India: la tribù del Libro della giungla rischia lo sfratto dalla sua terra ancestrale

Survival International: dove restano i popoli autoctoni ci sono anche più tigri

[8 febbraio 2017]

Il governo indiano ha comunicato ai Baiga del villaggio di Rajak, nella riserva delle tigri di Achanakmar, che dovranno lasciare la loro terra ancestrale dalla quale traggono i loro mezzi di sussistenza. Secondo alcuni attivisti indiani che difendono i diritti umani, «funzionari corrotti… possono spillare denaro dai fondi che le autorità rendono disponibili per i reinsediamenti. In altre aree dell’India, le tribù “trasferite” dalle loro terre ancestrali sono state spostate in insediamenti governativi inadeguati o costrette a vivere in povertà ai margini della società indiana».

E’ la stessa sorte che probabilmente aspetta i Baiga, che per questo  hanno scritto al  Dipartimento delle foreste del governo centrale di New Delhi  sottolineando che «Qui a Rajak la terra è molto fertile, e vi viviamo da generazioni. Ma poiché il villaggio si trova nella Zona Centrale [della riserva delle tigri], siamo continuamente sotto pressione. Ci è stato detto di andare nel villaggio di Bharatpur. Abbiamo visto com’è la terra là, è piena di pietre e non soddisferà i nostri bisogni. Non è adatta per farvi crescere i nostri figli, e il loro futuro sarà distrutto».

Baiga significa “uomo della medicina” e la tribù è nota per i  tatuaggi e per lo stretto legame che ha con il suo ambiente. Un baiga ha detto a Survval International: «Se qualcuno mi portasse via dalla giungla per trasferirmi in città, mi ucciderebbe». Proprio il direttore generale di Survival, Stephen Corry, rilancia oggi l’allarme di questo piccolo popolo autoctono che vive nella regione di Achanakmar, dove Rudyard Kipling ambientò il suo “Libro della giungla”: «Le foreste indiane continuano a essere distrutte dallo ‘sviluppo’ industriale e le tigri continuano a essere vittime di bracconaggio. Ma le autorità forestali scelgono di intimidire i popoli indigeni e di cacciarli dalla loro terra. E’ una truffa, e danneggerà l’ambiente. È giunto il momento che le grandi organizzazioni della conservazione condannino questi falsi trasferimenti “volontari”, riconoscendoli per quello che sono davvero: sfratti illegali che portano direttamente alla distruzione di interi popoli».

Ad Achanakmar era stato originariamente istituito un santuario della fauna selvatica, solo nel 2009 è diventata Riiserva delle Tigri nel 2009. Nei suoi 914 Km2  vivono altre specie a rischio di estinzione  come leopardi, orsi labiati e elefanti

Survival ricorda che «La legge indiana stabilisce che i “trasferimenti” devono essere volontari. Tuttavia, i popoli indigeni vengono spesso corrotti, minacciati con violenze e, in alcuni casi, rischiano arresti e pestaggi, torture e persino la morte».

Quella dei Baiga è una storia di persecuzioni  nel nome della tutela di una natura con a quale vivono in armonia: «Nel 2013 gli indigeni sono stati sfrattati dalla riserva delle tigri di Similipal – ricorda Survival – e si sono presto ritrovati a vivere in condizioni misere, sotto teloni di plastica.  Molti Baiga sono stati sfrattati dalla vicina riserva delle tigri di Kanha nel 2014. Non hanno ricevuto terra, case o alcun aiuto, ma avrebbero dovuto trovare terra da comprare con il denaro dei risarcimenti: un concetto estraneo a chi ha vissuto tutta la vita nella foresta».

Gli indigeni sono disperati e spaesati: «Abbiamo un po’ di denaro, ma siamo persi Qui c’è solo tristezza. Abbiamo bisogno della giungla».

Survival fa notare che « In una riserva delle tigri dell’India meridionale, dove i Soliga si sono visti riconoscere il diritto a restare nella propria terra, il numero delle tigri è aumentato ben oltre la media nazionale» e che «Il declino sconcertante nel numero di tigri in India è stato provocato principalmente dalla caccia praticata dai colonialisti e dai cacciatori d’élite, e non dai popoli indigeni che convivono da millenni con questo felino».

L’Ong che difende i popoli autoctoni conclude sferrando un nuovo attacco ad organizzazioni internazionali come Wwf e Wcs: «Le terre dei popoli indigeni non sono “vergini” e “incontaminate”, e le prove dimostrano che questi popoli sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. A guidare il movimento ambientalista dovrebbero essere loro. Invece, vengono sfrattati illegalmente dalle terre ancestrali nel nome della conservazione. Le grandi organizzazioni per la conservazione sono colpevoli di sostenere questa situazione. Non denunciano mai gli sfratti».

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