Indonesia, Greenpeace: dopo i roghi delle foreste spuntano le piantagioni di olio di palma (VIDEO)

L'industria risponde: «Siamo vittime di una campagna diffamatoria»

[9 novembre 2015]

Indonesia Incendi 1 b

Greenpeace ha diffuso nuove foto e video che «mostrano il recente impianto di piantagioni di palma da olio al posto delle foreste torbiere distrutte dagli incendi che divampano da settimane nella regione Kalimantan». Il video che pubblichiamo mostra inoltre «l’impatto degli incendi sulla popolazione degli ultimi oranghi del Nyaru Menteng Orangutan Sanctuary».

Martina Borghi, campaigner foreste di Greenpeace Italia, spiega che «La densa cappa di cenere e fumo che ormai da diversi anni tra giugno e ottobre ricopre le città del Sud-est asiatico uccide ogni anno circa 110 mila persone. Una cifra impressionante, che quest’anno rischia di aumentare  per colpa del fenomeno di “El Niño”, che sta causando ulteriore siccità e sta ritardando la stagione delle piogge. Se state pensando a fenomeni completamente naturali, però, vi sbagliate. La nube tossica che sta generando questa crisi è in buona parte causata dalla mano dell’uomo, da chi appicca incendi in torbiere e foreste per lasciar spazio alle coltivazioni di palma da olio, che si espandono senza controllo, minacciando l’ultimo rifugio di tigri e oranghi».

Un portavoce dell’Associazione Indonesiana di Produttori di Olio di Palma ha dichiarato che l’industria dell’olio di palma è vittima di una campagna diffamatoria, e ha suggerito che gli incendi siano stati orchestrati per danneggiare l’immagine dell’industria dell’olio di palma in Indonesia.  Ma la Borghi ribatte che «Quello che originariamente era solo un sospetto, nelle ultime ore è diventato una certezza. Come dimostrano le immagini che abbiamo raccolto solo qualche giorno fa, nuove piantagioni di palma da olio stanno prendendo il posto delle torbiere da poco distrutte dagli incendi divampati in prossimità di uno degli ultimi santuari degli oranghi».

Infatti, quando Greenpeace aveva visitato la zona interessata dagli incendi, lo scorso 27 ottobre, la popolazione locale aveva dichiarato agli investigatori che l’area era stata bruciata due volte: una pratica illegale ma molto comune per preparare il suolo per la palma da olio. L’Indonesia e i Paesi vicini vivono un’emergenza ambientale e sanitaria provocata dagli incendi, dal fumo e dalle ceneri che soffocano la regione.

Gli ambientalisti sottolineano che «Dopo settimane di emergenza roghi, diventa sempre più grave il rifiuto del governo indonesiano di rendere pubbliche le mappe aggiornate che mostrino i siti di produzione di olio di palma e le concessioni forestali a norma, con dati relativi alla perdita di copertura arborea e foreste primarie. Questa inaccettabile posizione è inoltre accompagnata da fatti gravi, come l’incendio sospetto che la settimana scorsa ha distrutto gli archivi cartacei del Dipartimento delle Finanze del governo del Kalimantan.

Tutto ciò determina l’impossibilità di definire con esattezza il danno reale che gli incendi stanno provocando e fare chiarezza sulla legalità delle piantagioni di palma da olio. A riprova di ciò, il mese scorso la Commissione anti-corruzione ha riferito che, negli ultimi dieci anni, la deforestazione illegale è costata all’Indonesia nove miliardi di dollari in royalties del legno perdute».

La Borghi conclude: «Questi incendi sono uno dei peggiori disastri che abbiano mai colpito il Paese: è impensabile che sia consentito trarre profitto da una tale crisi. Il Presidente indonesiano Joko Widodo deve impegnarsi urgentemente nel ripristino delle foreste distrutte, impedendo che altre palme da olio vengano piantate. La polizia sta ancora indagando su quanto successo in quest’area per determinare se ha avuto luogo un reato. Eppure qualcuno sta già sfruttando la devastazione causata dagli incendi per piantare palma da olio. A chi appartiene davvero questa terra? Gli incendi sono stati appiccati dolosamente? Non lo sapremo finché il governo non pubblicherà le mappe delle concessioni e prenderà seri provvedimenti nei confronti di chi vorrebbe lucrare su questa emergenza ambientale e sanitaria».

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