Inquinamento e alghe aliene causano tumori letali alle tartarughe

Una ricerca che potrebbe avere importanti ricadute anche per gli uomini

[17 ottobre 2014]

Un team di scienziati di Duke University, National Oceanic and Atmospheric dministration (Noaa) ed università delle Hawaii ha scoperto che l’inquinamento sta causando tumori letali nella popolazione di tartarughe verdi (Chelonia mydas) in via di estinzione delle isole Hawaii.

Lo studio “Eutrophication and the dietary promotion of sea turtle tumors“, pubblicato su PeerJ, afferma che gli alti livelli di azoto provenienti dai reflui urbani ed agricoli hanno avvelenato le alghe delle quali si nutrono le tartarughe marine,  causando tumori mortali che si sviluppano sulle pinne, sugli occhi e gli organi interni di questi rettili marini.

Secondo Kyle Van Houtan, della Nicholas school of the environment della Duke,  la malattia tumorale che forma i fibropapillomi è la principale causa nota di morte di tartarughe verdi, ma il team di ricerca ha scoperto che i tumori sono più  frequenti nelle aree con alti livelli di deflusso di azoto, confermando la teoria che siano le alghe con un alto contenuto di azoto a causare la malattia. «Stiamo tracciando linee rette tra gli  apporti di nutrienti umane e l’ecosistema barriera corallina e su come questo influisce sulla la fauna selvatica», ha detto Van Houtan, che lavora anche per il Turtle Research Program della Noaa.

Il team ha studiato come le alghe immagazzinano l’azoto tramite un aminoacido chiamato arginina ed hanno scoperto che livelli insolitamente elevati di arginina sono presenti sia nelle alghe altamente inquinate che nei tumori delle tartarughe malate. Invece «I livelli di Arginina nelle alghe nelle acque meno inquinate e nei tessuti non tumorali erano relativamente bassi». E’ soprattutto una specie di alga rossa non autoctona, la musciformis Hypnea, ad avere livelli particolarmente alti di arginina rispetto ad altre specie campionate. Hypnea è  una specie invasiva e prospera nelle acque ricche di azoto a causa dell’inquinamento da nutrienti.

Il team statunitense ha così scoperto che le tartarughe verdi avevano assunto 14 volte più arginina di quanto ne avrebbero nel loro corpo se mangiassero specie di alghe autoctone in acque meno inquinate. Ma la cosa ancora peggiore è che le tartarughe marine devono mangiare una quantità doppia di alghe “aliene”   per ottenere la stessa quantità di calorie che assumerebbero mangiando alghe autoctone.

Lo studio sottolinea che «Il contenuto energetico e di arginina (delle alghe) può quindi agire come una sorta di pugni  uno-due per la promozione di questa malattia. E non sono solo le tartarughe verdi, ma anche i pesci e le barriere coralline ad avere malattie simili in questi luoghi».

Si pensa che l’arginina favorisca un virus che porta alla malattia che forma i tumori. «Se questa malattia è una macchina, l’arginina suo carburante –  ha detto Van Houtan – Senza di lei, il virus non può funzionare. Non è ancora chiaro come il virus causi i  tumori». L’arginina è solo una delle molecole che i  ricercatori hanno trovato nei  tumori delle tartarughe verdi  ed hanno anche scoperto elevati  livelli elevati di aminoacidi comuni nei tumori umani, come prolina e glicina.

La misurazione degli aminoacidi nei tumori dei rettili marini ha permesso ai ricercatori di comprendere meglio come si formano e sviluppano i tumori e Van Houtan  ha evidenziato che «Simili analisi degli  amminoacidi possono anche essere utili per capire tumori umani. Una caratteristica dei tumori cancerosi è che  ri-programmano le l loro cellule ospiti e cambiano il loro metabolismo. I nostri risultati sono simili».

Questa ricerca potrebbe aiutare gli scienziati a capire meglio come proteggere non solo le tartarughe marine, ma anche altre piante e animali che si trovano ad affrontare minacce simili dell’inquinamento marino. Van Houtan che spera che la ricerca futura su questo problema possa dare informazioni alla gestione ambientale dei sistemi delle barriere coralline nel loro complesso: «Se la ricerca continuerà a sostenere questa ipotesi, dovremo probabilmente riconsiderare i nostri attuali modi di gestione dei nutrienti costiere».