati  valori della comunità, le procedure, le priorità ed a definire i loro diritti e le responsabilità previsti all’interno delle leggi consuetudinarie, dello stato e del diritto internazionale come base per il dialogo con gli attori esterni come il governo, le imprese, il mondo accademico e le organizzazioni non governative, quando cercano di accedere alla loro terra ed alle loro risorse genetiche per lo sviluppo delle risorse, la conservazione, ricerca e altri quadri giuridici e politici».

Nel Bwabwata National Park, che si estende in quella che al tempo dell’occupazione del Sudafrica razzista dell’allora Africa del Sudovest si chiamava  Caprivi Strip, il “dito” della Namibia che si incunea strategicamente tra Angola, Zambia, Botswana e va a toccare il fiume Zambesi e il confine con lo Zimbabwe, ci sono ancora circa 6.700 Khoe che ne sopravvivono principalmente grazie alla caccia e la raccolta. Elize Shakalela, che ha redatto il protocollo bio-culturale con la comunità Khoe sottolinea che «.Si tratta di un sottogruppo del popolo dei San (quelli che chiamiamo Boscimani, ndr)  dell’Africa meridionale».

Shakalela che è l’assistente del legal officer per il Biodiversty and Climate Change Management Project della ministra dell’ambiente e del turismo namibiana, Aina Kambala, ha detto a Shigwedha che «Il protocollo darà alla comunità i diritti sulla loro terra e sulle risorse genetiche. Il governo e le aziende non possono semplicemente andare lì per ottenere l’accesso alle loro terre o alle risorse genetiche senza consultare la comunità».

Il progetto prende atto che a terra è molto importante per i Khoe, oltre agli animali selvatici e l’albero Kyara. Shakalela è stato nominato come estensore del protocollo il 6 maggio, durante un incontro con il Comitato dei Custodi della comunità Khoe, grazie anche alla presentazione di  Natural Justice, un’organizzazione sudafricana che lavora con i San.

«Nel corso della riunione  spiega Shakalela su The Namibian –  la comunità ha risposto positivamente all’idea di avere un protocollo bio-culturale, si trovano ad affrontare molte sfide». A giugno è tornato nel Bwabwata National Park per raccogliere informazioni dal Comitato dei Custodi che approverà il protocollo. Finora, ha ottenuto l’approvazione del  progetto da parte di 3 dei 13 villaggi Khoe: Mashambo, Pacho e Mutchiku e ha detto: «Devo ancora visitare i villaggi rimanenti per completare il processo di validazione».

Nei giorni scorsi, dopo aver ottenuto la ratifica di più di 50 Paesi più l’Unione europea, è entrato il vigore il Nagoya Potocol on Access and Benefit Sharing della Convention on biological diversity che all’articolo 12 (Conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche)  afferma che « Nell’implementare i loro obblighi ai sensi del presente Protocollo in accordo con la legislazione nazionale, le Parti sono tenute a prendere in considerazione le leggi consuetudinarie, i protocolli e le procedure delle comunità indigene e locali, per quanto pertinente, rispetto alle conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche».

La Namibia fa parte della Cbd ed ha ratificato il Protocollo di Nagoya e quindi il  protocollo bio-culturale con la comunità Khoe potrebbe essere il primo passo per la sua applicazione nel Paese ed un progetto pilota per estenderlo alle comunità indigene africane, magari diventando un esempio per i Paesi vicini, come il Botswana, dove il governo rapina le terre, l’acqua e le risorse dei boscimani.