Le proposte del Wwf per tutelare

In Italia solo il 4,7% delle zone umide è in buona salute

Quelle inserite nella Convenzione di Ramsar sono 52, “valgono” fino a 104.000 dollari all’anno per ogni ettaro

[2 febbraio 2017]

Un tempo le zone umide – lagune, acquitrini e stagni, paludi e torbiere – venivano bollate solo come aree malsane, fonti di pericoli per l’uomo. Guardandole più da vicino se ne è scoperto anche il valore, che stime a livello globale quantificano in termini economici come un “capitale naturale”  che arriva fino a 104.000 dollari/ettaro/anno nel caso delle aree umide interne. Per quale motivo?

Come spiegano oggi dal Wwf in occasione del World Wetland Day, non a caso dedicato quest’anno alla riduzione del rischio da calamità, le zone umide riducono il rischio idrogeologico, raccogliendo le acque durante le piene, diluendo inquinanti e rallentando il deflusso delle acque, riducendo il rischio di alluvioni; sono “depuratori naturali”, in grado di creare condizioni favorevoli per la decomposizione microbica delle sostanze organiche; sono serbatoi di biodiversità essendo, a livello mondiale, gli habitat più importanti per la conservazione di piante e animali; ricoprono grande importanza per l’ittiocoltura o la molluschicoltura, e sono infine utilizzate per svariate attività di studio e/o turistiche, tra cui il birdwatching.

Le zone umide d’importanza internazionale riconosciute nel nostro Paese e inserite nell’elenco  della Convenzione di Ramsar sono ad oggi 52, distribuite in 15 Regioni, per un totale di 58.356 ettari; il Wwf, grazie al sistema delle Oasi,  gestisce direttamente o in collaborazione con altri enti la rete di aree umide più diffuso in Italia (circa 50 aree, 10 delle quali d’importanza internazionale, che sabato 4 e domenica 5 febbraio saranno gratuitamente aperte al pubblico).

«La rete di zone umide che abbraccia il nostro territorio è un vero e proprio sistema linfatico che ci protegge e ci difende da scompensi e aggressioni – commenta Isabella Pratesi,  direttore conservazione Wwf Italia – Fiumi, laghi, acquitrini, paludi, stagni sono i vasi e i gangli che possono aumentare la nostra resistenza agli effetti del cambiamento climatico. Proprio in questi giorni la Commissione Europea ha dimostrato, studi alla mano, che le alluvioni prodotte dal cambiamento climatico costeranno all’Europa, Italia in testa, un conto estremamente salato quantificabile solo per l’Italia in 5 miliardi di euro all’anno.  Una rete di zone umide ben gestite e protette è una protezione cruciale dal rischio alluvioni: un insieme di piccoli e grandi capillari capaci di assorbire e distribuire efficacemente il carico d’acqua, mitigando gli effetti nefasti delle alluvioni».

Eppure, in Europa come anche in Italia mostriamo di non avere sufficiente cura per le nostre preziose zone umide. Se in molti paesi europei si è registrata nel XX secolo una perdita di oltre il 50% della superficie originaria di zone umide, per quanto riguarda l’ Italia – ricorda il Wwf – una recente indagine Ispra ha evidenziato come il 47,6% di questi ambienti sia in “cattivo” stato di conservazione,  il 31,7% “inadeguato” e solo il 4,7% è in uno stato “favorevole”: le cause sono da ricercare nello sviluppo urbano, nell’agricoltura intensiva, nell’inquinamento, nelle modificazioni del regime idrogeologico, nell’introduzione di specie invasive e nei cambiamenti climatici, che agiscono in sinergia e su scale diverse, causando effetti assai rilevanti sugli ecosistemi – e conseguentemente sui loro servizi, per ricadere in definitiva anche sulla nostra società.

Per cambiare rotta, il Wwf avanza sei proposte: Applicare correttamente e in modo integrato le direttive europee “Acque” (2000/60/CE), “Habitat” (43/92/CEE) e “Uccelli” (2009/147/CE); avviare una diffusa azione di rinaturazione volta al recupero delle zone umide, in particolare a quelle lungo i fiumi; migliorare la conoscenza dello stato complessivo dei sistemi acquatici, per comprendere gli effetti degli impatti derivanti dalle attività umane e dai cambiamenti climatici; promuovere Piani di adattamento ai cambiamenti climatici a livello di bacino idrografico; bloccare il consumo del suolo lungo le aste fluviali; procedere finalmente all’istituzione del Parco nazionale del Delta del Po che, con oltre 300 specie di uccelli, 40 specie di mammiferi e 25 tra anfibi e rettili è una zona unica per biodiversità su scala europea, in particolare per l’avifauna, e rappresenta il più vasto complesso di zone umide d’Italia.