Investire nella salvaguardia della biodiversità conviene

Studio internazionale dimostra che investire nella natura fa bene all’economia e alla società

[26 ottobre 2017]

I governi e i donatori che dal Rio Earth Summit del 1992 in poi hanno speso miliardi di dollari nel tentativo di rallentare lì estinzione di massa delle specie in tutto il mondo hanno un buon investimento, A dirlo è lo studio  “Reductions in global biodiversity loss predicted from conservation spending”, pubblicato su Nature da un team internazionale di ricercatori guidato da Anthony Waldron dell’Edward Grey Institute del dipartimento di zoologia dell’Oxford University e dal quale risulta evidente che i 14,4 miliardi di dollari che i Paesi del mondo hanno speso per la conservazione della natura dal 1992 al 2003 hanno ridotto del 29% il calo atteso della biodiversità globale.

Un successo strepitoso – e tanto insperato quanto sconosciuto – per un investimento così esiguo in rapporto ad altri ben più sostanziosi (e magari dannosi per l’ambiente) e che potrebbe essere utilizzato dai responsabili politici per  realizzare bilanci della conservazione che consentano ai loro Paesi di raggiungere gli obiettivi previsti dagli accordi internazionali in materia di protezione delle specie e per i quali troppo spesso ci si lamenta dei costi.

Secondo il principale autore dello studio, John Gittleman, decano dell’ Odum School of Ecology  dell’università della Georgia, «Questo documento invia un messaggio chiaro e positivo: il  finanziamento  della conservazione funziona».

Lo studio, condotto da ricercatori delle università di  Oxford, della Georgia, dell’Illinois e di Singapore, dimostra che le spese fatte dai 109 Paesi firmatari della United Nations Convention on biological diversity (Cbd) >hanno significativamente ridotto la perdita di biodiversità in questi Paesi» e per spiegare in modo preciso l’impatto dei finanziamenti per la conservazione in ogni Paese, i ricercatori hanno inserito informazioni sulle modifiche alla biodiversità di ciascun paese dal 1996 al 2008, nonché le spese pubbliche e non governative volte a proteggere la biodiversità dal 1992 al 2003 I ricercatori hanno anche esaminato come lo sviluppo umano ha messo sotto stress le specie e i loro habitat.

E’ così emerso che «il 60% della perdita di biodiversità nel mondo può essere attribuita a solo 6 Paesi: Indonesia, Malaysia, Papua Nuova Guinea, Cina, India, Australia, mentre la situazione della biodiversità è migliorata nelle Hawaii ed a Mauritius, Seychelles, Figi, Samoa, Tonga, Polonia e Ucraina.

Gittleman  sottolinea che «La buona notizia è che molta biodiversità potrebbe essere protetta con investimenti a un costo relativamente ridotto nei Paesi in via di sviluppo con un elevato numero di specie. E’ anche è importante notare che mentre le pressioni dello sviluppo aumentano, la spesa per la conservazione dovrà tenere il passo. I politici possono utilizzare il nostro modello per determinare questi budget. Questo modello fornisce un quadro che possiamo utilizzare per bilanciare lo sviluppo umano con il mantenimento della biodiversità. A mio avviso, questo è un quadro scientifico empirico di vera sostenibilità».

Gli autori dello studio sperano che fornendo prove che i finanziamenti per la conservazione hanno già avuto un impatto significativo sulla protezione della biodiversità globale, i Paesi saranno motivati ​​a investire nell’adempimento degli impegni internazionali in materia di biodiversità.

Waldron  aggiunge: «Da 25 anni sappiamo che dobbiamo spendere di più per la conservazione della natura o affrontare una moderna estinzione di massa come quella dei dinosauri. Ma i governi ei donatori non hanno voluto elaborare i necessari bilanci, spesso perché c’erano poche prove che i soldi spesi per la conservazione fossero riusciti. Ora, questa constatazione dovrebbe incoraggiare i decision makers  a riprendere la visione positiva dell’Earth Summit e a finanziare adeguatamente la protezione della biodiversità terrestre».

Per misurare la perdita di biodiversità per ciascun Paese, i ricercatori hanno utilizzato i dati della Lista Rossa delle specie minacciate dell’ International union for conservation of nature che da oltre 50 anni determina e lo stato di conservazione delle piante e delle specie animali e così hanno stabilito quando il calo di una specie possa essere attribuito ad ogni Paese, basandosi soprattutto su quale percentuale dell’areale della specie si trova in un determinato Paese.

Le informazioni sulla spesa annuale per la salvaguardia della biodiversità per ogni paese sono state ricavate da una ricerca precedente degli stessi autori, che è  stata pubblicata dalla National Academy of Sciences  nel 2013 e che riguardava il periodo dal 1992, Earth Summit di Rio, fino alla Convention on biological diversity e alla prima grande spesa globale per la conservazione nel  2003.

Per tenere conto delle pressioni sulle specie nei Paesi hanno fatto progressi in un altro degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu,  lo sviluppo umano, gli autori hanno inserito i dati cdella Banca mondiale  relativi alla crescita della popolazione, alla crescita economica e all’espansione agricola di ciascun Paese.

Dall’incrocio di tutti questi dati è risultato che  mentre la spesa per la conservazione diminuiva la pressione sulle specie, lo sviluppo economico aumentava, ma in modo non uniforme: «La dimensione di un Paese, il numero di specie presenti e lo stato di conservazione di queste specie all’inizio del periodo di studio hanno svolto un ruolo determinante per determinare il declino della loro biodiversità – concludono i ricercatori – Ad esempio, la spesa per la conservazione ha avuto un impatto maggiore nei Paesi più poveri che in quelli più ricchi e  nei Paesi con un numero maggiore di specie minacciate. L’espansione agricola ha avuto scarsi effetti nei paesi che avevano già molti terreni agricoli rispetto a quelli nei quali avevano uno scarso peso e la crescita economica ha avuto meno effetti nei Paesi più poveri, anche se i suoi impatti sono cresciuti di più forte con l’aumentare della popolazione di un Paese».