La bio-invasione delle specie aliene sta mettendo in pericolo le comunità del Mediterraneo

Le specie invasive arrivano attraverso il Canale di Suez e causano danni irreversibili

[25 gennaio 2017]

Secondo un recente studio, pubblicato su Management of Biological Invasions da ricercatori  dell’università israeliana di Tel Aviv (Tau), «Le specie non indigene (Non-indigenous species – Nsi) stanno danneggiando le specie autoctone e gli habitat del Mediterraneo, compromettendo le risorse marine potenzialmente sfruttabili e sollevando preoccupazioni per i problemi per la salute umana».

Come avevano già previsto diversi biologi, l’allagamento del Canale di Suez del 2015, ha facilitato l’afflusso di specie aliene invasive nel Mediterraneo. Il principale autore dello studio, Bella Galil del Center for biodiversity studies delllo Steinhardt museum of natural history della Tau,  spiega che «Il Mar Mediterraneo è il bacino marino più invaso in tutto il mondo Il numero di Nis è notevolmente aumentato tra il 1970 e il 2015. Nel Mar Mediterraneo sono state registrate 750 specie pluricellulari non indigene, molte più che in altri mari europei, a causa del numero sempre crescente di specie del Mar Rosso introdotte attraverso il Canale di Suez. Questo solleva preoccupazioni riguardo alle crescenti introduzioni di Nis in più e al degrado loro associato e alla perdita delle popolazioni autoctone, degli habitat e dei servizi ecosistemici».

Nonostante le bio-invasioni dl Mediterraneo siano note da un secolo, lo sviluppo e l’attuazione di una politica di gestione sono stati lenti. Solo nel 2003 la Convention for the protection of the marine environment and the coastal region of the Mediterranean, che fa parte del Regional seas programme  dell’United Nations environment programme (Unep) ha adottato un Piano di azione riguardante l’introduzione di specie invasive nel Mar Mediterraneo, ma secondo il team israeliano, «L’Unep ha evitato di discutere, per non parlare di gestione, dlll’afflusso di biota non indigeni tropicali introdotti attraverso il Canale di Suez. Finora sono state attuate misure di prevenzione e gestione».

Lo studio israeliano presenta anche dati sulle aree marine protette del Mediterraneo orientale, dalla Turchia alla Libia, che sono state letteralmente tavolte dall’invasione di specie alloctone, diventando hot spot della bio-invasione.  Il risiltato è che «In biocenosi già fragili, affette da stress artificiali come l’inquinamento e la pesca eccessiva, la colonizzazione di queste comunità di Nis ridistribuisce risorse alimentari, rimuove protagonisti importanti e li rende più suscettibili all’estinzione».

Gli habitat rocciosi del Mediterraneo orientale, dominati dalle alghe dominata sono stati decimati da grandi popolazioni di pesci erbivori introdotti attraverso il Canale di Suez.  «Due erbivori voraci, Siganus luridus e S. rivulatus, hanno trasformato le lussureggianti scogliere rocciose in “sterili”, riducendo drasticamente la complessità degli habitat e alterando la struttura della comunità e la rete alimentare – evidenziano i ricercatori –  Entro 30 anni, una piccola cozza del Mar Rosso ha sostituito il mitile autoctono  lungo tutta la costa mediterranea di Israele, formando densi “tappeti” quasi mono-specifici».

Attualmente, i ricercatori della Tau stanno  studiando l’inquinamento e altri fattori legati ai Nisi.

Nel 2016, gli autori dello studio hanno partecipato a una discussione sulla gestione efficace delle specie aliene introdotte nel Mar Mediterraneo durante un workshop Euromarine che si è tenuto a Ischia e che ha portato all’approvazione della “Dichiarazione di Ischia”, che stabilisce i principi per una gestione transfrontaliera delle specie marine invasive, basata sulla scienza, la gestione. La dichiarazione è stata approvata dall’assemblea generale di Eutomarine,  una rete di 73 istituti di ricerca e università, finanziati dall’Unione Europea.

Galil conclude: «Ci auguriamo che questa nuova ricerca verrà utilizzata per costruire una gestione efficace delle bio-invasioni basata sulla scienza e evitare, o almeno ridurre al minimo, l’afflusso di ulteriori specie non autoctone nel Mediterraneo. Il tempo ci dirà se questi obiettivi verranno raggiunti o se i legislatori e i gestori continueranno ad evitare di affrontare questo problema difficile e a passare l’impatto ambientale, economico e sociale alle generazioni future».