A greenreport.it Lorenzo Pacciardi, del Centro interuniversitario di biologia marina ed ecologia applicata "G.Bacci"

Invasione di meduse nei nostri mari, tutte le opzioni possibili per arginare il fenomeno

Dalla strada culinaria alle reti per tenerle lontane. Ma per gestire davvero il problema è necessario risalire alle cause

[26 agosto 2013]

Sappiamo che le meduse, seppur con le specificità e le caratteristiche di ciascuna specie, si spostano alla ricerca di acque più calde. Cosa ci dice quindi la loro massiccia presenza sulla temperatura dei nostri mari?

«La presenza delle meduse è nota fin dall’antichità e fa parte del normale funzionamento degli ecosistemi marini con eventi riproduttivi che rientrano nei normali cicli del plancton marino. Quando le condizioni sono favorevoli il plancton da luogo ad eventi denominati fioriture (“blooms”) che contribuiscono ad aumentare le già abbondanti popolazioni naturali. Una delle cause che può aver contribuito ad incrementare la presenza delle meduse lungo le nostre coste è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche (pesca intensiva) che negli ultimi anni, facendo scomparire le specie di pesci che attivamente si nutrono di meduse, ha consentito una proliferazione esagerata di questi organismi gelatinosi. Quindi la presenza di meduse non è preoccupante in sé ma può diventare tale se poniamo l’attenzione sulle abbondanze che caratterizzano queste forme plantoniche in tempi recenti. Le ragioni che spiegano questo fenomeno non sono ancora pienamente comprese.

Per quanto riguarda la temperatura del mare, è noto che essa sta sensibilmente aumentando negli ultimi anni. In seguito a ciò le specie che hanno “affinità tropicale” vengono favorite dal riscaldamento climatico globale e possono fare la loro comparsa in aree in cui precedentemente non riuscivano a sopravvivere. L’innalzamento della temperatura del mare, che si sta verificando anche nel Mar Mediterraneo può quindi contribuire ad aumentare l’abbondanza di alcune specie. Esse, infatti, trovano condizioni che gli consentono di rimanere nel Mediterraneo e stabilirvisi grazie ad un incremento del lasso temporale in cui possono riprodursi a causa delle aumentate temperature dell’acqua».

Qualche mese fa la Airbank, un’azienda emiliana che si occupa di sicurezza ambientale, ha annunciato il lancio sul mercato di una barriera pensata per bloccare al largo meduse, alghe e rifiuti. Un’idea simbolicamente rilevante, che mostra la tendenza sempre più spiccata a separare l’uomo dalla natura, e in un certo senso svela l’attitudine antropocentrica alla rimozione del non gradito. Cosa ne pensa, ritiene che iniziative simili possano davvero riscuotere successo?

«Esistono varie ditte che si occupano di sicurezza e bonifica ambientale che hanno fiutato il business e stanno introducendo sul mercato reti galleggianti rigide e/o gonfiabili che possono consentire di isolare specchi d’acqua dalle invasioni di meduse. Tali interventi si sono resi necessari in virtù dei costi che gli operatori turistici e gli stessi enti locali stanno sostenendo a causa dei fenomeni che si verificano durante i mesi estivi presso le nostre coste. Basti pensare che ogni estate vengono medicate per bruciature causate da meduse circa 150.000 persone in tutto il Mar Mediterraneo.

Quindi l’impatto socio-economico di questo fenomeno sulle aree turistiche è enorme e si stanno perdendo milioni di euro l’anno. Questo bilancio risulta ulteriormente aggravato anche dai costi sostenuti dal sistema sanitario nazionale per le chiamate e cure somministrate a causa di punture da cellule urticanti di medusa. In seguito a ciò è stato finanziato il progetto europeo “Med jelly risk” gestito dal Stefano Piraino, dell’Università del Salento, che si propone di intraprendere iniziative atte a contrastare il fenomeno. Dal mese di settembre 2013 saranno testate delle reti galleggianti lunghe fra i 50 ed i 100 metri che verranno posizionate lungo le coste di alcune isole siciliane e nel Golfo di Trapani in Italia, ma anche in Tunisia ed a Malta, e in alcune aree delle coste spagnole. Successivamente saranno disponibili, in caso di positività dei test, per un uso più massiccio nell’estate del 2014.

Le problematiche relative all’utilizzo di queste reti riguardano prevalentemente i danni potenziali per altre creature marine e per la loro capacità di colonizzazione delle aree marino costiere del “Mare Nostrum”. Per queste ragioni si è pensato di effettuare i test prima di impiegarle. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda personalmente non credo che le reti siano una soluzione ma penso che servano solo a tamponare il problema. Credo che si dovrebbe agire a monte limitando le cause di queste proliferazioni di plancton gelatinoso, ma questa idea risulta ovviamente meno praticabile…»

Diversi esperti concordano nell’idea di estendere le applicazioni mediche e alimentari delle meduse per arginarne la proliferazione. Quali sono le strade possibili? Si radicherà mai davvero in Italia una cultura gastronomica di questo tipo?

«Come soluzioni al complesso problema meduse i vari esperti concordano su alcuni punti. Ridurre l’emissione di gas serra e le cause di eutrofizzazione. Limitare il sovrasfruttamento delle specie di interesse commerciale (pesca). Lo sviluppo di prodotti a base di meduse per l’alimentazione e per la medicina è un altro caposaldo. Inoltre, è interessante lo studio di alcune meduse che pare riescano ad invertire o rallentare i processi di invecchiamento dell’uomo. Metodi di allarme e di previsione dei fenomeni di blooms (esplosioni) nella proliferazione e diffusione delle meduse associati a barriere di protezione potrebbero costituire una valida azione per contrastare questi fenomeni. Altra soluzione potrebbe essere quella di distruggere direttamente i polipi di meduse (che sono una delle fasi del ciclo vitale delle meduse) che si insediano sui fondali marini.

Inoltre, sappiamo che in Cina si nutrono di questi organismi da 5000 anni e che ogni anno vengono investiti diversi miliardi di euro per raccogliere questa risorsa. A testimonianza di questa abitudine alimentare pare che lungo le coste siciliane la comunità cinese, sempre più rappresentata nelle nostre città, abbia già iniziato a raccogliere le meduse per scopi alimentari».

Poco tempo fa Ferdinando Boero ha ricordato come la letteratura scientifica sulle meduse non sia vasta, e come necessiti, invece, di più interesse e attenzione. Qual è lo stato dell’arte della ricerca scientifica sulle meduse oggi in Italia, e quali le direzioni più interessanti? 

«La letteratura scientifica spesso ragiona a compartimenti stagni, per cui gli esperti di una certa cosa ignorano e non comunicano con quelli di un’altra. Tutto ciò avviene anche nel mondo della biologia e dell’ecologia marina. Tuttavia negli ultimi anni questo trend sta cambiando e alcuni ricercatori stanno attivamente collaborando per trovare una soluzione al problema. Infatti uno dei passi fondamentali per la soluzione di questo crescente problema rimane quello della promozione ed integrazione degli studi sul plancton (meduse) con quelli sulle risorse alieutiche (specie oggetto di pesca).

I filoni di ricerca più promettenti sono quelli che analizzano le possibili cause di un fenomeno che si sta verificando a livello globale e cioè un passaggio da un oceano di pesci ad un oceano di meduse (Mills 1995, 2001). Fino ad oggi questo problema è stato sottovalutato e i progetti che si occupano specificatamente del plancton gelatinoso sono stati scarsamente finanziati. A dimostrazione di ciò basti pensare che attualmente non esistono progetti mirati e metodiche di campionamento specialistiche per questi organismi. Spesso si usano le reti da mesozooplancton che sono adatte al campionamento di crostacei e solo raramente di piccole meduse. Al contrario la conoscenza di questi organismi passa attraverso delle tecniche di campionamento efficaci che consentano studi puntuali delle loro popolazioni naturali. Tutte le informazioni fornite sono reperibili sul sito del progetto (www.jellyrisk.eu)».